L’enorme responsabilità della gestione dei beni culturali

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Cultura 2.0 vuole segnalare un modo nuovo, pretenziosamente libero dai vecchi clichè, di rapportarsi ad un mondo che è la nostra storia, la nostra tradizione, l’insieme di una serie di modi di vivere che hanno caratterizzato la nostra civiltà e che, nel bene o nel male, sono influenzati dai nostri tempi, dai nostri modi di vivere, da quell’insieme di pratiche che definiscono la nostra storia. I beni culturali sono l’aspetto più fisicamente tangibile di ciò che è stata storicamente la nostra cultura, e la loro gestione è una responsabilità della cultura contemporanea. Questo, che sembra un predicozzo d’altri tempi, è una considerazione necessaria proprio oggi, quando le prove di cattiva gestione non si limitano a ridurre eventuali benefici, ma diventano seriamente compromissive per il bene stesso.
Oggi, ora. L’Albergo dei Poveri, gloriosa paternità, antica storia. Grande potenzialità futura. Forse, non è detto. Svelata l’ospitalità abusiva regalata ad alcuni che si sono insediati sulla sua sommità, con proclama pubblico, l’edificio è stato ufficialmente destinato, nella porzione d’angolo con via Tanucci, all’accoglienza di immigrati, o sedicenti tali. Nulla contro le opere buone. Ci mancherebbe. Si tratta però di un edificio di importanza enorme, non solo per il valore architettonico, per le sue dimensioni, per la sua paternità e per l’incidenza sul tessuto urbano. Palazzo Fuga rappresenta proprio la potenzialità di una città come Napoli di tornare ad essere una capitale culturale d’Europa.
Potremmo dilaniarci il cervello nel tentativo di rispondere a banali domande sulle modalità di pulizia, assegnazione e regolamentazione dei flussi di questi ospiti designati in modalità, per ora, sconosciuta. Sono temi della massima importanza nel momento in cui un intero quartiere potrebbe dover cambiare la propria vita, in funzione del tipo di organizzazione della così detta struttura d’accoglienza. La gestione del bene culturale è però un tema ancora più importante alla luce del valore architettonico ed urbanistico dell’edificio più grande d’Europa. I beni culturali devono autogestirsi, produrre ricchezza e lavoro. Poco credibile che gli ospiti possano pagare per essere accolti in questo mirabolante centro d’accoglienza. I beni culturali devono suscitare autoidentificazione, senso d’appartenenza negli abitanti delle città. Alzi la mano colui che desidera identificare la propria vita in un centro d’accoglienza. Neanche il più negletto degli accolti potrebbe provare sentimenti positivi in tal senso. Sbirciamo per un secondo nell’animo di coloro che abitano all’intorno, e facciamo una valutazione dell’incremento d’attività lavorativa che l’area potrebbe avere in questo caso. E su tutto la domanda più becera e venale, più bassa possibile al confronto della purezza dei sentimenti d’accoglienza: chi paga? Chi paga per la pulizia, chi aggiusterà i bagni, rifarà i letti e chi farà le spese quando un cospicuo numero di persone senza lavoro, patria, dimora e forse legale permesso di soggiorno si troveranno a trascorrere intere giornate nulla facendo sui giardinetti di Piazza Cavour. Chiudiamo gli occhi ed immaginiamo che, ricostruiti tutti e sette i piani dell’immenso edificio esso diventi il luogo dell’arte a Napoli: sale di posa, lezioni di scrittura, poesia, danza, cinema pittura, scultura. Gallerie espositive e teatri ,appartamenti per artisti meritevoli ed un albergo per soli artisti. Una babele di dialetti e linguaggi anche in questo caso, ma linguaggi d’arte, pensieri ed azioni speciali. Valutiamo pure. In quale dei casi la piazza e l’intero quartiere potranno avere una felice evoluzione che possa poi estendersi a tutto il territorio cittadino? Signori della corte, signori giurati: ho concluso.