L’inchiesta che (non) cambiò l’Italia

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Sono passati ormai 25 anni da quel fatidico giorno in cui una squadra di poliziotti, guidati dall’allora sostituto procuratore della Repubblica, Antonio Di Pietro arrestarono, al Pio Albergo Trivulzio, l’ingegner Mario Chiesa. Il 17 febbraio 1992 ha segnato una svolta nella vita del nostro Paese. In realtà, purtroppo l’anno dell’inizio di Tangentopoli è stato anche l’anno delle stragi di Capaci e via D’amelio, l’anno in cui la mafia ha mostrato il suo lato più violento e più brutale. Da Milano a Palermo, passando inevitabilmente per Roma, l’Italia era letteralmente spaccata a metà. Si può dire che, in certo qual modo, quell’anno segnò, se non altro per un breve lasso di tempo, il trionfo della magistratura e la sconfitta totale della politica. Per le strade di tutte le città italiane si leggevano i nomi dei magistrati uccisi negli attentati e a Milano si vendevano spille e magliette con il nome di Nino di Pietro o con la scritta “MANI PULITE”. Nome attribuito all’inchiesta condotta dal pool della procura del capoluogo lombardo, coniato dalla Stampa. La stessa stampa che per almeno due anni è stata una sorta di prolungamento del potere giudiziario. O forse peggio. Eh si, perché l’attenzione alle indagini condotte dai magistrati di Milano era altissima, e l’aspettativa della gente era altrettanto alta. I media dunque, molto spesso travisando la reale informazione giudiziaria , pur di sfamare l’irrefrenabile volontà di giustizia dell’opinione pubblica, ha architettato dei veri e propri processi. Ma ritorniamo sul punto di partenza: l’attività della magistratura. L’inchiesta partita mezzo secolo fa, ha cambiato radicalmente il modo di condurre le indagini, sia dal punto di vista metodologico, quindi la divisone in ruoli ben precisi delle funzioni da svolgere tra i vari magistrati, sia dal punto di vista sostanziale. Di Pietro, Davigo e Colombo, solo per citarne alcuni, hanno tentato di sgominare un sistema corruttivo ampio e diffuso tutti i livelli della società che ha di fatto caratterizzato gli anni della vita della nostra nazione dalla fine della guerra al 1992. Ebbene il tentativo c’è stato, ma quando si parla di Mani Pulite, si parla di un fallimento. Perché purtroppo, il livello corruttivo in Italia, in particolare inerente la sfera politica, è aumentato in maniera pazzesca. Non solo è aumentato, ma corrotti e corruttori hanno affinato le tecniche per riuscire meglio nei loro loschi traffici. Ma c’è di più. Quando i magistrati della procura milanese hanno messo le mani nella “politica” hanno scoperto che imprenditori, uomini d’affari e grandi industriali, finanziavano i partiti per ottenere in cambio appalti, gestione di infrastrutture e quant’altro. Ma ora, dopo venticinque anni, diciamo dopo Craxi in poi, i politici hanno iniziato a rubare non più per sostenere le spese e rinpinguare le casse dei partiti, ma per intascarseli personalmente. Su queste vicende, tanto è stato scritto, tanto è stato detto e tanto si dirà ancora, perché comunque Tangentopoli ha segnato una svolta epocale nel nostro Paese. Al netto di tutto ciò rimangono tre punti fondamentali: il ribaltamento dello scenario politico italiano e dunque la fine del pentapartito, l’interesse dell’opinione pubblica alle vicende giudiziarie e l’avvento delle forze anti-sistema che si sono avvicendate tra i banchi del parlamento in questi anni. Rimane un grande interrogativo: Era meglio prima, o è meglio ora? Lasciamo al lettore il giudizio e la valutazione rispetto a questo grande interrogativo.