L’UE è finita: ecco quel che resta

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Nel 1948, Giuseppe Prezzolini, esule negli Stati Uniti, pubblicò un pamphlet intitolato The Legacy of Italy (L’eredità dell’Italia) con l’intento sia commerciale (ossia di guadagnare diritti d’autore) sia di far conoscere il Belpaese all’America. Una diecina di anni dopo il libro, snello ed acuto, venne pubblicato in italiano da Vallecchi con un titolo più pungente: L’Italia è finita : ecco quel che resta.

In questi ultimi mesi ci siamo spesso chiesti se non sia il caso di fare un bilancio dell’Unione Europea, quale concepito dai ‘padri fondatori’: un passaggio magari di un numero limitati di Stati ma con economie convergenti verso una costruzione politica federale oppure, quanto meno, confederale. Adesso è sotto gli occhi di tutti il probabile sgretolamento dell’UE a 28. Sotto il profilo economico, siamo da quindici anni alle prese con Paesi che affondano nelle stagnazione e sono spesso ai bordi della deflazione: il consenso generale è che un’unione monetaria prematura e forse mal concepita sia alla base della divergenza che ha rimpiazzato la convergenza agognata dai ‘padri fondatori’. Sotto il profilo politico, la risposta alle migrazioni dal Nord Africa e dal Medio Oriente indicano che le differenze di valori si sono accentuate, come dimostrato da vari studi di Luigi Guiso ( il più recente è il Chicago Booth n.15/23 scritto con Paola Sapienza e Luigi Zingales). In numerosi Paesi dell’UE, infine, si rafforzano movimenti e partiti anti-europei che vorrebbero rinegoziare il Trattato di Maastricht e lo stesso Trattato di Roma. Stanno crescendo le probabilità che uno dei Paesi più importanti dell’UE, la Gran Bretagna, dica, dopo un referendum, addio all’Unione ove non vengano effettuate profonde riforme nella sua governance nel senso di una drastica riduzione delle funzioni e dei poteri della Commissione Europea, di un rafforzamento di quelli del Parlamento Europeo e di una evoluzione verso accordi intergovernativi.
Oggi vale la pena chiedersi se, parafrasando Prezzolini, l’Ue non sia finita e dobbiamo accontentarci di ciò che resta? Gran parte della stampa italiana sostiene che l’UE ha salde radici giuridiche. Coloro che smentiscono tali radici e, la loro saldezza, sarebbero unicamente alcuni vetusti giuristi tedeschi ed un piccolo gruppo di ‘euroscettici’ ai bordi della patologia. Un libro di un giurista italiano di mezza età, Dario Ciccarelli, attualmente dirigente dello Stato, è stato coperto da una vera e propria ‘congiura del silenzio’ nonostante sia stato apprezzato da giuristi di rango come Augusto Sinagra (Università La Sapienza Roma), Silvia Sassi (Università di Milano), Claudia Marcoluongo (Università di Modena) e Bernard O’ Connor (Universtà di Milano).
Ciccarelli, che ha anche dimestichezza con la ‘triste scienza’ dell’economia e della finanza, nel saggio in questione (Il Bandolo dell’Euromatassa – ossia cosa c’è alla base dei nodi che l’UE tenta di affrontare), fa un ragionamento strettamente giuridico: dal 15 aprile 1994, data della firma del Trattato di Marrakech con il quale venne costituita l’Organizzazione mondiale del Commercio, l’UE è uno zombie perché le norme che disciplinavano il mercato europeo, i suoi organi amministrativi ed i giudici che le controllavano sono state spazzate via da quelle (provenienti da una più alta e più vasta fonte giuridica) che riguardano il mercato globale e da un’organizzazione, che ha come fondatori ed interlocutori, gli Stati Nazione ed è dotata di proprie regole e di propri giudici.
La Commissione Europa ne è consapevole. La controprova è che pochi mesi fa un Protocollo tecnico (Trade Facilitation) ha emendato alcuni punti del Trattato di Marrakech. Il Protocollo è stato sottoscritto dagli Stati membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e i principi basilari del diritto internazionale vorrebbe che i Parlamenti provvedessero a valutarlo e quindi, se del caso, a ratificarlo. Invece, in spregio al diritto nazionale e internazionale, su pressioni della Commissione, il Protocollo “sarebbe stato ratificato” dall’UE invece che dagli Stati. Zitti e piano (quasi furtivamente) una nota a piè di pagina del comunicato del Consiglio Europea afferma che il Consiglio medesimo ‘ha approvato il Protocollo in nome e per conto dell’intera UE). Oltre ai principi del diritto internazionale , la Costituzione vigente(ed anche quella in fase di messa a punto), non affidano ai Parlamenti democraticamente eletti la ratifica di trattati ed accordi tra Stati?
Non sta a noi entrare negli aspetti giuridici del dibattito. Ma di far sì che un ‘dialogo segreto’ tra giuristi divenga pubblico. Perché se l’UE è finita, ci dovrebbe almeno lasciare in eredità la certezza del diritto e la democrazia. Non sono questi elementi fondanti dello sviluppo economico?

di Antonio Pennisi