L’umanità è a un bivio. Se non torna all’essenziale va verso la catastrofe

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Anche quando le manifestazioni sono dedicate alla filosofia o alla poesia, sull’essenziale c’è il silenzio. Del resto, se in qualche manifestazione se ne osasse parlare, questa sarebbe definita noiosa e richiamerebbe pochissimi ascoltatori. Eppure è l’essenziale che ispira e sostiene l’autentica cultura. Ed è l’essenziale che, nei secoli passati, rivelavano opere di filosofia, opere di poesia, opere teatrali come le tragedie greche, che pur si svolgevano durante le feste dedicate a Dionisio ovvero a Bacco. Le manifestazioni attuali tendono ad allontanare il più possibile dall’essenziale, ovvero dal soffermarsi sul perché si vive e come si vive. Direttamente o indirettamente sono fondate sull’opinione che si viene dal nulla, si va verso il nulla, che bisogna pensar poco e prendere e consumare tutto quello che è materialmente possibile. Le inquietudini e le angosce, che pur sono nell’animo di parecchi e che, a tratti, vengono in quello di tutti, non sono prese in considerazione, anzi bandite dalle manifestazioni della civiltà dello spettacolo, che tende a ridurre l’immagine in realtà e viceversa. È questa, ad osservar bene, la vera, autentica filosofia che domina incontrastata nel silenzio generale, causato spesso anche da timori reverenziali. Ed è anche per questo che le due piccole ma preziose opere sulla civiltà dello spettacolo di Guy Debord, quantunque tradotte in italiano, non siano mai citate, anche se, di talvolta, alcuni si ispirano a esse per dire qualche briciola di verità, ma senza cambiar minimamente le cose. Eppure, quotidianamente, la cronaca presenta avvenimenti che invitano a riflettere sull’essenziale. Ma essi sono percepiti e comunicati (nei mass-media o a voce) solo nel loro aspetto esteriore, quindi parziale. Quello che i protagonisti di questi avvenimenti, così come quelli di tanti altri rimasti ignoti, hanno sentito e ancor continuano a sentire non viene mai detto, anche perché non lo si sa più riconoscere e cogliere. Non sanno più riconoscerlo e coglierlo i filosofi (ma nel miglior dei casi ora ci sono i sociologi), gli scrittori (ma quasi sempre scrivono pensando al cinema), i poeti (ma ora diventati una moltitudine che imita e riecheggia gli stessi modelli). L’essenziale vive ancora nel segreto di parecchi animi e alimenta lo stesso vivere comunitario. Ma ciò non può durare a lungo. Né può durare ancora a lungo che il suo riconoscimento sia lasciato a coloro che sono colpiti da qualcosa di inaspettato o a coloro che, essendo nel tramonto dell’esistenza, si sentono liberi da quel grande peso che è l’opinione dominante, che per motivi pratici avevano ritenuto da insensati contraddire. Con il non riconoscere o tacere sull’essenziale, con il non saper dire o non saper ascoltare l’essenziale si mette in pericolo lo stesso essenziale. Quando ciò accade è il più evidente segno che la catastrofe dell’umanità è imminente. Per cercar di evitarla sarebbe necessario che la ricerca, la comunicazione, l’attuazione dell’essenziale si sviluppino sempre più in un momento in cui, mentre domina una visione di vita che privilegia il brillante, il gaudente, il frivolo, l’effimero ed il superfluo, in molti animi, di giorno in giorno, cresce invece sempre più il desiderio dell’essenziale.