L’utilizzo dei fondi europei in seguito alla nuova legge di stabilità

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Difficile stabilire se effettivamente l’Unione Europea costituisca un’opportunità o sia soltanto un vincolo che ci costringe a politiche che probabilmente per noi non funzionano. Tuttavia un aspetto della questione che potrebbe aiutarci a prendere posizione è questo: l’Europa ci costa. 

Il considerevole squilibrio col quale l’Italia contribuisce con più denaro di quanto ne riceve è indicativo, ma ciò non sempre emerge dalle dichiarazioni del bilancio statale. Il flusso di denaro che l’Italia dovrebbe ricevere, infatti, potrebbe rientrare attraverso i fondi europei ma ciò non accade.  Per chiarirci, in un paese caratterizzato da un disperato bisogno di investimento e occupazione, questi fondi possono essere utilizzati come cofinanziamento di iniziative nazionali e regionali, ma evidentemente prendono altre strade. Possiamo ricordare i 12 miliardi di fondi messi a disposizione dall’UE che nel 2014 giacevano inutilizzati col rischio di andare perduti, e altri utilizzati per iniziative discutibili, spesso a causa di politici incompetenti, burocrazia invadente e imprenditori senza idee. 

La nuova legge di stabilità 2016 è un intervento indirizzato a migliorare l’utilizzo dei fondi europei destinati all’Italia. Essa definisce la politica di bilancio dal 2016 agli anni successivi; riconduce stabilmente la politica italiana su un sentiero di crescita sostenuta e favorisce l’occupazione. 

Andando per gradi, essa permette il libero accesso per i professionisti ai fondi europei, in quanto esercenti attività economica; pone i fondi europei a sostegno di programmi operativi nazionali (PON) e regionali (POR).

Dunque, secondo la legge di stabilità, tutti i destinatari dei fondi stanziati fino al 2020 ne faranno utilizzo per promuovere la crescita economica. 

È opportuno a questo punto tracciare una distinzione tra i meri fondi della CE, per lo sviluppo nazionale, e i fondi strutturali, utilizzati dagli Stati membri per le regioni meno sviluppate. La nuova politica farà pervenire in Italia circa 44 miliardi di euro e i principali soggetti finanziabili sono le imprese piccole e medie, professionisti, nuove iniziative imprenditoriali come start up. Parallelamente ai programmi gestiti dallo stato ci sono quindi i programmi regionali, tra i quali troviamo la gestione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), che promuove investimenti contribuendo alla creazione di posti di lavoro stabili e tende a ridurre gli squilibri regionali. Inoltre, per le regioni del Sud, si introducono ulteriori benefici fiscali come il credito di imposta per l’acquisto di nuovi beni strumentali destinati a strutture produttive nel Mezzogiorno. Il fondo di sviluppo europeo (FSE) è invece impegnato a promuovere occupazione, produttività, integrazione sociale. In particolare: promozione dell’occupazione e sostegno alla mobilità dei lavoratori; potenziamento dell’istruzione e investimento nelle competenze e apprendimento permanente; impulso al l’inclusione sociale e la lotta contro la povertà; perfezionamento dell’amministrazione pubblica e gestione istituzionale. 

I fondi FSE e FESR costituiscono, in definitiva, le risorse comunitarie derivanti dal ciclo di programmazione operativa 2014-2020 che ammontano a €31,1 miliardi di cui €7,5 destinati alle regioni più sviluppate del nord, €1,35 alle regioni di transizione del centro, €22,2 alle regioni meno sviluppate del sud Italia, più 13 miliardi di cofinanziamento.

Dunque grazie alla nuova legge di stabilità si agisce attivando meccanismi di gestione del bilancio che consentono di disporre di considerevoli risorse finanziarie per investimenti pubblici. Finalmente la spesa di tutte le Regioni non sarà più vincolata dal Patto di Stabilità interno e le amministrazioni pubbliche e regionali potranno gestire i fondi europei e il relativo cofinanziamento con trattamento favorevole del Patto. 

Gloria Basile.