La caduta degli Dei, una mancanza di capacità diplomatica

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In foto Luigi Di Maio, a sinistra, e Lewis Eisenberg

Quando nacque il governo giallo verde nessuno avrebbe pensato come sarebbe andato a finire. Meglio precisare che le prospettive e il riscontro popolare era tale, nonostante le bandiere bruciate in piazza dalle scolaresche politicizzate, che il fenomeno Salvini la diceva lunga su quello che stava accadendo: l’Italia stanca e non quella di sinistra o di destra, iniziava a vedere nel leader leghista l’unico in grado di tenere a bada tutti senza compromessi, facendo crescere lui stesso ma anche la fiducia degli italiani nel futuro politico ed economico del Paese, cosa da non poco. La cosiddetta maggioranza silenziosa, composta da pensatori e intellettuali, economisti di spessore e analisti della geopolitica , invece predissero qualcosa di scontato ma anche di inquietante; ovvero che il governo poteva cadere solo se l’ingerenza internazionale e soprattutto quella Usa, avrebbe mosso i media, gli humor, i mercati e le stesse relazioni diplomatiche, per far cessare la prospettiva di una Italia poliedrica, multicolore e populista in senso stretto, ovvero secondo quella direzione che solo ad un interesse populista può dar fastidio. Per essere più chiari val la pena citare l’editoriale di Lorenzo Vita su ‘Inside Over’ il quale parla di una crisi tutta italiana con uno sfondo fatto di una grande sfida fra potenze nello scacchiere internazionale: “ Quello che sta avvenendo in questi giorni a Roma non è da derubricare a semplice crisi di governo interna a un Paese. Perché è evidente che quello che succede in uno dei principali Stati della Nato e dell’Unione europea, e finito vorticosamente sulla rotta della Nuova Via della Seta, non può non avere un’eco internazionale. E forse anche cause che non dipendono semplicemente dallo scontro tra partiti di maggioranza, ma da movimenti geopolitici di cui l’Italia è uno dei principali teatri europei.
Il governo giallo-verde non è stato (e non è, almeno fino alla sua caduta) un esecutivo qualsiasi. L’esperienza di governo di Giuseppe Conte è stata da subito incentrata su una sfida all’Europa a trazione franco-tedesca e da una benedizione arrivata da tutte le superpotenze esterne all’Unione europea. Dalla Cina, che ha visto, specialmente nei grillini, la conferma di quanto già concordato in tempi non sospetti dai governi a guida Pd. Dalla Russia, che ha potuto constatare la presenza di un governo amico e che ha visto sia nella Lega che nel Movimento 5 Stelle dei partner utili a non avere un avversario di Mosca all’interno di Nato e Ue. E infine, dagli Stati Uniti, che con Steve Bannon prima e con Donald Trump poi hanno benedetto da subito il matrimonio “populista” come possibile chance di avere un partner formidabile nello scacchiere euromediterraneo.
Ed è proprio da Bannon che si può partire per comprendere non solo il delicato rapporto tra governo e amministrazione Usa, ma anche lo scontro che nel frattempo si è scatenato sull’Italia tra Pechino, Washington e in parte la Russia. Nei giorni scorsi, quello che fu lo stratega di Trump per la Casa Bianca (e che ha ancora molta importanza per capire le dinamiche interne all’amministrazione repubblicana) ha praticamente preannunciato la “sfiducia” nei confronti del governo giallo-verde ritenendolo praticamente un matrimonio finito. Coincidenza o meno, nemmeno due giorni dopo l’intervista, la Lega, partito molto più spostato sull’asse atlantico, sfiduciava Conte per dire addio all’esperienza ormai agli sgoccioli dell’esecutivo con i Cinque Stelle. Un caso? Forse. Ma è il sintomo che anche quella parte americana che aveva sostenuto l’idea giallo-verde aveva deciso di dire basta al governo. Un governo che ha infranto molte illusioni di Washington che credeva di aver trovato a Roma un alleato strategico in grado di sostituire il Regno Unito all’interno dell’Unione europea dopo la Brexit. E che invece, per i rapporti molto stretti con la Russia ma soprattutto per le clamorose aperture verso la Cina, è diventato molto meno affidabile rispetto a quanto potessero aspettarsi gli strateghi di Washington. Prova ne sono i viaggi di Luigi Di Maio e Matteo Salvini a Washington, che non hanno incontrato solo gli omologhi americani, ma anche Mike Pompeo e John Bolton, rispettivamente a capo del Dipartimento di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale. Non certo incontri “di lavoro”. Nel frattempo, sono iniziati anche gli incontri romani con la regia di Lewis Eisenberg, potente ambasciatore americano in Italia. Il rappresentante Usa sulle sponde del Tevere ha avuto parecchi incontri con uomini di Lega e Cinque Stelle, e, come riportato da Il Sole 24 Ore, non deve sorprendere che il 25 luglio vi sia stata una colazione tra l’ambasciatore e Luigi Di Maio. Quella Via della Seta in Italia continua a non piacere per niente all’amministrazione americana, ma è soprattutto la porta aperta agli investimenti cinesi e ai colossi come Huawei e Zte nel 5G a terrorizzare Washington. A nulla sono serviti i richiami di Cia e Pentagono né l’opposizione dei ministri leghisti. E il fatto che il decreto sul Gilde power rischi di finire del tutto nel cassetto, voluto da Giancarlo Giorgetti e impantanato per merito grillino, è stato messo sul piatto della bilancia. La preoccupazione americana sui tentennamenti italiani ha sicuramente avuto un’importanza non di poco conto nell’eventuale semaforo verde di Washington alla frattura di governo. Di Maio non ha garantito niente all’unica superpotenza che aveva sponsorizzato Roma in un momento di forte isolamento in Europa. E l’amministrazione Usa si è sentita tradita. Voleva un governo allineato al nuovo corso trumpiano e invece si è trovata con un partito come i Cinque Stelle che in un anno ha dato l’ok alla Nuova Via della Seta, contraddetto Washington sugli F-35 e sulle spese per la Difesa, negato il sostegno a Juan Guaidò in Venezuela, e che si è smarcato sul dossier iraniano. Si dirà che i 5 Stelle siano stati molto “autonomi”, ma è una visione parziale. In realtà, come per la Lega c’è uno spostamento verso l’Atlantico, i pentastellati hanno portato avanti una politica del tutto ambigua, prima ricercando sponde in America poi in Europa, infine a Oriente. E tutto senza rispettare gli accordi presi con gli Stati Uniti. Trump aveva aperto un credito molto grande con l’esecutivo gialloverde mentre l’Unione europea si scagliava contro Palazzo Chigi e i fondi di investimento internazionali scatenavano le loro mire sulla nostra economia. Ha sostenuto il governo contro Angela Merkel ed Emmanuel, sia in chiave Ue sia nel contesto libico e sul fronte del contrasto all’immigrazione clandestina. Ma quanto chiesto in cambio da Washington non è mai stato realizzato. Anzi, Roma ha fatto l’esatto opposto. Sullo sfondo, la partita cinese, che invece ha trovato proprio nelle stanze grilline un valido alleato per la sua scalata verso l’Europa e per colpire la strategia Usa nel Mediterraneo e nel Vecchio continente. E con la Russia che ha osservato da molto vicino le mosse del governo Conte. Ma per Mosca la partita è diversa: come ha detto Vladimir Putin prima di arrivare a Roma, al Cremlino sanno perfettamente che il nostro Paese è ancorato alla Nato e al sistema occidentale. Quindi i rapporti con Roma scorrono sulle rotte del gas e sugli interessi strategici nel Mediterraneo. Fronti dove il nostro Paese non ha mai negato rapporti proficui con la Russia con qualsiasi governo”. In definitiva resta da fare una sola considerazione che si evince da riflessioni parallele come questa: la via diplomatica di Lewis Eisemberg non ha mai voluto essere una ingerenza nella nostra politica fino a quando ci si è accorti dall’altra parte dell’Oceano, che in Italia si facevano parecchie orecchie da mercante e pochi giochi di interesse internazionale , e questo vuol dire una sola cosa: che pur avendo ragione il governo e’ caduto proprio sull’incapacità di tessere quei rapporti diplomatici, non tanto in grado di riappacificare l’alleato Usa, ma di creare quella stima riconoscente che si riflette poi nella qualità e nella sostenibilità del dialogo interno ad una maggioranza, e da questo punto di vista la storia della Democrazia Cristiana e di un certo Andreotti avrebbe dovuto insegnare molto, in materia di diplomazia e rapporti internazionali.