La cattiva coscienza dell’Italia postfascista e le “storie sbagliate” di Amato, Pirozzi e Di Grazia

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In foto Gaetano Azzariti


di Lina Maiello

Cosa e quanto conosciamo di alcuni tra i protagonisti della storia del Novecento italiano? Esiste una narrazione diversa da quella che almeno tre generazioni di italiani hanno conosciuto e trasmesso ai loro figli? Quanti e quali tasselli di verità sono stati distorti o sottratti alla realtà dei fatti? Sono solo una minima parte delle tantissime domande a cui rimanda “Una storia sbagliata – Azzariti, Badoglio, Biancheri, Hudal, Orlandi, Costermano. Un secolo di bugie e di mezze verità” (Edizioni dell’Ippogrifo, pp. 208, Euro 16), il bel libro recentemente pubblicato dalle Edizioni dell’Ippogrifo per la collana “Historiae”, scritto da Nico Pirozzi, Massimiliano Amato e Ottavio Di Grazia.
Che sul Belpaese gravassero le ombre di un passato prossimo poco conosciuto, neutralizzato con il preciso scopo di celare verità imbarazzanti e poco lusinghiere, è emerso in più occasioni. «Non solo per via di quell’amnistia che, nel 1946, a poco più di un anno dalla fine della guerra, cancellò con un colpo di spugna tutti – o quasi – i crimini commessi dai fascisti in Italia e fuori dai confini del Regno (la sola ex Jugoslavia aveva invano chiesto l’estradizione di ben 729 presunti criminali di guerra per poterli processare), ma anche – ricordano Amato, Di Grazia e Pirozzi – per i troppi silenzi». Silenzi giustificati dalla necessità di garantire la continuità dello Stato, dopo il disfacimento di quello fascista.

Paradigmatica è la vicenda che ebbe per protagonista Gaetano Azzariti, che quattordici anni dopo aver occupato la poltrona più alta del Tribunale della razza, la più ignobile e corrotta tra le istituzioni dell’Italia fascista e antisemita, veniva eletto alla presidenza della Corte Costituzionale, divenendo nei fatti la quinta carica dello Stato. Era il 6 aprile 1957. Dodici anni dopo, il 24 marzo 1969, un verbale della Commissione toponomastica e una delibera di Giunta, portano a compimento un processo di mistificazione storica e politica cominciato un quarto di secolo prima, con la silente complicità di chi doveva celebrare il funerale politico del fascismo e delle persone più direttamente compromesse col ventennio nero. Si tratta di poche righe che, nero su bianco, sintetizzano l’idea che si era fatta dell’illustre concittadino anche l’esecutivo presieduto dal sindaco democristiano Giovanni Principe, nel momento stesso in cui concedeva il disco verde all’iniziativa: “Nel 1931 – si legge nella delibera della Giunta Municipale di Napoli del 6 luglio 1970, numero 148 – era presidente di Corte d’Appello. Messo a riposo nell’ultimo periodo della guerra dai fascisti della Repubblica Sociale, dopo la liberazione riprese la sua attività. Ministro di Grazia e Giustizia nel gabinetto Badoglio, firmò il decreto per la scarcerazione dei prigionieri politici; quelli contro gli illeciti arricchimenti e contro la pena di morte. Giudice della Corte costituzionale nel 1955 e di essa presidente nel 1957”. «Settanta parole, che occultando – come era già accaduto tredici anni prima – una parte della verità hanno contribuito a perpetuare una narrazione dei fatti quanto meno distorta. Talmente distorta e fuorviante – scrive Nico Pirozzi autore del saggio “Gaetano Azzariti, il camaleonte del secolo breve” – da rischiare di consolidarsi nel tempo e nel ricordo, senza possibilità d’appello. Sì perché ci sono voluti altri quarantacinque anni per ripristinare la verità nella piccola traversa del Borgo degli Orefici. Una verità storica e anche politica riaffermata solo il 17 novembre 2015, con la rimozione della targa col nome di Gaetano Azzariti e la contestuale posa di quella riportante le generalità di una neonata: Luciana Pacifici, la più piccola delle vittime napoletane della Shoah, deportata (e morta) ad Auschwitz a otto mesi».

In foto Pietro Badoglio

Di Badoglio, o meglio del maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, capo del Governo dal 25 luglio 1943 all’8 giugno dell’anno dopo, la maggioranza degli italiani sa – giusto per confrontarci con il presente – che guidò un governo militare dopo la caduta di Mussolini; che fu uno dei maggiori responsabili dello sfaldamento dell’esercito, dopo la firma dell’armistizio con i governi Alleati del settembre 1943. Alcuni, ma non tanti, sanno che fu lui ad autorizzare l’uso dei gas tossici sulla popolazione civile della Libia e dell’Etiopia, e che per questo motivo il suo nome fu inserito nella lista dei criminali di guerra dell’Onu, anche se non venne mai processato. Pochissimi invece sanno che la storia di quest’uomo ammaliato dal potere e da tutto ciò che da esso derivava, era cominciata molto prima, nella valle dell’Isonzo. E che proprio lui – ci ricorda Massimiliano Amato, autore del saggio “Pietro Badoglio, l’ossessione del potere” – è stato uno dei principali responsabili della disastrosa disfatta di Caporetto, del novembre del 1917. Beata ignoranza o, al contrario, paradigma dei difetti di un Paese che è stato più attento al censo che non ai meriti?
Storia diversa è, invece, quella del vescovo austriaco Alois Hudal, il regista della “ratline” che, nell’immediato dopoguerra, in nome dell’anticomunismo e della lotta al bolscevismo dei senza Dio, offrì protezione e falsi documenti a migliaia di criminali nazisti, fascisti e ustascia croati, in fuga dalla giustizia. Ma analizzare la figura dell’alto prelato austriaco ha significato anche indagare sul ruolo ricoperto dalla Chiesa e da papa Pio XII negli anni del nazismo. Un dibattito ancora lontano dal potersi dire concluso, lascia intendere Ottavio Di Grazia, autore dell’interessante saggio “Alois Hudal, il vescovo di Hitler”.

In foto Alois Hudal

Non hanno invece mai avuto alcuna notorietà il capo di prima classe nocchiere Carlo Orlandi e l’ammiraglio Gino Biancheri, entrambi ritrovatisi al centro della storia solo per un caso. Sottufficiale della Regia Marina, il primo; responsabile del Comando navale dell’Asse di Biserta, in Tunisia, l’altro. Le loro vicende – narrate nei due saggi scritti da Nico Pirozzi “Luigi Biancheri, l’ammiraglio che sfidò il boia dei Gaswagen” e “Carlo Orlandi, l’angelo del ‘Pentcho’” – gettano uno squarcio di luce sulle cosiddette microstorie che, spesso, hanno fornito il tassello mancante alla “grande” storia. Chiarendo – giusto per fare un esempio – perché appena solo poche decine dei circa quattrocentomila ebrei Nordafricani furono deportarti nei campi della morte nazisti, nonostante rientrassero nel programma “Endlösung der Judenfrage”, presentato da Eichmann ai partecipanti alla Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942. Tutto merito degli Alleati che bloccarono il programma di sterminio, o anche di qualcuno che disse «No, ho altro a cui pensare» a chi gli chiedeva l’uso delle navi per deportare degli ebrei in Europa?

In foto Luigi Bianchieri

Conclude il lavoro quello che più che essere il capitolo finale di un libro (“Costermano, l’ambiguità della memoria”, scritto da Nico Pirozzi) è una riflessione sul sempre più confuso significato del termine memoria. Quella che – come nel caso del cimitero tedesco di Costermano, ma anche in quello di Santa Maria Capua Vetere – continua a riservare più attenzione ai carnefici che non alle vittime. Una memoria congegnata in maniera tale da provocare, attraverso la ripetitività dei rituali, una vera e propria indigestione (nel giorno istituzionalmente dedicato a qualcosa o a qualcuno), e un prolungato digiuno nei successivi 364 giorni. E poco importa se da ricordare c’è la Shoah o la fame nel mondo, le foibe o le vittime delle mafie, i nonni o i migranti: il menù è sempre lo stesso. Indigeribile. Soprattutto per Hanna Arendt, per la quale la memoria non è qualcosa di tenace. Forte. Al contrario, «ha bisogno della nostra protezione» per sopravvivere. Quella “protezione” che proprio le istituzioni non le hanno garantito. Ed è lungo questa direttrice, lastricata da decenni di bugie e di mezze verità, da un lato, e di totale rimozione, dall’altro, che si è sviluppata la falsa e fuorviante narrazione dell’Italia del Novecento. Che oggi, con un po’ troppo ritardo, scopriamo essere anche l’ingannevole racconto dell’Europa. Un continente troppo occupato a confrontarsi con i suoi egoismi, certamente ignaro dell’avvertimento del filosofo e scrittore spagnolo George Santayana che, più di un secolo fa, ammoniva: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo».

In foto il cimitero tedesco di Costermano