La Chiesa ed il difficile Governo delle aspettative

La Chiesa Cattolica afferma il valore della santità e proclama la “comunione dei Santi”; ma affinché i santi abbiano davvero valore esemplare e siano d’insegnamento e di guida a quanti restano ad operare nel mondo, è opportuno che le canonizzazioni di nuovi santi siano eventi straordinari. Tanto più preziosi e significativi, quanto più rari. Sono stati proclamati santi dei veri e propri giganti del pensiero, come Agostino d’Ippona o Tommaso d’Aquino; ma prima ancora anche l’evangelista Giovanni , a prescindere dall’incertezza sulla sua identità storica, fu sicuramente un pensatore di straordinaria levatura. Sono stati proclamati santi dei mistici, come Antonio abate, uno dei soggetti preferiti della pittura di orientamento sacro per il tema delle tentazioni. Sono stati proclamati santi i fondatori di importanti ordini religiosi, i quali poi hanno lasciato una rilevante impronta nel corso storico. Penso a Benedetto da Norcia, a Domenico di Guzman , o a Francesco d’Assisi. Per fermarci ad un periodo precedente la Riforma protestante. Sembra che oggi si indulga troppo a quella che gli osservatori malevoli chiamano la fabbrica dei santi. La moneta inflazionata si svaluta; potrà apparire improprio il richiamo a questa regola economica, ma proclamare troppi santi non significa rendere un buon servizio alla causa stessa della santità. C’è poi qualcosa di stridente nel fatto che un Papa proclami santi altri Papi suoi predecessori; pensando male, si potrebbe interpretare questa scelta come espressione dell’aspettativa che, in prosieguo di tempo, altri Papi si comportino nello stesso modo con lui. Prima di Giovanni XXIII (Roncalli) e di Giovanni Paolo II (Wojtyla) l’ultimo Papa proclamato santo era stato Pio X (Sarto), nel 1954. La verità è che il Papa, il quale dovrebbe essere fondamentalmente un’autorità spirituale, esercita un ruolo che è anche politico e diplomatico nei rapporti fra le potenze di questo mondo. La smania di fare santo Papa Wojtyla — “santo subito!” si gridava nelle piazze già all’annuncio della sua morte — ha qualcosa a che vedere con la caduta del muro di Berlino, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ossia la storica sconfitta del comunismo realizzato? Se così è, siamo su un piano completamente diverso rispetto a quello su cui si dovrebbe basare un giudizio di santità. L’invocazione “santo subito!” ci porta al nucleo della questione: il ruolo sociale delle religioni e l’autorità dei Capi religiosi si sono venuti trasformando per effetto della diffusione sempre più pervasiva dei mezzi di comunicazione di massa. In un pianeta reso piccolo dalla globalizzazione e dall’interconnessione degli strumenti di informazione, l’Autorità religiosa di riferimento viene avvertita come sempre più vicina e familiare. Naturale, quindi, pensare di coinvolgerla nella soluzione dei problemi pratici dell’esistenza; naturale affidarle un improprio ruolo di riscatto economico-sociale e finanche politico. Papa Benedetto XVI ha cercato di mettere in discussione, sul piano teorico, la mentalità dominante del mondo moderno. Ha affrontato la gigantesca questione del relativismo dei valori; ossia la tendenza di ciascuno a fabbricarsi una propria morale su misura dei propri gusti. Per questo è stato avvertito come antipatico ed autoritario. Papa Francesco risulta simpatico ed è popolarissimo perché “liscia il pelo alla piazza”; ossia dice le cose che la gente ama ascoltare. Da semplice osservatore esterno, penso che un’Autorità morale abbia il compito di guidare, di indirizzare, di dire anche parole severe quando sia il caso. Inseguendo le grida “santo subito!”, temo che non si andrà molto lontano.

di Livio Ghersi