La Cina e l’Europa in Africa: due modelli di cooperazione a confronto

La Cina sta cercando di diversificare l’acquisizione di risorse naturali e sviluppa mercati per le sue esportazioni e, come visto, è fra i maggiori Paesi donatori. I due grandi Forum sino-africani del 2006 e del 2015 sono stati pressoché ignorati dai mass media europei, a causa delle suddette critiche all’Impero di Mezzo per come affronta la questione diritti umani.
Però quello che ci chiediamo è il perché se il sistema cinese è vincente nel conquistare materie prime ed è accolto senza diktat dagli africani, l’Europa non riesce ad approdare in Africa, se non con miserabili e degradanti elemosine? Ancora una volta l’Unione Europea cerca di dettare regole di moralità all’Africa, sul tipo: «Noi ue siamo migliori dei Cinesi». Ma se è vero che siamo “migliori”, perché l’Africa volge, invece, lo sguardo ad Oriente snobbando il buonismo liberal-chic?
Per cui quando si partecipa a convegni e conferenze sia come relatori o spettatori – si è assolutamente stufi di ascoltare che la Cina è “cattiva” perché commercia con chi non è “buono”, mentre l’Europa e gli Stati Uniti d’America sono “buoni” in quanto vogliono mercanteggiare solo con chi diverrà “buono”, magari inducendolo ad esserlo nei modi che conosciamo. Però coloro che sono “cattivi” in attesa di divenire “buoni” che dovrebbero fare?
Penso che la risposta giaccia in un libro di oltre dieci anni fa (Cecilia Brighi, Irene Panozzo, Ilaria Maria Sala, Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l’Africa, Milano, O barra O, 2007), quando le Autrici, in modo sottilmente chiaro, riferito alle aziende bianche, scrivevano: «costrette a rispettare le convenzioni e le regole dettate dall’Ilo, dall’Ocse, nonché le norme ambientali e di sicurezza, le leggi nazionali e i contratti dei Paesi di appartenenza» delle suddette «costrette».
L’ipocrisia del famoso fardello, distrutta da un semplice participio passato di genere femminile e numero plurale: costrette. Se un’istituzione costringe a essere “buono” chi per convenzione kantianamente “buono” dovrebbe esserlo già per sistema di produzione e direzione della società civile, vuol dire che c’è qualcosa che non va: di gravissimo.
La Cina ha ingenti interessi economici nel Continente. Penetrazione commerciale, sviluppo della collaborazione nel settore delle fonti energetiche, investimenti e crediti agevolati sono attività che hanno conosciuto, a partire dalla fine degli anni Novanta, una crescita spettacolare nelle relazioni tra Pechino e Paesi africani: non vi è dubbio che la caratura politica delle relazioni Cina-Africa si sia fortemente ispessita. L’interesse cinese per l’Africa si spiega, soprattutto, per la vastità dei territori, la ricchezza di risorse naturali e l’enorme potenziale di sviluppo del Continente.
I principi generali e gli obiettivi della politica cinese poggiano soprattutto sulla definizione di un partenariato strategico con l’Africa, fondata sull’uguaglianza politica e sulla cooperazione economica di tipo paritario: il modello Bandung annunciato da Zhou Enlai nel 1955. Esso si fonda sul rispetto degli interessi di entrambi i Paesi e in cui tutte le parti risultano beneficiare della collaborazione. Ed infatti la caratteristica più impressionante è che l’attività di scambio commerciale tra Cina e Africa cresce in maniera molto più veloce e significativa rispetto a quella con Europa e Stati Uniti.
Gli interessi sono concentrati principalmente nel settore delle materie prime e dei prodotti energetici: l’approvvigionamento petrolifero costituisce infatti un nodo centrale della crescita economica cinese, tanto più se tiene di conto del fatto che una riduzione delle forniture, e comunque una domanda nettamente superiore all’offerta, permetterebbe al mercato internazionale di tenere sotto controllo i prezzi delle risorse energetiche, il che potrebbe essere un disastro per un Paese che ha fatto dei prodotti a basso costo e della capacità di esportare deflazione il suo principale fattore di competitività internazionale.
A partire dalla metà degli anni Novanta, le tre maggiori compagnie petrolifere cinesi a direzione statale, la cnpc (China National Petroleum Corporation), la cnooc (China National Offshore Oil Corporation) e la sinopec (China Petroleum and Chemical Corporation), hanno assunto un ruolo crescente in Africa, sia nella prospezione e nello sfruttamento, sia in attività correlate, come la costruzione di raffinerie e oleodotti, avviando con le compagnie petrolifere occidentali un’attiva competizione che ha registrato non pochi successi. L’economia cinese ha bisogno di enormi quantità di energia.
Al 20 agosto 2020, nella lista dei fornitori di petrolio della Cina, l’Africa è seconda solo al Medio Oriente (44,25%: Angola 9,5%, RD del Congo 2,3%, Libia 2%, per un totale del 13,8%
Se si considerano gli accordi stipulati nel corso degli ultimi anni, appare del tutto probabile che il peso della Cina come sbocco del petrolio africano sia destinato ad aumentare notevolmente. Inoltre, come già accennato, l’Africa rappresenta per la Cina uno sconfinato potenziale mercato per i propri prodotti economici, in special modo provenienti dai settori tessile e tecnologico.
Pechino può infatti riuscire a competere con facilità, grazie alla manodopera a basso costo e alla produzione su scala industriale, con i prodotti artigianali locali, specie per ciò che riguarda il mercato dell’abbigliamento (tutt’altro che saturo). Per di più può ricoprire il Continente nero di prodotti non ancora diffusi tra la popolazione, rendendo accessibili tecnologie e servizi fino ad oggi inarrivabili.
La capacità della Cina di riuscire a mantenere i costi di produzione, e quindi i prezzi, bassissimi, insieme a un auspicabile miglioramento delle condizioni economiche della gente del posto, apre le porte a prospettive commerciali di tutto rilievo, che proiettano i rapporti di scambio sino-africani ben oltre le statistiche note.
Basti pensare che nello EY Attractiveness Program Europe: How can Europe reset the investment agenda now to rebuild its future?, pubblicato nel maggio 2020, si cita l’Africa solo a p. 31. alla domanda: “How will you change your supply chain model in response to COVID-19?”: “Rather than a massive reshoring movement, 83% of the surveyed executives expect a regionalization of supply chains, with a rapprochement of certain production sites and their value chains at the borders of the EU and Africa”.