La Cina scopre il lavoro dopo l’intelligenza artificiale

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Tra neolaureati, agenti intelligenti e imprese individuali, Pechino prova a governare una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma il patto sociale. Una lezione che interpella direttamente anche Europa e Italia.

di Giovanni Di Trapani

Il numero da cui partire è 12,7 milioni. Sono i giovani che nel 2026 escono dalle università cinesi e si affacciano su un mercato del lavoro già attraversato da una trasformazione profonda. Non si tratta più soltanto dell’automazione industriale o della digitalizzazione dei servizi. La novità è l’ingresso degli agenti di intelligenza artificiale nella quotidianità delle imprese: sistemi capaci non solo di generare testi o analizzare dati, ma di eseguire processi, coordinare flussi, produrre contenuti, assistere clienti, verificare documenti e sostituire una parte crescente delle attività operative a minor valore aggiunto.
La Cina osserva questo passaggio con due linguaggi diversi. Il primo è quello istituzionale. Nei media ufficiali l’IA viene raccontata come una forza di abilitazione generale, chiamata a “dare potere” a settori produttivi, mestieri e professioni. I dati del primo trimestre indicano quasi tre milioni di nuovi posti urbani, una disoccupazione urbana intorno al 5,3 per cento e una domanda di profili legati all’intelligenza artificiale in forte crescita. È la narrazione della transizione ordinata: non meno lavoro, ma lavoro diverso; non espulsione, ma riqualificazione; non crisi delle competenze, ma nascita di nuove figure, dagli addestratori di sistemi agli esperti di conformità, fino ai progettisti di processi aumentati. C’è, tuttavia, un secondo linguaggio, meno rassicurante. In questa lettura l’IA entra prima nei segmenti più standardizzabili: funzioni di supporto, attività amministrative iniziali, controllo qualità, reportistica, customer service, produzione di contenuti, traduzione, marketing digitale. Sono proprio gli spazi in cui molti giovani laureati imparavano il mestiere. Se l’agente intelligente assorbe la prima soglia di ingresso, il problema non è solo occupazionale: è formativo. Viene meno il luogo in cui il capitale umano inesperto diventa esperienza. Il rischio non è soltanto perdere posti di lavoro, ma perdere il primo gradino della scala professionale.
Il caso NetEase, al netto delle smentite dell’azienda rispetto all’ipotesi di un “licenziamento totale via IA”, è diventato emblematico perché mostra la zona grigia della trasformazione: non grandi annunci traumatici, ma arretramento progressivo di posizioni esterne, outsourcing e ruoli base. Non è detto che ogni timore corrisponda a un dato strutturale, ma è significativo che il timore sia diventato un fatto sociale. La frase attribuita a un lavoratore in outsourcing restituisce bene il senso del passaggio: prima la linea di taglio riguardava i ruoli intermedi, poi è scesa ai junior, ora raggiunge gli esterni. In questa tensione si comprende anche il fascino della One Person Company, l’impresa di una sola persona resa possibile dagli agenti intelligenti. È l’altra faccia del medesimo fenomeno. La stessa tecnologia che comprime alcuni ruoli d’ingresso può consentire a un singolo professionista di amministrare, comunicare, vendere e servire clienti con una capacità organizzativa prima riservata a micro-team. L’IA diventa così infrastruttura di autonomia, ma anche fattore di selezione: premia chi possiede capitale cognitivo, relazionale e imprenditoriale; penalizza chi cercava nel primo impiego il tempo lento dell’apprendimento.
La giurisprudenza cinese comincia a misurarsi con questo nodo. Le decisioni emerse a Hangzhou e in precedenti casi arbitrali non bloccano l’innovazione, ma segnano un principio: l’efficienza tecnologica non può, da sola, scaricare sul lavoratore il costo della transizione. Dire che un algoritmo può fare una parte del lavoro non equivale automaticamente a rendere legittimo l’allontanamento della persona. È un punto decisivo, perché sposta la discussione dal piano puramente tecnico a quello della responsabilità organizzativa e sociale. La Cina, in fondo, sta discutendo una domanda che riguarda tutti: che cosa accade quando la tecnologia non sostituisce soltanto mansioni ripetitive, ma la soglia stessa dell’apprendistato professionale? Se l’intelligenza artificiale diventa requisito obbligatorio e non più competenza aggiuntiva, il lavoro del futuro non sarà diviso semplicemente tra chi usa l’IA e chi non la usa. Sarà diviso tra chi dispone degli strumenti per governarla e chi ne subisce la logica organizzativa.
La vicenda cinese diventa una lezione anche per l’Europa e per l’Italia. L’Unione europea ha scelto la strada della regolazione, con l’AI Act, provando a costruire un modello fondato su sicurezza, trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti. È una scelta necessaria, ma non sufficiente. Regolare l’intelligenza artificiale non basta se, parallelamente, non si riorganizzano formazione, politiche attive, università, imprese e pubbliche amministrazioni. L’Italia, con la Strategia nazionale 2024-2026, ha individuato ricerca, imprese, pubblica amministrazione e competenze come assi di intervento. La vera sfida sarà trasformare questi assi in politiche operative capaci di accompagnare le transizioni professionali prima che diventino crisi occupazionali. Per il nostro Paese il tema è particolarmente delicato. L’Italia ha un tessuto produttivo composto in larga parte da piccole e medie imprese, professioni intellettuali, servizi avanzati, amministrazioni pubbliche e filiere territoriali. L’intelligenza artificiale può aumentare produttività, qualità dei servizi e capacità competitiva; ma può anche accentuare divari tra imprese attrezzate e imprese marginali, tra lavoratori formati e lavoratori esposti, tra territori in grado di attrarre competenze e territori destinati a subirne la perdita.
La questione, dunque, non è se l’IA creerà o distruggerà lavoro in termini astratti. La questione è chi guiderà il cambiamento, con quali strumenti e con quale idea di società. La Cina guarda all’intelligenza artificiale come a una leva industriale e, insieme, come a una variabile del proprio patto sociale. L’Europa e l’Italia non possono limitarsi a guardare. Devono costruire un modello nel quale innovazione, tutela e formazione permanente procedano insieme. Non per difendere nostalgicamente il lavoro com’era, ma per garantire che il lavoro che verrà resti uno spazio di dignità, apprendimento, autonomia e partecipazione.