La creazione della fiducia

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In foto un dipinto di Paolo Righi

Dubitare di tutto o credere a tutto
sono due soluzioni ugualmente comode
che ci dispensano, l’una come l’altra, dal riflettere
Jules Henri Poincaré

di Ugo Righi

Nella sfida competitiva vince chi potenzia maggiormente lo “strumento” fondamentale per ottenere la fiducia: la relazione.

La fiducia è l’atteggiamento verso un’altra persona basato sulla convinzione che questa non farebbe nulla contro di noi anche se ne avesse la possibilità e ne potesse trarre un vantaggio personale.
La fiducia dipende dalla capacità di scoprire o inventare interessi, vantaggi comuni e da relazioni di cooperazione. Ma la fiducia non è una preesistente miracolosa condizione relazionale che promuove azioni cooperative ed obiettivi comuni fra persone ma, invece, avendo obiettivi comuni e cooperando per realizzarli, si può generare fiducia. Questa è una distinzione fondamentale.
La fiducia allora serve sempre nelle relazioni, ma può avere importanza marginale o fondamentale.
Credo, per capirlo, occorra considerare:
1. Il tempo della relazione(breve o lungo periodo, una tantum o continuativa).
2. La complessità-rischiosità della prestazione e/o della relazione.
In generale, in relazioni o situazioni semplici, la fiducia tra le parti non è necessaria più di tanto.
Non ho bisogno di fidarmi del giornalaio che “occasionalmente” mi fa pagare i giornali che ho comprato, anche se si sbaglia e mi fa pagare un euro in più, il danno non è grave e io ho i giornali.
Quando invece una relazione (talvolta anche nel breve periodo, ma soprattutto nel lungo) è complessa, la fiducia è indispensabile.
Se riflettiamo sulla “natura” della nostra fiducia, ovvero poniamo attenzione al suo oggetto, la distinzione è quella fra una fiducia centrata sulla “persona” ( considera la componente etica) ed una fiducia centrata sulle “competenze” che chiamo affidabilità.
Ci sono situazioni in cui non è indispensabile siano presenti entrambe e altre che invece lo richiedono e il loro potenziamento rappresenta grande vantaggio competitivo, se si vuole continuare il rapporto.
Mi spiego meglio: posso per esempio fidarmi completamente del taxista in una città che non conosco, in quanto scommetto sul fatto che sappia l’indirizzo dove devo andare e riesca a portarmici nel più breve tempo possibile.
Non sento il bisogno di fidarmi di lui come essere umano ed essere sicuro che educhi bene i suoi figli. Lui è il fornitore di una soluzione.
Inoltre non lo rivedrò più.
Al contrario, posso fidarmi invece totalmente di mia sorella Marisa senza sentire la necessità di dover avere una fiducia sulle sue capacità meccaniche.
Nel caso del taxista confido che sia in grado di risolvere la mia specifica esigenza contingente; nel caso di mia sorella confido invece nel fatto che, in “tenga a me a priori, che pensi al mio bene”
Come dicevo in molti casi quando la posta in gioco è rilevante le due prospettive ( il piano professionale e quello personale) si intersecano, cioè si ha la necessità di fidarsi sia delle competenze specifiche,( affidabilità) che della persona in quanto tale (fiducia): è il caso tipico del rapporto di partnership che si può avere con un collega, con un socio, con un collaboratore, con certi fornitori e certi clienti o con il proprio leader.
Con soggetti che per forza o per scelta continuerò a incontrare.
O anche per esempio con chi deve in qualche modo avere a che fare con il mio benessere, ad esempio con il mio denaro.
La fiducia nel contesto bancario diventa un aspetto veramente centrale.
Il denaro insieme alla salute è una delle principali componenti che determinano il benessere quindi chi agisce in questi mondi tocca livelli di sensibilità fondamentali.
Ma mentre per la salute prevale probabilmente la componente dell’affidabilità, perché devo credere che il medico che mi deve operare lo farà bene anche se non è in particolare situazione empatica con me. Sono in una logica di “dipendenza perché è impossibile convalidare cognitivamente le sue decisioni anche se sarà apprezzabile il suo tentativo di dialogare con me per raggiungere il più alto livello di interdipendenza possibile.
Ma entrambi abbiamo lo stesso scopo: la mia salute. Nel caso del professionista bancario mi aspetto che oltre ad essere competente in quello che fa, sappia agire per il mio vantaggio e benessere.
Deve essere in grado di entrare in relazione con me, devo potermi fidare di lui, soprattutto se mi chiede di continuare ad avere rapporti professionali.
Esiste sempre, tra chi detiene le informazioni e chi no, un divario, uno squilibrio contingente di potere, che determina una fisiologica dipendenza e, oltre questo ,non è chiaro che il vantaggio sia comune per forza e che il rapporto di potere non sia a somma zero.
Abbiamo storie recenti che convalidano pregiudizi sul sistema bancario,nobilitandoli al ruolo di giudizi e inchiodando in termini etici molti ruoli dei sistemi in oggetto.
In questo mondo quasi la fiducia diventa qualcosa di necessario per poterla poi conquistare.
Solo con la fiducia possiamo poi riuscire a fidarci. Questo è uno scenario davvero di altissima complessità e richiede una competenza sociale notevole, oltre alla consistenza dei propri fini etici come precondizione.
Qualsiasi sistema che vuole vincere la sfida competitiva deve imparare oltre ad essere bravo, ad essere vero e quindi deve potenziare, oltre che l’idea di credibilità delle affermazioni che propone, un sentimento di autenticità, che deriva da una componente non insegnabile se non c’è, ma potenziabile se esiste, ed è quella dell’autenticità dell’interesse all’altro e quindi del suo ascolto.