La difficile rinascita della Siria

Sono ormai trascorsi dieci anni da quando una pacifica manifestazione contro il regime di Bashar Al Assad organizzata dagli studenti di Deraa è stata repressa brutalmente dalla polizia e dalle forze armate governative, innescando una catena di eventi che ha precipitato la Siria in una terribile guerra civile.
Nei combattimenti, che hanno visto la distruzione totale di città storiche come Aleppo e Raqqa, del sito archeologico patrimonio dell’Unesco di Palmyra e di una buona parte della capitale Damasco, sono morti circa 250.000 combattenti di tutte le parti in conflitto (soldati lealisti, guerriglieri dell’ ISIS, combattenti irredentisti curdi, militanti islamisti della “Syrian Liberation Army”, miliziani delle “Syrian Democratic Forces) e almeno 230.000 civili, vittime della brutale occupazione da parte delle truppe del Califfato Islamico o “vittime collaterali” dei combattimenti e dei bombardamenti di villaggi e di città.
Il conflitto civile si è rapidamente trasformato in una “piccola guerra mondiale”, con l’intervento armato di diversi attori extraregionali: i turchi a fianco dei ribelli islamisti, i russi e gli iraniani a sostegno del governo di Damasco e gli americani a supporto dei curdi e dei “democratici” delle “Syrian Democratic Forces”.
In questi dieci anni 5,6 milioni di siriani sono fuggiti dal Paese e vivono precariamente in campi profughi nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Turchia.
6,7 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e sono considerate “internally displaced”, cioè profughi all’interno dei confini siriani, mentre almeno 5 milioni di persone intrappolate nelle regioni del Nordovest siriano e nella regione di Idlib, dove agiscono ancora le truppe sbandate del Califfato Islamico, sono bisognose di assistenza umanitaria.
Secondo i dati dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, oltre 13 milioni di siriani hanno perduto tutto e sopravvivono grazie agli aiuti governativi e alla carità internazionale.
Oltre a questa catastrofe umanitaria, il governo di Assad (che è stato confermato presidente della Repubblica per un quarto mandato) deve fronteggiare un’emergenza economica che, iniziata dopo i primi scontri del 2011 si è progressivamente aggravata durante la guerra civile.
Secondo la Banca Mondiale la perdita in termini di PIL tra il 2011 e il 2016 si è aggirata intorno ai 226 miliardi di dollari, mentre i costi della distruzione di abitazioni civili e di infrastrutture superano i 117 miliardi di dollari.
I prezzi dei beni di prima necessità, come cibo e carburante, sono aumentati di 20 volte rispetto a prima del conflitto, mentre la sterlina siriana si è progressivamente svalutata.
Si calcola che almeno il 70% della popolazione sia attualmente sotto la soglia di povertà e disponga di scarse capacità alimentari. Secondo il World Vision International, l’aspettativa di vita per i bambini siriani nel 2021 è diminuita di tredici anni.
La situazione è ulteriormente peggiorata da un’imponente emergenza idrica: dallo scorso mese di gennaio il livello delle acque dell’Eufrate è diminuito al punto che, per mancanza d’acqua, le dighe di Tabqa e di Tishreen rischiano la chiusura, con gravi danni all’agricoltura, alla produzione di energia elettrica e alla fornitura di acqua corrente alle popolazioni di tutto il Nordest.
Anche il Covid non ha risparmiato questo disgraziato Paese, anche se le stime ufficiali –pur elevate- di contagiati e di morti sono poco attendibili per l’impossibilità, per le autorità sanitarie, di effettuare lo screening di massa necessario per conoscere la portata reale del contagio.
Sul fronte militare, la situazione resta ancora abbastanza confusa.
Le truppe governative sono riuscite, con l’aiuto russo e iraniano, a infliggere ai miliziani dell’ISIS una sconfitta quasi definitiva.
Gli uomini del Califfato, dopo essere stati espulsi da Aleppo, da Palmyra e da Raqqa (che era stata addirittura designata da Al Baghdadi quale capitale dello Stato Islamico”) sono in parte fuggiti nel deserto iracheno, da dove continuano a compiere azioni di disturbo contro le forze di Baghdad, e in parte si sono dispersi in piccoli gruppi nell’area desertica e montagnosa di Idlib e Deir Es Zor, nei cosiddetto triangolo Aleppo-Hama-Raqqa, dove proseguono un’attività di guerriglia fastidiosa e, a volte , sanguinosa che non ha nulla tuttavia a che vedere con le travolgenti vittorie che nel 2014-2015 le portarono vicine alla vittoria militare definitiva.
L’ISIS, oggi, si accontenta di compiere imboscate contro i convogli militari governativi ed estorsioni nei confronti della popolazione rimasta intrappolata nella regione, allo scopo di autofinanziarsi per motivi di semplice sopravvivenza.
L’esercito di Damasco, tuttavia, trova crescenti difficoltà a liquidare definitivamente la presenza dell’ISIS dal territorio siriano, sia per le difficoltà connesse con la necessità di controllare efficacemente una vasta sezione di territorio desertica e montagnosa, sia perché non è riuscito ancora ad avere completamente ragione dei guerriglieri curdi delle “Syrian Democratic Forces”, ancora appoggiati dagli Stati Uniti, sia perché deve anche fronteggiare le sparse formazioni armate islamiste della “Syrian Liberation Army” sostenute dalla Turchia.
Il regime di Bashar Al Assad, quindi, pur avendo evitato la sconfitta definitiva che tra il 2013 e il 2015 sembrava vicina, non può affrontare tranquillamente il problema della ricostruzione del Paese.
Il presidente siriano, dopo essersi assicurato con le elezioni (dall’esito scontato perché hanno votato a suo favore in massa solo gli alawiti e i cristiani, mentre i sunniti si sono in gran parte astenuti o sono stati “dissuasi” dal partecipare al voto) il quarto mandato sta tentando di rafforzare il suo governo riorganizzando i suoi apparati di sicurezza con uomini di sicura affidabilità e fedeltà.
Nello scorso mese di maggio, il presidente ha nominato il suo fedelissimo generale Jamal Mahmoud Younes, capo del Comitato per la sicurezza della regione orientale, responsabile della sicurezza anche del governatorato di Homs.
Younes, che proviene dal “feudo” della famiglia Assad di Latakia, è ritenuto molto vicino al fratello del presidente, Maher Al Assad, ai cui ordini ha servito nella Quarta divisione corazzata dal 2012 al 2013. Mahed è ritenuto molto vicino all’Iran e a Mosca.
Altro elemento di spicco del nuovo apparato di sicurezza siriano è il generale Ramadan Yusef Al Ramadan, anche lui alawita e sottoposto a sanzioni personali dall’Unione Europea, insieme al suo collega Younes, per il ruolo svolto nella repressione dei primi incidenti di Deraa del 2011.
Ramadan è stato nominato capo del Comitato per la sicurezza del dipartimento di Latakia, un’area estremamente sensibile perché è di fatto un’area sotto il controllo militare russo.
Assad si trova quindi nella necessità di contemperare le difficili esigenze di sconfiggere definitivamente la ribellione, risolvere la gravissima situazione economica e convivere nel modo più ragionevole possibile con la presenza di due ingombranti alleati, la Russia e L’Iran, che dopo avergli assicurato la sopravvivenza sembrano decisi a insediarsi in via permanente in territorio siriano.
La Russia, il cui aiuto è stato fondamentale nell’evitare il tracollo del regime di Damasco, continua a fornire supporto militare di cielo e di terra alla lotta contro i ribelli ancora in attività e a sfruttare il credito acquisito nei confronti del regime per rafforzare in modo stabile la sua presenza nella regione.

E’ dei primi di giugno la notizia secondo cui il Ministro della Difesa russo ha autorizzato l’avvio dei lavori per la ristrutturazione della base aerea di Khmeimim, nella regione di Latakia, dopo che già la pista di decollo e atterraggio è stata allungata per sostenere un traffico spedito (un aereo al minuto) di veicoli militari russi. Il nuovo aeroporto è stato addirittura usato qualche giorno fa per una misteriosa missione che ha condotto un aereo di Mosca all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.
Questo misterioso episodio dimostra che la presenza dei russi nell’area potrebbe addirittura essere funzionale alla ricerca di una stabilizzazione dei rapporti tra Gerusalemme e Damasco (Putin non ha mai fatto mistero della sua simpatia per Israele).
Di ben altro spessore e di ben altra pericolosità per la sicurezza israeliana è la presenza militare iraniana in Siria.
Teheran ha già una forte presenza militare nella regione: dal Libano, dove Hezbollah controlla politicamente e militarmente tutto il sud del Paese e tutta la delicata area che confina con la Galilea, all’Iraq, consegnato nelle mani degli sciiti filo iraniani da George W.Bush con la guerra del 2003.
Se, come denunciano fonti dell’intelligence israeliana, il programma nucleare iracheno è ripreso a pieno ritmo in contemporanea con lo sviluppo delle capacità di costruzione di missili balistici moderni ed efficaci anche come vettori di testate atomiche, nei prossimi anni la Siria potrebbe diventare, suo malgrado, un pericoloso avamposto nucleare ai confini di Israele.
Una prospettiva da incubo resa ancora più preoccupante dalla recentissima elezione a presidente della Repubblica dell’Iran di un sostenitore della linea dura come l’Ayatollah Ebrahim Raisi; una prospettiva che non aiuterebbe la Siria a uscire dalla sua crisi decennale, ma che, se Mosca non farà sentire la sua voce, la riporterebbe in prima linea nel confronto con Israele.