La diversità come opportunità e coraggio di essere sé stessi. Suzana Zlatkovic si racconta

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in foto Suzana Zlatkovic
di Emilia Filocamo
Con Suzana Zlatkovic non posso forse parlare propriamente di intervista. Lei, anima di tanti progetti che vanno dall’arte all’inclusione, artista, entusiasta, comunicatrice, si lega a ricordi troppo preziosi per essere inquadrata o risolta con un a tu per tu fatto di domande e di risposte. Il nostro incontro telefonico, arrivato a distanza di molti anni da quello fisico avvenuto a Ravello, è un ritrovarsi, un raccontarsi il fatto, il detto, i ricordi così come i progetti, le difficoltà così come la voglia di non arrendersi. Quindi, a chi leggerà questa intervista, chiedo la cortesia di considerare le domande semplicemente come “ passi” che ci hanno riavvicinate,  che ci hanno riportate al passato e poi, subito in avanti, così come accade nella vita di tutti i giorni. So che, ad ogni passo, l’esperienza di Teatro Buffo, compagnia formata da attori eccezionali caratterizzati da diverse disabilità e  di cui una splendida esibizione è arrivata diversi anni fa fino all’Auditorium Oscar Niemeyer di Ravello, sarà una costante, per quanto adesso lontana e conclusa. Accade così per le cose fatte bene, fatte con amore, passione e dedizione,  e molto altro è in arrivo perché Suzana è come la sua voce: ferma, pacata e al contempo vulcanica, decisa ma gentile.
Suzana, la tua definizione di arte intesa in tutte le accezioni possibili, dal teatro alla musica.
Considerando i tempi distopici che stiamo vivendo, la risposta è che l’arte è  tutto. E’ l’unico strumento che possediamo per tornare all’essenza, per sopravvivere alla battaglia contro l’algoritmo. Inoltre considero l’arte un filtro che permette di avvicinarsi a più linguaggi, di interpretarli. Chiusa l’esperienza con Anticorpi, intesa come impresa, continuiamo con l’associazione. Come strumento di scandaglio per arrivare a tutto ciò, utilizzo le mie interviste. Nel caso dell’esperienza di Anticorpi, ho avuto modo di intervistare diversi titolari di impresa che  dovevano, in qualche modo, incrociare la propria esperienza, i propri esordi lavorativi con il linguaggio artistico.  La domanda che mi poni è davvero molto bella e impone una riflessione profonda e molto ampia perché include ad esempio anche la scrittura, che è sicuramente una ulteriore forma di arte. Anche il mio progetto attuale,  Storie in presenza, include la scrittura. E’ un modo interessante per lavorare su sé stessi e  per conoscersi meglio e da questa “ conoscenza” si arriva poi ad incontrare anche l’altro. Nasce una vera e propria corrispondenza in cui l’arte fa da gancio.

Il tuo lavoro, tutti i tuoi progetti, sono sempre legati a barriere apparenti che poi vengono superate, ad ostacoli che si rivelano vincibili. Ci racconti i termini di questa sfida e, ovviamente, di questa vittoria?
Per risponderti devo innanzitutto dirti che considero l’altro e me stessa una sfida che si può vincere con l’aiuto della creatività. Innanzitutto la diversità stessa è un valore, permette di conoscere, di andare oltre. E’ come riflettere su qualcosa ma pensarla poi in mille versioni diverse. Se la barriera ad  esempio è  un tavolo, ci si può salire sopra e guardare oltre, se è un conflitto, il conflitto può trasformarsi in  opera teatrale o in opportunità. E’  un po’ quello che è accaduto nella mia vita: sono arrivata da Belgrado in Italia nel lontano 1995, avevo 23 anni e non parlavo la vostra lingua, non conoscevo nessuno. Ma ammiravo il vostro modo di parlare, la vostra gestualità, me ne sono innamorata e mi sono messa in gioco. Quando ti metti in gioco senza barriere, appunto, senza sovrastrutture, gli altri ti vedono per quello che sei, onesto, disponibile, capiscono che non vuoi nasconderti e allora interagire è più facile. Io ad esempio chiedevo di correggermi ogni qualvolta sbagliavo una parola in italiano perché volevo imparare bene. E questo mi ha aiutata tanto.
Il giorno più bello, a teatro, in Accademia, seguendo uno dei tuoi tanti progetti?
E’ difficile sceglierne uno specifico, i momenti belli, ad esempio se penso all’esperienza di Teatro Buffo, sono stati davvero tantissimi. Sono stati indimenticabili. Ricordo un periodo difficil:  eravamo in tournee a Gorizia ed eravamo tutti un po’ scossi per la scomparsa di un conoscente di Emilia. Dovevamo comunque in scena e ricordo che Emilia, una delle attrici di Teatro Buffo, scomparsa purtroppo piuttosto recentemente, sul palco, all’improvviso, con una pausa comica da professionista, perfetta, con una battuta sulle rane, fece esplodere letteralmente il pubblico in una risata sentita, sincera, partecipe. E poi ricordo tutte le nostre trasferte all’estero, come quella volta in Spagna: c’erano un entusiasmo ma anche una facilità nonostante i rischi, le difficoltà, partivamo con videomaker e regista per realizzare dei docufilm sulle varie esperienze. .
A cosa stai lavorando in questo momento?
Come ti accennavo il progetto a cui sto lavorando è Storie in presenza che si compone di varie sezioni: ci sono i ritratti narrativi, le interviste guidate, la fotografia narrativa e  molti altri linguaggi. Spesso gli intervistati si propongono spontaneamente. Mi è capitato con il ritratto narrativo di Franca, una donna di 78 anni che ho conosciuto alla Facoltà di Psicologia e che mi ha aiutato con l’esame di statistica. Ha deciso spontaneamente di raccontare la sua storia. Le interviste guidate, invece, sono quelle in cui attraverso altri linguaggi artistici, video brevi, immagini e parole ,racconto un astoria. La fotografia narrativa invece vede direttamente la foto diventare protagonista con  la creazione del set e di  tutto il necessario corredo. E poi   sto lavorando al laboratorio creativo dell’Accademia LaNormalità, guidata da Giusi  Nazzarro, che ne è ora il presidente.
Suzana la tua definizione di diverso?
Dico sempre che siamo tutti diversi ma il confronto, l’arte e la creatività riescono a coprire quell’apparente distanza tra il nostro essere diversi. Anche le diversità più propriamente fisiche o mentali non le percepisco come un differenziale nel senso stretto del termine, sono soltanto diversi modi di essere che non tolgono nulla  e che non sminuiscono. E questo si arricchisce anche di un modo di relazionarsi che è diverso per ciascuno ma che permette di celebrare sé stessi e ciò che si è veramente, con onestà.
Il mondo di Suzana Zlatkovic è un mondo che mi piace: non ci sono barriere, dossi, ostacoli insormontabili, differenze da guardare con  occhio critico, con scetticismo. Il suo mondo è un mondo che abbraccia, quello di cui ognuno di noi avrebbe davvero bisogno  e in cui ogni differenza è uno splendido dono da condividere.