La fiducia nel boom dopo il Covid? Non basta. Il mercato va guidato. Serve un nuovo multilateralismo

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di Amedeo Lepore

Mentre le relazioni internazionali hanno recuperato un corso di efficaci confronti multilaterali e di scelte essenziali per il prossimo futuro, si sta tentando una via di uscita ragionevole dal “disaccoppiamento” tra Cina e Stati Uniti, imperniata sulle risposte comuni alle ardue emergenze di quest’epoca: la salute e il clima. Uno scenario del tutto diverso da quello di una presunta deglobalizzazione, che ha fatto scrivere molto, con troppa fretta e approssimazione, prefigurando un’involuzione senza rimedio delle catene del valore in ambiti di circoscritta dimensione regionale. Il contesto generale sembra, al contrario, predisporsi a un rilancio in grande stile dell’economia globale, non fosse altro che per il paragone con altri periodi di gravi crisi esogene. I principali aspetti delle fasi di ripresa dopo la pandemia, secondo “The Economist”, sono tre: lo slancio della spesa dei consumatori, a seguito di un eccesso di risparmio; la nascita di molte nuove imprese e l’impiego di tecnologie innovative, che permettono di risparmiare lavoro; l’incremento dei salari reali, a causa di un “meccanismo macabro” di riduzione della forza lavoro e di un aumento delle disuguaglianze. Tuttavia, le previsioni economiche attuali sono piuttosto incerte e si pongono, spesso, agli antipodi tra loro. Solo a febbraio di quest’anno, Ben Casselman affermava su “The New York Times” che a Wall Street e Washington si stava delineando “una prospettiva intrigante anche se indistinta: un boom post-Covid”, dato che gli analisti indicavano l’approssimarsi di un consistente rimbalzo, in grado di ridurre la disoccupazione, far lievitare i salari e stimolare una forte crescita. I capi economisti di tre grandi gruppi finanziari, a loro volta, hanno descritto un quadro a tinte rosa. Jan Hatzius di Goldman Sachs ha presagito un tasso di crescita molto elevato e una ripresa accelerata, a forma di V. Ellen Zentner di Morgan Stanley ha supposto un’ondata di consumi provocata dalla domanda fino ad allora repressa. Constance L. Hunter di KPMG ha paragonato il possibile balzo in avanti dell’economia al salto tecnologico verificatosi dopo la seconda guerra mondiale. Questo ottimismo è derivato dalla campagna di vaccinazioni e dal calo dei casi di coronavirus, ma anche dalla constatazione di danni strutturali – in termini di fallimenti e pignoramenti – più contenuti rispetto a quelli pronosticati durante le chiusure e prima della straordinaria spinta fornita dal piano di Biden. Alcuni economisti, invece, hanno paventato una recrudescenza delle ineguaglianze, che la pandemia ha già contribuito ad ampliare. Diversi altri osservatori hanno posto in evidenza il rischio di un surriscaldamento dell’economia e di una propagazione dell’aumento dei prezzi. In questi ultimi giorni, sulle colonne del “Financial Times”, Ruichir Sharma ha indicato due motivi rilevanti per dubitare dell’intensità e della durata di un “boom globale”, legati ad alcune crepe che si stanno aprendo nei meccanismi di sviluppo delle principali superpotenze. In Cina, che ha costituito più di un terzo dell’incremento dell’economia mondiale nell’ultimo lustro, l’iniziativa per frenare il consolidamento dei giganti tecnologici ha già visto ridursi la capitalizzazione del mercato digitale di un trilione di dollari circa. Negli Stati Uniti, che hanno rappresentato quasi un quinto della crescita globale in questi stessi anni,
i risparmi potrebbero essere indirizzati, anziché verso un aumento sostenuto dei consumi, solo in parte in spesa aggiuntiva, essendo, per il resto, custoditi in deposito o utilizzati per il pagamento dei debiti. Queste preoccupazioni potrebbero estendersi per gli effetti della variante Delta, una nuova fonte di incertezza che si affianca ai timori di inasprimento dell’inflazione. Gli iniziali segni di ripresa, che si sono manifestati finora, vanno interpretati come le radici di una possibile rifioritura, ma non come un “boom che fa tutto per noi”, secondo l’espressione dell’economista Tara Sinclair. Occorre, perciò, un intervento che affronti i problemi che il mercato non è capace di risolvere da solo. Il multilateralismo di cui si avverte la necessità deve favorire, dunque, dopo la fase di sostegno alla domanda interna, un’azione di carattere globale per scongiurare un circolo vizioso di debito inarrestabile e di ostacoli allo sviluppo.