La fine dell’ anno non deve coincidere con la fine di un sogno

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Le giornate che stanno accompagnando la fine dell’ anno, per gli italiani sono foriere di un marcato senzo di tristezza. Essa va oltre la malinconia evidenziata dal Censis nel suo rapporto annuale, presentato qualche giorno fa. C’è dell’ altro. La sensazione di tristezza accennata appare piuttosto diffusa in tutta la EU, in tutte le classi sociali e presente nelle varie fasce d’età. Del resto, è difficile immaginare come potrebbe lasciare chiunque indifferente una serie continua di eventi negativi, arrivata ormai al compimento del terzo anno. Una situazione del genere finisce con allarmare anche chi era rimasto tetragono a quelle forme di insulto. Senza alcuna pretesa di voler fare sociologia spicciola, non è del tutto fuori luogo rivolgere il pensiero alla possibilità che diverse popolazioni siano state sfiorate da una forma di panico, seppur malcelato, innescata da una cupa quanto realistica paura per ciò che realisticamente continuerà a verificarsi anche nel 2023. Sempre con l’augurio che quello stesso possa essere l’anno zero di una nuova era o età che definire la si voglia. Focalizzando l’ attenzione su quanto accade nel Paese, è appunto l’attuale il periodo dell’ anno durante il quale famiglie e aziende iniziano a fare il punto sul come sia andato quello che sta finendo. A un primo approccio si sarebbe tentati di affermare che potrebbe essere opportuno passare oltre a piè pari per non guastare ancor più le festività di fine anno. Peraltro il 2022 è il terzo anno che le stesse si stanno presentando in forma più che ridimensionata rispetto a quelle dei bei tempi andati. Un comportamento del genere corrisponderebbe a mettere la testa sotto la sabbia, contribuendo così a aggravare una situazione di per sé già oltremodo pesante. Quindi, con calma e sangue freddo, è bene partire da un esame, seppure à la volèe, delle comunicazioni che le aziende hanno emesso dall’inzio dell’ anno. Un quadro ancora a tratti molto approssimativi evidenzia che esiste una profonda clasi tra la produzione convenzionale e quella del Made in Italy in senso lato, non necessariamente di articoli di lusso. Una prima analisi fa azzardare la considerazione che mentre la prima offerta è destinata a una clientela di classe media, con una capacità di spesa particolarmente ridotta, la seconda incontra il gradimento di acquirenti, anche internazionali, che non hanno soverchi affani a continuare a mantenere il loro consueto alto tenore di vita. Di conseguenza i risultati, del tutto positivi con congrue percentuali di crescita, trovano senza particolari impedimenti una spiegazione verosimile. Se si accetta per buona l’ interpretazione appena riportata, non  dovrebbe essere lontana dal vero l’ affermazione che il calo del fatturato del primo tipo di aziende citato possa essere ricondotto in buona parte a un comportamento di tipo speculare della domanda a essa rivolta. Ciò non significa che i percettori di reddito con una capacità liberatoria ridotta di circa un terzo rispetto a prima che comparisse il Covid basti a spiegare il malessere di quei comparti. Sarebbe semplicistico e non efficace, essendovi altro e di pari importanza tra le cause che hanno generato cali delle vendite con percentuali a doppia cifra. Oltre allo stravolgimento del mercato delle materie prime, è l’ aumento parossistico dei costi energetici che determina pesantemente la crisi attuale. Si aggiunga, per non far mancare niente, come dicono i Coltivatori Diretti, il recente aumento del costo del denaro. Come si possa restare sereni di fronte a un’ elencazione, seppur parziale, dei lacci e lacciuoli che continuano a impastoiare l’ Italia e gli altri paesi, non è comprensibile. Un saggio imprenditore sannita che non è più su questo mondo, soleva dire che, quando si configurano congiunture come quella attuale, per resistere, vale a dire sopravvivere, fosse necessario fermarsi e mettere, anche per un breve periodo, la testa nel frigorifero. Al momento il Paese non è fermo ma, per ammissione dello stesso governo, è fortemente rallentato.Il freddo che sta venendo fuori in questi giorni, pur non essendo di tipo siberiano, potrebbe bastare a raffreddare il cervello, anche a costo di andare a capo scoperto e buscarsi così un malanno. Probabilmente, rispetto ai tempi di quell’ imprenditore di notevole caratura, qualcosa è cambiata: i due comportamenti sopra descritti appaiono necessari ma non sufficienti. Che altro manchi, per ora non è dato di sapere. A ogni buon conto, nell’ attesa che qualcuno pronunci il verbo, sará meglio rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Anche perché domani sará un altro giorno e non si sa cosa recherá. I vecchi monarchici, sopravvissuti a loro stessi, di fronte a situazioni simili, avevano una risposta tipo. Per sottolineare che le cose andavano meglio quando c’era il re, solevano affermare, come spiegazione valida per ogni problema: “questa è la repubblica”. Accadeva negli anni ’50 e, in misura minore, in parte dei ’60. È proprio il caso di dire che c’è stata una  notevole evoluzione. Meno male.