La guerra commerciale di Trump passa per l’Italia e gli immigrati

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“Gli Stati Uniti hanno dato il via alla più grande guerra commerciale nella storia economica”, ha detto il ministro del commercio cinese annunciando la controffensiva per un pari valore sull’importazione di beni Usa.
Dunque, la guerra commerciale tra Usa e Cina è ufficialmente iniziata nella notte tra giovedì e venerdì, allo scoccare delle 00:01 di Washington (6:01 in Italia) con l’operatività dei dazi al 25% imposti da Donald Trump sull’import di 818 beni (parti di auto, apparecchiature medicali, aerospazio e information technology). In soldoni, l’offensiva commerciale americana vale 34 miliardi di dollari. E si tratta solo della prima tranche di un’azione programmata per un valore complessivo di 50 miliardi. “Ma posso arrivare fino a 500 mld di dollari”, ha tuonato il presidente americano.
Le borse, in prima battuta quelle asiatiche, e poi, al risveglio, quelle europee, non ne hanno risentito più di tanto. Non subito, almeno. Nel corso della giornata, infatti, al colore verde degli indici che ne misurano l’andamento complessivo è via via subentrato il rosso. Non si sono registrati, però, grandi scossoni. La sensazione – stando almeno alle riflessioni degli esperti – è che lo scontro avrà comunque tutti i connotati di una guerra di trincea, il che forse è anche peggio.
Invero, di guerra si è parlato in settimana – seppure sottovoce – anche con riferimento alle vicende europee e, giocoforza, in particolare all’affannosa gestione dei flussi migratori. Dietro la quale – per farla breve – si immagina ormai non soltanto una regia, ma anche l’obiettivo di arrivare al defenestramento della teutonica cancelliera di ferro, Angela Merkel, e di conseguenza alla fine dell’Unione Europea a guida tedesca. Una conclusione, questa, a cui addiviene Fulvio Scaglione su “linkiesta.it” nel riportare e analizzare la notizia data dal “Washington Post – il giornale di Jeff “Mister Amazon” Bezos, uno dei quotidiani “che fanno da buca delle lettere al deep State che non ama Donald Trump” – a proposito del ventilato ritiro dei 35 mila soldati Usa stanziati in Germania.
E nel conflitto, per certi versi, consapevolmente o meno, spesso entrano molte e insospettate mosche cocchiere. E’ il caso delle dichiarazioni del presidente dell’Inps, il professore Tito Boeri, nell’illustrare il Rapporto sulle pensioni e più in generale del lavoro, quasi in concomitanza con la diffusione del decreto legge definito “dignità” da Luigi Di Maio, vice presidente del Consiglio e titolare del dicastero di Via Veneto. Un provvedimento – per ricordare – che contiene misure dirette alla semplificazione burocratica per le imprese, stretta sulle delocalizzazioni all’estero delle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato, lotta al precariato con il limite dei rinnovi dei contratti a termine nell’arco dei 36 mesi (che scende da 5 a 4 con la reintroduzione delle causali dal primo rinnovo senza periodo transitorio), introduzione di garanzie per le nuove categorie di lavoratori e lo stop alla pubblicità per il gioco d’azzardo. Un decreto – inutile aggiungere – che ha ottenuto l’immediata alzata di scudi di Confindustria e di altre associazioni datoriali, mentre il ministro Di Maio sottolineava: “Abbiamo licenziato il Jobs act”.
Dunque, per il presidente Boeri “l’occupazione è salita, ma servono ancora migranti per pagare le pensioni”. L’affermazione – considerato il clima in materia – ha immediatamente scatenato una ridda di polemiche e, tra le molte, la risposta piccata di almeno due altri studiosi: Mirko Celii, ricercatore dell’Università di Udine e del ministro ed economista Paolo Savona. Il primo, infatti, a Boeri ha ricordato che “la pensione che riceveremo corrisponderà ai contributi che avremo versato, non a quelli che verseranno gli immigrati per noi”. Il secondo, invece, in una lettera aperta pubblicata da Milano Finanza e postata sul sito “scenarieconomici.com” , tra le altre considerazioni, ha ricordato al presidente dell’Inps: “Ritengo socialmente ingiusto che un immigrante illecito venga preferito a un giovane italiano perché disposto a lavorare a un salario inferiore; ancor più considero economicamente errato che si assista l’immigrante illecito a condizione che non lavori. I giovani italiani costretti a emigrare pur essendo preparati, di cui parli nelle tue dichiarazioni, sono il risultato di questo stesso modo di intendere la cittadinanza ed essendo tu equiparato a un funzionario dello Stato devi rispettare il dettato costituzionale e le leggi ordinarie, non ‘interpretarle’ come fanno in troppi”.
Intanto, però, nel mentre non accennano a scemare, tre notizie strettamente correlate alle polemiche hanno trovano poco o punto spazio sui media e sui social: 1) nella consueta Nota mensile l’Istat ha confermato i segnali di frenata dell’economia; 2) l’Ocse ha sottolineato il calo della disoccupazione, che rimane però il terzo più alto tra i paesi dell’Organizzazione, ma anche confermato il calo dei salari reali; 3) l’aggiornamento degli indicatori dell’Agenda ONU 2030 sullo sviluppo sostenibile indica l’Italia dietro la media europea per “povertà e disuguaglianza”.

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