La guerra delle ombre. La dimensione psicologica e mediatica degli scontri futuri

I sovietici lo chiamavano “il teatro delle ombre”, ovvero si trattava dell’insieme delle tecniche della guerra psicologica di allora, nel mondo della guerra fredda.
Maskirovka, soprattutto, ovvero tutto quanto fa camuffamento, inganno, guerra psicologica vera e propria, disinformazione.
In effetti, se andiamo a vedere le tecniche di psywar oggi utilizzate, siamo ancora al cretacico.
Niente operazioni di influenza di settore, nessuna azione su soggetti o pubblici target, scarsa conoscenza delle nuove scoperte della psicologia sociale e della evoluzione biopsichica.
Il panorama delle operazioni psywar dell’Occidente è, ancora, non molto brillante.
Certo, spiegare a un ministro della Difesa di questi ultimi di cosa si tratta, è opera difficilissima che pochi riuscirebbero a terminare con successo.
Ora, se vogliamo dirla proprio tutta, la vecchia maskirovka non è oggi la copertura, il guscio delle operazioni reali, ma la sua vera essenza.
Così come la produzione industriale attuale è, soprattutto, comunicazione, induzione a un determinato comportamento, identificazione di un target di clienti, elaborazione di un prodotto che risponda alle necessità psichiche e simboliche dei clienti, anche la guerra è oggi soprattutto maskirovka prima che lotta militare e distruttiva.
A nessuno interessa dove siano prodotti i motori, ormai tutti uguali, ma certamente interessa al mercato il simbolismo della merce, il suo potenziale evocativo, la capacità di definire lo status di chi la compra.
In un vecchio manuale della CIA, peraltro, le “misure attive” dei sovietici erano catalogate in questo modo: a) il Centro dà l’OK per una campagna strategica di disinformazione, b) la preparazione-confezione della notizia, che non è mai del tutto vera o del tutto falsa, c) distribuzione della notizia di dezinformatsja all’estero per poi verificarne i risultati.
Che sono eminentemente pratici: la “battaglia degli euromissili” narrata da Michel Tatu, la lunga fine della guerra in Vietnam, la gestione della politica estera sovietica dopo il Trattato di Helsinki.
Ma non è tutto: oggi l’intelligence è fatta soprattutto di effetti economici, che sono continui e complessi. Il passaggio dalle “misure attive” sovietiche dallo scontro politico-militare a quello industriale segna gran parte del periodo post-guerra fredda.
Tutta la vera guerra psicologica è attiva e propositiva, ma tutta la dottrina occidentale della guerra è difensiva e passiva. Ovvero, non esiste.
Non bisogna, quindi, fare la guerra manu militari, anche perché le imprese e le infrastrutture dell’altro, il nemico, andranno bene anche per noi. In una fase in cui le catene del valore sono ormai del tutto globali, dove le automobili si fanno in Spagna per il pubblico tedesco e in Cina per quello indiano, per non parlare dei farmaci, i cui principi attivi sono prodotti in India per un pubblico francese e perfino in Messico, ma per pazienti canadesi.
Tutte le intelligence contemporanee sono, comunque, dirette verso le risorse economiche e tecnologiche del possibile nemico e operano, 24 ore al giorno, nella Rete e anche nelle tradizionali macchine dei mass-media.
Non chi ha la migliore arma o il miglior prodotto, quindi, ma chi crea intorno ad essa la migliore, più convincente, narrazione, vince.
E’ quindi utile vedere come, oggi, si sta modificando e perfezionando il vecchio “teatro delle ombre”.
Che è quello che serve in una situazione di integrazione de facto di tutte le grandi imprese, non solo globali ma anche nazionali.
Nell’ambito dei social media, per esempio, le tattiche più diffuse sono quelle della “censura selettiva”, oppure lo hacking di informazioni sensibili, che divengono egemoni nel discorso comune, oppure ancora la manipolazione degli algoritmi di ricerca internet, in modo da collegare alcuni contenuti ad altri, in modo del tutto irragionevole.
Il 30-40% dei testi che si ritrovano on line è pensato per ingannare almeno una parte dei lettori.
Inganno: tacere qualcosa e dire la verità su tutto il resto o, invece, creare una narrazione in cui le cose vere appaiono circonfuse di dati del tutto falsi.
Ma come, allora?
Modificando la percezione dei fatti, o delle notizie sui fatti, con aggettivi e sostantivi forti o deboli, oppure con simboli universali, e ancora con riferimenti a persone o cose di grande fama, negativa o positiva.
Il 15% è la quota media di esperti, ripeto esperti, messi fuori gioco dai testi automatizzati che si trovano sul World Wide Web, mentre circa il 60% di tutti i lettori è, solitamente, posto in difficoltà dai testi disponibili sulla Rete.
La statistica l’hanno fatta i Servizi canadesi.
Le tecniche operative sono ormai note a tutti: a) il Bot, un software che opera automaticamente sulla Rete, selezionando i contenuti, poi b) il contro-messaggio, un messaggio, appunto, che offre la versione “vera” o “falsa” di ciò che è stato affermato prima, ancora 3) il DOS, Denial of Service, l’interruzione temporanea della rete per un determinato utente, poi la vecchia Disinformazione, ancora 4) il Rumore, che copre la rilevanza della sequenza di dati utili alla comprensione di un determinato messaggio, poi 5) il SEO, Search Engine Optimization, l’ottimizzazione del numero di visitatori di un sito.
Sul piano tecno-ideologico, ci sono altre pratiche on line che vengono utilizzate quotidianamente dagli autori della Disinformazione: a) i Bot coordinati tra di loro, che creano una serie di rimandi che rafforza la notizia (falsa) che dobbiamo diffondere, b) l’uso di “domini” internet falsi in cui vengono creati siti e contenuti simili a quelli del “nemico”, c) l’uso di e-mail o siti che vengono piratati e diffondono notizie opposte a quelle che l’utente primario vorrebbe diffondere.
Contraddizione, menzogna, diffamazione.
Siamo ancora al vecchio tema de “la calunnia è un venticello” del barbiere di Siviglia, del “duetto dei fiori” della Madama Butterfly, ma tutto con una potenza di fuoco che Rossini o Puccini nemmeno si immaginavano.
Due sono i limiti profondi e concettuali di queste operazioni. Il primo è che, malgrado tutta la raffinata tecnologica possibile, i meccanismi psicologici di fondo sono sempre gli stessi: la diffamazione personale per via sessuale o altro, e si pensi qui all’operazione “Tangentopoli” nell’Italia della fine della guerra fredda e, infine, alla incapacità strutturale dell’élite di separare il grano dal loglio, la notizia dalla disinformazione.
Se faccio qualcosa per aiutare un governo, e poi questo stesso cade nella rete della dezinformatsja, allora tutto è inutile. E, spesso, ciò è avvenuto.
Ministri che ti dicono che l’hanno letto sul “Corriere” (bravi!) o che la questione gli è stata sussurrata da qualche agente dei Servizi senza alcuna qualifica, e allora bisogna vedere se, come Arlecchino, non serviva due padroni. E’ successo spesso.
In molti casi, quindi, la maskirovka oggi ritorna indietro, e modifica negativamente il decision making di chi l’ha messa in atto. Le classi politiche che la conoscono, si salvano, le altre sono destinate a diventare loro e il loro Paese “servo di due padroni” e, comunque, irrilevante.
Poi ci sono gli effetti indesiderati.
Distruggo, per esempio, ed è capitato, una classe dirigente, visto che tutti “rubano”, poi mi trovo a dover stabilizzare un Paese ormai senza guida, magari recuperando qualcuno di quelli che ho bollato come “ladri”, e allora creo una dissonanza cognitiva con il mio stesso messaggio.
Come si sviluppa in modo ottimale, comunque, la possibilità di un attacco informativo (ma non necessariamente solo informatico) al sistema decisionale e alla pubblica opinione di un Paese-bersaglio?
L’attacco avrà successo se, per esempio, non ci sono fonti utili di buona informazione.
Senza una riserva di notizie e interpretazioni serie, oggettive e veritiere tutto il sistema, pubblico, privato, della Sicurezza e della formazione dell’opinione pubblica, alla lunga salta.
Altra condizione ottima per sferrare un attacco è l’incertezza: in una fase di insicurezza finanziaria, geopolitica, tecnologica, addirittura militare, con il terrorismo, ogni notizia, indipendentemente dal suo rilievo, è capace di generare innumerevoli effetti a cascata.
E chi mantiene l’incertezza è probabile che ne abbia un ritorno, in questo caso soprattutto economico e industriale.
Non dimentichiamo nemmeno che, se c’è una scarsa disponibilità all’informazione efficace, i canali dei media possono essere comprati e venduti, infettati da agenti avversi, indotti a acquisire informazioni solo da determinate fonti, peraltro già compromesse.
Se l’obiettivo commerciale è il target e soprattutto l’audience, tutto diviene possibile, per un operatore estero con cattive intenzioni.
Nessun Paese, nemmeno quelli che controllano maggiormente la Rete, è al riparo da operazioni similari.
Per controllare la situazione, e questo vale soprattutto per gli uomini che si occupano di Sicurezza dello Stato, occorre in primo luogo stabilire chi opera la disinformazione.
Persona fisica, più spesso, oppure organizzazione privata.
Poi, ovviamente, si tratta di fare il contrario esatto: ma utilizzando, preferibilmente, meccanismi d’azione diversi: un sito simile e magari “finto” se si tratta di un Bot, un attacco personale se, magari, ci troviamo di fronte a una campagna di stampa.
Mai, quindi, ripetere la stessa “aria di famiglia”.
Le motivazioni astratte e politiche in senso generale non vanno trascurate: ci sono le ONG, gli Stati, i partiti politici, le imprese che, di solito, fanno costantemente disinformazione.
E non vengono nemmeno tracciate, spesso, dai Servizi.
Ovviamente, ci sono anche i terroristi, ma qui entriamo in un altro sistema di comunicazione.
Chi ha detto, per esempio, che le auto tedesche sono migliori di quelle italiane? Eppure è senso comune, errato.
Tutta la propaganda ecologista, oggi, è fatta di comportamenti che favoriscono alcuni Paesi e imprese invece di altri. Ma nessuno ve lo dice.
Ed è proprio quella la vera notizia.
Notizie false da diffondere, certo, ma anche generico scontento e incertezza.
Una percezione di massa che un grandissimo poeta portoghese, Pessoa, avrebbe definito desassossego.
Naturalmente, è anche meglio lasciar andare avanti tutta la disinformazione, con i suoi processi paralleli e imprevisti, per vedere bene chi la fa e dove vuole arrivare.
Normalmente, tali operazioni hanno una rapida fine, ma né chi le mette in atto né la vittima sanno bene né gli effetti né i tempi di durata dell’operazione.
Obiettivo primario di tutte le tecniche di dezinformacja è quindi l’alterazione parziale o completa della percezione della realtà.
Quindi, è essenziale comprendere le divisioni interne al campo avversario.
Popolare o elitario.
Se si crede che il nemico sia tutto uguale, si opera per la sua propaganda e ci si inibisce sempre qualsiasi operazione di “guerra psicologica”.
Una risorsa essenziale, in questo campo, è la teoria della cospirazione.
Si segmenta il campo altrui, ma si ipotizza l’assoluta unicità di chi ha generato il contenuto che non ci piace o che ci danneggia.
Una cospirazione ben gestita riesce a arrivare dove poche altre tecniche di maskirovka funzionano.
Perfetta per semplificare tutte le questioni, individua subito quello che è l’obiettivo di ogni psywar: trovare il nemico, vero o falso che sia.
Altra procedura è, solitamente, quella di utilizzare figure da tutti ritenute “terze” per diffondere messaggi contro il nemico (e anche qui l’ecologismo attuale è pieno di esempi) per poi rinforzare il loro messaggio tramite altre fonti informative: la verità nasce dalla ripetizione, e la mente apprende non da un singolo fatto o evento, o da una sola persona, ma, sempre, da quello che Fritjof Capra definiva un ecosistema mentale.
Il cervello umano è fatto in modo che tende a credere sia alla ripetizione, come è ovvio, ma anche alla somiglianza e all’omogeneità.
Un cervello, il nostro, che si è evoluto solo tra i gruppi umani già formati, non a caso la nostra maturazione cerebrale, diversamente da quello che accade per gli animali, deve compiersi in un contesto post-natale sociale, familiare, di gruppo.
Altrimenti, se siamo da soli, come diceva Nietzsche, o si è bestie o dei.
Altro elemento da non trascurare è che, come in tutte le psicologie della gestalt, della “forma”, quello che conta non è solo quello che si vede, ma anche quello che non si vede.
Come nelle macchie di Rorschach, o è un bicchiere o due farfalle, ma è il contorno, non l’interno dell’immagine, che può suggerire l’una o l’altra risposta.
Ma allora, come si può contrastare una operazione del genere? La negazione è sempre la migliore risposta.
Ma è semplice e ripetitiva, sempre prona alle operazioni psyops altrui.
Io avrei avuto finanziamenti dal Paese X? Dico semplicemente di no.
La negazione semplice blocca il gioco di rimandi e di ombre che si svilupperebbe se la vittima dell’operazione si dilungasse in spiegazioni, che l’87% degli ascoltatori, in Rete o anche nei vecchi media, non segue mai. Chi si giustifica ha sempre torto.
Serve per tamponare, la negazione, ma non è certo una risposta stabile e definitiva.
Altra tecnica è quella di diffamare e attaccare coloro che operano la disinformazione.
Va bene, ma è anche questo un meccanismo che dura poco.
Non si contrasta mai una campagna di disinformazione con interventi temporanei e limitati.
La dezinformatsja è sempre un flusso potenzialmente infinito, a cui si deve rispondere creando uno state of mind (non una “notizia”, ma uno stato mentale stabile e magari privo di fondamento) che sia sempre potenzialmente e ugualmente infinito.
Facile aggiungere, poi, che la nostra intelligence di queste cose non sa nulla, siamo ancora alla protezione delle peraltro ridondanti infrastrutture critiche, e va bene, certo, magari anche di reti militari e informative selezionate. Tutto troppo ovvio.
Ma come si fa a evitare la defamation di una nostra famosissima crema di cioccolato, in Cina?
Inoltre, per esempio, nessuno saprà dirvi cosa accade quando c’è una defamation contro il nostro sistema produttivo e, cosa da studiare bene, contro il nostro sistema politico, che è anch’esso, in effetti, una infrastruttura critica.
Dio solo sa cosa è accaduto alla nostra gomma, prima dell’affare di Pirelli con ChemChina. E non erano i cinesi a fare il primo passo.
Se studiate poi la questione dell’F-35 che non è stato acquisito dalle FF.AA. tedesche, avrete anche la debolezza risultante della Merkel e della sua “erede”, oltre agli effimeri successi della destra, che rimane sempre sotto la minaccia di essere catalogata come neonazista.
Ma i neonazisti erano comunque pascolo dei Servizi orientali e russi soprattutto.
Utilizzare, quindi, l’ignoranza professionale dei nostri politici, per diffamare i nostri Servizi, come sta accadendo nel momento in cui scrivo, questa è certamente una azione di defamation perfettamente orchestrata.
Un politicante che usa i Servizi per coprirsi le spalle è come il personaggio principale del “Manoscritto trovato a Saragozza”, uno che lima la palla d’argento che metterà nella pistola per suicidarsi.
In modo diverso e con diversi effetti, stiamo scivolando, come Italia, in una condizione molto simile a quella della Gran Bretagna nella fase della Brexit.
Una destabilizzazione italiana lenta, sottile, con un frazionamento terribile e inutile dell’elettorato e delle classi politiche.
Una sorta di sciopero geopolitico, oggi in Italia, di uscita dai giochi, di renitenza alla leva della realtà dei rapporti di forza e degli interessi nazionali.
Nel caso delle operazioni messe in atto dalla Cina, però, abbiamo tutto un altro panorama.
Ricordiamo che Pechino ha fondato il Central Leading Group for Internet Security and Informatization, presieduto direttamente da Xi Jinping, già nel 2014, oltre alla Cyberspace Administration of China. L’idea centrale dei leader cinesi è quella di rendere possibile una sovranità nazionale nel cyberspazio.
Che non è facile, ma si raggiunge con la egemonia tecnologica e la sapienza strategica
Ecco qui l’importanza della battaglia globale per il 5G di Huawei e la concreta possibilità, come dicono alcuni leader cinesi, di “controllare l’innovazione mondiale”.
Quindi, oggi abbiamo a che fare, nella “guerra delle ombre” con le grandi attività di influenza, che sono azioni di modifica cognitiva, ovvero azioni di modifica delle percezioni comportamenti e decisioni di alcuni gruppi-bersaglio, nel Paese da influenzare, che possano essere modificate a beneficio della Potenza agente.
O anche di operazioni ad amplissimo spettro, che riguardano l’intera audience politica.
Le “campagne di influenza” invece, sono operazioni di un Potere avverso e estraneo che tendono a mettere insieme differenti piccole e settoriali azioni di influenza, che possono avere obiettivi comuni o comunque non contraddittori tra di loro.
Ovvero, possiamo influenzare tramite le “operazioni di influenza” le azioni della classe politica, di parte o di tutta la pubblica opinione di un Paese, oppure le attività di un Paese alleato.
Le azioni di influenza, se proprio vogliamo rimanere ignari rispetto al testo machiavelliano, sono sempre legate all’inganno strategico e alla possibilità di sfruttare le debolezze del nemico. Soprattutto quelle tipiche del moralismo, aggiungiamo.
Che è oggi uno strumento, il moralismo, di alcuni Paesi contro altri.
Quindi, le operazioni di influenza sono, certamente, un inganno, ma soprattutto segnano una nuova Intenzione, o una Interferenza.
Tutto, però, accade nella catena epistemica formata da singoli individui, poi nella sfera sociale o para-sociale, connotata dai rapporti reali degli individui tra di loro, la sfera pubblica vera e propria, i media, le èlites, gli “esperti”, il sistema scientifico e tecnico di un Paese.
I media occidentali, tutti, sono oggi sempre più deboli e spesso poco attenti alle operazioni di influenza perché sono sottoposti ad un cambio velocissimo di tecnologie, di una rapida indicazione commerciale del sistema, siamo tutti market oriented a breve termine, e tutte le operazioni di influenza oggi verificate sfruttano soprattutto le debolezze tecnologiche, legali e economiche dei vari Paesi per i propri fini.
La vulnerabilità della pubblica opinione è ancora un altro tema. Non c’è solo la possibilità, per ogni operatore di psywar, date le nuove tecnologie, di modificare la percezione del mondo degli altri, ma di farlo in modo coperto.
Questo vale per ogni operatore di internet e per ogni ragazzino millennial.
Ed è questo quello che conta. Cento “no”, comunque elaborati, sono sempre una notizia.
C’è poi anche un problema psicologico.
L’evoluzione, alla quale facevamo prima cenno, non ci ha fornito un cervello che cerca sempre e comunque la verità oggettiva dei fatti, ma noi abbiamo un sistema cognitivo che trova, giorno per giorno, una accettabile realtà.
La conformità a un gruppo è, filogeneticamente, più importante di una psicologia soggettiva che cerca sempre e solo la verità, oggettiva o linguistica che sia.
Il free rider, in economia come in politica, ha sempre vita dura. Ed è sempre quello che definisce un nuovo paradigma. Enzo Ferrari ha inventato, contro tutto e tutti, le macchine sportive di lusso. Alcuni pastai del Nord hanno scoperto che potevano vendere la pasta italiana, secca, ovunque nel mondo.
Ma non parliamo delle tecnologie di punta, dove siamo stati comprati per essere distrutti (Hewlett-Packard con Olivetti, per esempio) oppure per essere messi fuori mercato. E, ancora, non citiamo qui l’esportazione di tecnologie di massa, come la Piaggio in India.
Quindi, abbiamo spesso a che fare con il confirmation bias, ovvero la tendenza psicologica a ignorare l’informazione che va contro alle credenze accettate, oppure con la creazione di un apparato protettivo contro le minacce all’identità e allo spirito di corpo.
E allora abbiamo a che fare con una serie di azioni di influenza di massa che sono ormai tipiche:
Il terrorismo. Creazione della paura, elemento essenziale delle operazioni di influenza, ma anche della radicalizzazione di certi temi. Una soluzione primitiva, ma efficacissima. Si veda, in questo caso, l’Italia degli anni ’70 e ’80. Il jihad della spada ha un’altra storia, ma spesso non dissimile a quella del terrorismo “rosso” in Europa.
Le operazioni delle organizzazioni para-statali, ovvero delle strutture criminali e della vastissima malavita organizzata. O forse credete che le organizzazioni criminali internazionali si siano create e siano diventate potenti da sole, come il barone di Muenchausen che si tirava fuori dalle sabbie mobili prendendosi per i capelli? Tutte le organizzazioni criminali sono strumenti di influenza. Da sempre.
Poi ci sono gli hackers, che operano divisi per colpire uniti. Al 78%, si tratta di operatori, siano essi coscienti o meno, delle Potenze che sostengono i loro progetti.
Non parliamo nemmeno degli hacker con finalità del tutto economiche. Anche loro, fatti i soldi, non sanno che hanno rivenduto i loro dati ad alcuni Paesi, ma non sempre quelli che piacciono a loro.
Come si fa quindi una “narrativa” per le operazioni di influenza?
Si può certamente fare oggi una narrazione coerente, lunga, credibile e di ampio spettro.
Le tecniche “negative” tendono invece a interrompere la narrazione a tempi lunghi.
Poi, c’è la distrazione, la creazione di un obiettivo esterno lontano dai temi dibattuti.
Quindi, proponiamo qui una Agenzia o un settore di essa che si occupi della destrutturazione delle operazioni di influenza, che prima della fine della guerra fredda abbiamo ospitato come nessun altro Paese al mondo, per poi mantenere il nostro kantiano “stato di minorità” negli anni successivi.
E che, poi, le operazioni di influenza le compia, davvero. Attivamente, senza freni che non siano quelli operativi e tecnici.
Sul piano, quindi, della protezione dei nostri valori industriali, dei nostri brevetti, della “immagine” del Paese e dei suo marchi, anche quelli meno famosi, siamo ormai al lumicino.
Sarà bene, allora, invertire rapidamente la rotta.