La liberazione di Silvia Romano solo un capolavoro di 007 e diplomazia

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In foto Alberto Pieri
La liberazione della giovane cooperante, Silvia Romano, rapita il 20 novembre 2018 “premia tutto il lavoro e gli sforzi che sono stati fatti in questi due anni”. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova”, l’ambasciatore d’Italia in Kenya, Alberto Pieri. Una avventura finita bene anche se è durata a lungo , ma le attese spasmodiche come questa non sempre hanno il lieto fine: “ Siamo felicissimi della liberazione di Silvia Romano. Noi abbiamo vissuto il rapimento nel novembre del 2018 e quindi per noi è veramente una grande gioia. Siamo contentissimi di questo risultato che premia tutti i lavori e gli sforzi che sono stati fatti in questi due anni”, ha dichiarato l’Ambasciatore.
Silvia Romano, originaria di Milano, lavorava per la onlus marchigiana ”Africa Milele ” che opera nella contea di Kilifi, in Kenya, dove seguiva un progetto di sostegno all’infanzia con i bambini di un orfanotrofio. Nei giorni successivi al rapimento si è aperta la difficile fase delle indagini e dei tentativi di arrivare ai rapitori. Sul suo sequestro si sono fatte molte ipotesi, dai miliziani islamisti di Al Shabaab alla criminalità comune operante in Kenya. E’ stato un lavoro di squadra. Un lavoro complesso, svolto sul campo e che ha visto impegnata la nostra diplomazia e gli uomini dei servizi. E il risultato sperato, la liberazione di Silvia è anche il frutto dei buoni rapporti che l’Italia ha mantenuto con i Paesi dell’area”.
In una nota il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, scrive che Silvia “sta bene ed è in forma”, anche se è “provata ovviamente dallo stato di prigionia ma sta bene”.
È’ stata una operazione  scattata nella notte tra l’8 e il 9 maggio: l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna diretta dal generale Luciano Carta, ha portato alla liberazione di Silvia Romano a 18 mesi dal rapimento. Il blitz dell’intelligence è stato condotto con la collaborazione dei servizi turchi e somali. In Somalia, infatti, Ankara gestisce una grande base militare dove soldati turchi addestrano militari locali. Silvia Romano si è recata poi in sicurezza nel compound delle forze internazionali a Mogadiscio: blindata, non è entrata in contatto con nessuna delle persone presenti nel campo. L’approccio italiano nell’affrontare il delicatissimo tema delle trattative per riportare a casa nostri connazionali vittime di rapimenti è stato sempre un fatto critico e non sempre ha dato risultati positivi : anche per la fonte mediatica Globalist, l’operazione di salvataggio della volontaria milanese è stata possibile per una ragione fondamentale: Silvia Romano non era più nelle mani di un gruppo jihadista ma era tornata di “proprietà” di una banda di criminali comuni il cui unico interesse erano i soldi. Ossia un riscatto. Anche se la parola “riscatto’ non poteva essere mai confermata, ma lo è stata successivamente per un ammontare a 4 milioni di euro. E i soldi sono parte della trattativa a lietissimo fine.  Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Roma e dai carabinieri del Ros, la volontaria italiana fino a poco tempo fa era tenuta prigioniera in Somalia da uomini vicini al gruppo jihadista al-Shabaab, l’organizzazione somala affiliata ad al-Qaeda, ed era considerata “ostaggio politico”. Ma l’ultimo passaggio è stato decisivo.  Tre dei responsabili del rapimento erano stati arrestati e dalle indagini, portate avanti in Italia dalla Procura di Roma, era in effetti emerso che la ragazza potesse essere stata trasferita in Somalia subito dopo il sequestro: un trasferimento lampo organizzato da un gruppo islamista legato al Al-Shabaab che aveva fornito alla banda di criminali comuni kenyoti, autori materiali del sequestro, denaro e mezzi. Queste informazioni erano emerse un anno dopo il sequestro, nel novembre scorso, e da quel momento non era trapelato più nulla. Una pista che adesso viene accreditata dal fatto che Romano è stata liberata a soli 30 chilometri dalla capitale della Somalia. Staremo a vedere se prevarranno le voci entusiaste sull’operato del cooasir insieme al governo, o le polemiche sul fatto che per ragioni politiche gli ostaggi si dimenticano ma per soldi si possono sempre fare accordi, specialmente se la trattativa può essere facilitata dal fatto che la rapita si sarebbe convertita all’Islam per amore verso uno dei carcerieri. E certe volte le supposizioni, ancora una volta fanno la differenza, vista come è scesa dall’aereo .  Dopo le prime ore di tripudio verso la liberazione di Silvia Romano  sono iniziate a scoppiare le prime polemiche sulla sua conversione all’Islam è tutto ciò che è  avvenuto di contorno: La Turchia pubblica una foto di Silvia Romano con un giubbotto antiproiettile turco e rivendica così un ruolo importante . L’agenzia di stampa turca Anadolu, citando una fonte dei servizi turchi, conferma la “stretta collaborazione” tra l’intelligence di Ankara e di Roma, con l’Italia che “ha chiesto” al Mit collaborazione nell’operazione di salvataggio, ottenendo l’ok dei servizi turchi, che hanno iniziato a lavorare al caso di Silvia lo scorso dicembre. Il primo step ha permesso di circoscrivere  l’area in cui Silvia era tenuta prigioniera. Oltre all’utilizzo di tecnologie militari e satellitari è stato fondamentale il fatto che in Somalia l’intelligence locale è in gran parte formata dagli addestratori di Ankara.Questo lavoro, sempre secondo Anadolu, ha permesso al Mit (servizi segreti turchi) di confermare che Silvia era in buono stato di salute, individuandone la posizione, seppur al riguardo non siano stati resi noti altri dettagli. Secondo Anadolu, sarebbe stato proprio il Mit a prendere in consegna la ragazza (come la foto confermerebbe) per poi consegnarla alle autorità italiane a Mogadiscio.