La lotta contro il tempo del Governo Meloni

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in foto Giorgia Meloni

Si sarebbe tentati di credere che, alla fine, i componenti del governo si siano fatti una ragione che, per approvare in tempo utile il Bilancio, dovranno probabilmente rinunciare al veglione di fine anno. A ogni buon conto, quel termine potrà essere sforato al novantesimo minuto della partita Governo-Tempo, giusto prima che scatti il minuto successivo, evitando così il time out. La frase a effetto vuole accentuare la serietà del problema, cioè che l’appuntamento deve, il verbo è da leggere sottolineato, essere rispettato senza se e senza ma. La posta in gioco, il riassetto socioeconomico del Paese attuabile grazie al PNRR, è talmente alta da non poter essere, per ipotesi, messa a rischio. Questa volta senza enfasi, è corretto pensare che l’ Italia, nel caso contrario, farebbe un più che pericoloso salto nel buio. È opportuno fare un riavvolgimento del nastro fino al momento in cui comincia a delinearsi tra gli schieramenti politici una vera e propria spaccatura tra i supporter delle misure di quel Piano e i suoi avversatori, più o meno irriducibili. L’esacerbazione di questa situazione è aumentata con il trascorrere dei mesi, per cui trova sostegno l’ ipotesi che l’argomento, da oggetto di contrapposizione fattiva che era, si sia in seguito trasformato in uno strumento di opposizione sterile e non concludente. Andando nello specifico, uno degli impegni che il governo precedente ha sottoscritto con la EU, è la partecipazione attiva alla risoluzione di un inquietante problema, dare una svolta sostanziale all’accoglienza degli emigranti clandestini. In particolare quelli che si imbarcano in Nordafrica e, se sopravvivono alla traversata del Mediterraneo, approdano dove possono sulle rive a ovest della penisola. Dando per scontato quanto sopra scritto, acquista validità l’idea della Premier Meloni. Sostiene la stessa che il governo italiano, primo ospitante di chi scappa da situazioni orribili di ogni genere, in atto in molti paesi del Continente Nero, debba farsi promotore di iniziative concrete nei confronti dei governi di quelle contrade. È per ora solo un’ ipotesi, anche perché se ne trova traccia solo nel discorso della Capo del Governo alla conferenza organizzata dal MED,. È quest’ultima organizzazione, di cui fa parte anche la Farnesina, creata per lo studio delle prospettive di valorizzazione del bacino del Mediterraneo. È, all’ atto pratico, cioè al momento di imbastire la messa in pratica di quelle ipotesi, che certamente l’ impresa si dimostrerà non facile. C’è dell’altro. La Signora Primo Ministro ha fatto riferimento al Piano Mattei. Chi sta leggendo vorrà perdonare l’impudenza se si fa osservare che quanto fece il presidente dell’ENI, in quella parte del mondo e anche altrove, fu la realizzazione di accordi commerciali con governi molto vicini a veri e propri regimi. Quasi tutti quegli accordi ebbero importanti ricadute in loco sul tessuto sociale. Quel presidente dell’ENI, fatta eccezione per alcuni stati con dichiarata avversione per un tipo di organizzazione sociale democratica- si legga, uno per tutti, l’Algeria -riuscì a portarli al termine perché aveva già iniziato a adottare la sua clausola contrattuale. Essa prevedeva che il 50 % del ricavato delle vendite di idrocarburi restasse nelle casse del paese dal cui sottosuolo erano stati estratti e per l’altro 50 andassero all’ ENI. Le altre compagnie petrolifere, le cosiddette Sette Sorelle, lasciavano nelle casse di quei paesi non più del 25%. In virtù di quella forma di “munificenza” che la sua azienda praticava, Mattei riusciva a far ottenere anche a altri operatori italiani particolari introduzioni e agevolazioni per la conclusione dei loro affari. Nella situazione attuale c’è una differenza sostanziale: la tipologia dell’ intervento ipotizzato dalla Signora Primo Ministro dovrebbe essere prevalentemente di tipo politico, in quanto quello economico, prima fra tutti l’ aumento della fornitura di gas, è stata portata a termine quasi interamente dal governo precedente. La questione più importante è capire prima quale sia la reale posizione nei confronti degli emigranti dei governi dei vari paesi del Continente Nero, non solo di quelli che si affacciano sul Mediterraneo. Aggiungendo infine che quanto fin qui riportato dà l’idea di un motu proprio della Premier Meloni, senza averne discusso in sede EU, coinvolta come l’ Italia, se non più, in quella spinosa questione. Poiché di massima l’ipotesi della signora Premier potrebbe funzionare, bene sarebbe che la stessa la studiasse fino in fondo, anche insieme a chi lavora, o dovrebbe farlo, sul problema a Bruxelles. Soprattutto per non sciupare un’ occasione preziosa anche per rafforzare il ruolo importante svolto dal Paese da tempi remoti nel Mediterraneo. Per aggiungere altri inviti alla prudenza e rallentare facili entusiasmi, una eventuale soluzione della questione emigranti del genere di quella accennata sarebbe in ogni caso solo parziale. Tanto perché la rotta balcanica presenta una tipologia di problemi diversi ma con conseguenze altrettanto dannose, solo meno evidenti e con minori effetti scenici. Da tutto quanto descritto gli italiani potrebbero essere indotti a assumere un atteggiamento disfattista, che in questo momento sarebbe solo un problema da aggiungere agli altri. Infine e per completezza, in merito alla definizione usata per l’atteggiamento negativo che potrebbe assumere la popolazione, ogni riferimento a persone e cose del secolo scorso è da considerarsi puramente casuale. Hony soit qui mal y pense, ca va sans dire.