La missione di Francesco Caracciolo, un esempio di cooperazione e pace nel Mediterraneo

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In foto Pietro Spirito

di Pietro Spirito

La missione di Francesco Caracciolo ad Algeri per il recupero di piantine di Coffea arabica rappresenta un episodio significativo della politica scientifica ed economica del Regno di Napoli nel XVIII secolo. L’operazione, promossa nell’ambito degli interessi borbonici per le piante esotiche e per il potenziamento delle collezioni botaniche reali, si inserisce in un quadro geopolitico mediterraneo complesso, segnato dalla pluralità di flussi commerciali tra Europa e mondo ottomano.
È opportuno analizzare il contesto storico, le dinamiche della missione e il suo valore per la storia della scienza e della marineria napoletana.
Si delinea un quadro di collaborazione tra nazioni del Mediterraneo che può costituire ispirazione ed esempio per le turbolente vicende contemporanee.
La figura di Francesco Caracciolo (1752–1799) è abitualmente associata alla sua partecipazione agli eventi della Repubblica Napoletana del 1799 e alla successiva condanna a morte. Tuttavia, prima del suo coinvolgimento politico, Caracciolo fu protagonista di diverse missioni marittime e diplomatiche commissionate dalla corte borbonica.
Tra queste, la spedizione ad Algeri per il recupero di piantine di caffè costituisce un caso emblematico dell’intersezione fra politica scientifica, diplomazia mediterranea e circolazione di specie botaniche pregiate.
Ispiratrice fu la Regina Maria Luigia d’Austria, che conosceva già la miscela arabica per via della sua origine, una terra di confine con gli Ottomani. A Napoli si usava invece la miscela robusta, per consolidate abitudini e rotte commerciali.
L’episodio, pur raramente al centro della storiografia generale, emerge da fonti archivistiche relative alla Marina borbonica e alla corrispondenza del ministro Acton, rivelando una strategia consapevole di acquisizione di specie esotiche di interesse economico e simbolico.
La seconda metà del XVIII secolo fu caratterizzata in Europa da una grande attenzione verso l’introduzione di specie coloniali nei giardini botanici e nei complessi reali. Il Regno di Napoli, privo di un impero coloniale, suppliva attraverso una politica di acquisizione indiretta che sfruttava i canali diplomatici e commerciali mediterranei.
Il Real Orto Botanico, l’Orto di Portici e le collezioni della Reggia di Caserta erano al centro di questa strategia, che si avvaleva di missioni marittime dirette in luoghi chiave del traffico botanico.
La Reggenza di Algeri, pur nell’ambito della sovranità ottomana, agiva come nodo autonomo del commercio mediterraneo. I collegamenti con l’Egitto e con le regioni del Mar Rosso favorivano l’arrivo di piante e semi, tra cui il caffè proveniente dallo Yemen, ancora nel Settecento la principale area di produzione mondiale.
L’acquisizione di piantine vive era difficile, sia per la loro fragilità sia per il controllo esercitato dalle potenze coloniali europee, che limitavano la diffusione della Coffea arabica per preservarne la redditività.
Ma approfondiamo la figura di Francesco Caracciolo, protagonista di questa storia.
Figlio di un’aristocratica famiglia napoletana, Caracciolo fu avviato alla carriera marittima molto giovane, compiendo viaggi nell’Atlantico e nel Mediterraneo e maturando competenze in materia di navigazione, cartografia, relazioni diplomatiche e logistica navale.
La sua figura rispondeva perfettamente al tipo di ufficiale richiesto da missioni che implicavano:

– conoscenze tecniche relative al trasporto di merci delicate;
– capacità di trattare con funzionari di reggenze autonome;
– affidabilità politica presso la corte borbonica.

Fonti della Real Marina descrivono una missione con finalità prevalentemente scientifico-economiche:  Caracciolo doveva procurarsi piantine giovani di caffè, semi e, se possibile, terriccio di origine, per facilitare la fase di acclimatazione una volta giunti a Napoli.[1]
Algeri rappresentava un ambiente complesso: le relazioni con le potenze europee erano instabili, le autorità locali diffidenti verso iniziative che potessero favorire l’autonomia botanica degli Stati cristiani.
Caracciolo dovette quindi ricorrere a una combinazione di:

– negoziati formali con funzionari locali;
– intermediazione di mercanti italiani residenti nella reggenza;
– donativi diplomatici, prassi comune in simili operazioni.

Doveva essere messa in campo necessariamente una strategia diplomatica ed economica che doveva costruire un ponte tra culture diverse e distanti, che però si affacciavano sullo stesso mare.
Le piantine furono ottenute attraverso accordi con intermediari ottomani, probabilmente provenienti dai flussi commerciali algerino-egiziani.
Le fonti indicano l’acquisto di:

– esemplari giovani di Coffea arabica,
– semi maturi,
– contenitori di terriccio originale.

Tale materiale era particolarmente raro: la sopravvivenza delle piantine durante i viaggi marittimi era incerta e le potenze europee vivevano una fase di protezionismo botanico.
Il trasporto di piante vive richiedeva tecniche sofisticate per l’epoca. Caracciolo adottò sistemi simili a quelli usati dai botanici francesi e olandesi:

– posizionamento in cassoni ventilati;
– protezione dalla salsedine con tele cerate;
– irrigazione regolare con acqua dolce;
– mantenimento in zone ombreggiate della nave;
– imballaggi con muschio umido.

Il viaggio si concluse positivamente: almeno una parte delle piantine sopravvisse e fu immediatamente trasportata nei giardini reali e successivamente nel nascente Real Orto Botanico, contribuendo all’arricchimento delle collezioni scientifiche.
Sebbene il Regno di Napoli non potesse avviare coltivazioni commerciali di caffè su larga scala, la presenza di piante vive aveva implicazioni economiche dirette:

– riduzione della dipendenza dalle collezioni straniere;
– possibilità di riprodurre semi e distribuirli ad altri giardini europei;
– prestigio nelle relazioni scientifiche internazionali.

La missione contribuì allo sviluppo delle conoscenze botaniche partenopee e rafforzò il ruolo di Napoli come centro di scienza mediterranea.
Le piantine di caffè alimentarono studi sulla climatologia, sulla fisiologia vegetale e sulle tecniche di acclimatazione.
L’operazione testimoniava la capacità della marina borbonica di compiere missioni complesse e rafforzava l’immagine di una monarchia impegnata nella modernizzazione tecnico-scientifica, secondo i principi dell’Illuminismo borbonico.
La missione di Francesco Caracciolo ad Algeri si inserisce in un più ampio processo di modernizzazione scientifica del Regno di Napoli.
Pur non alterando gli equilibri economici del Mediterraneo, essa rappresenta un esempio significativo della circolazione delle specie botaniche pregiate e del ruolo attivo che un regno “non coloniale” poteva assumere nella geografia scientifica del Settecento.
La vicenda arricchisce anche il profilo biografico di Caracciolo, mostrando un ufficiale competente, diplomatico e attento alla dimensione scientifica della navigazione, molto prima della sua tragica fine politica.

Note

[1] Archivio di Stato di Napoli, Fondo Marina, corrispondenza con il Ministro Acton, reg. 1780–1783.
[2] Sulla diffusione del caffè nel Mediterraneo ottomano, cfr. S. Faroqhi, The Ottoman Empire and the World Around It, Cambridge University Press, 2004.
[3] Per un’analisi della botanica borbonica, si veda M. De Simone, Il Real Orto Botanico di Napoli e la politica scientifica dei Borbone, Napoli, 1991.

Bibliografia essenziale

Aymard, M., Il Mediterraneo oltre il Mediterraneo. Circolazioni e traffici nel Settecento, Roma-Bari, Laterza, 1998.

De Simone, M., Il Real Orto Botanico di Napoli e la politica delle piante esotiche, Napoli, 1991.

Faroqhi, S., The Ottoman Empire and the World Around It, Cambridge, 2004.

Musi, A., I Borbone di Napoli, Bologna, Il Mulino, 2019.

Spirito P., Na tazzulella ‘e cafè, Giannini, 2024

Villani, P., Il Regno di Napoli nel Settecento, Bologna, Il Mulino, 1987.

Zaugg, R., “Plants, Politics and Empires. Botanical Transfers in the Mediterranean (XVII–XVIII sec.)”, in Mediterranean Studies, 2018.