La mostra su Raffaello: serve un biglietto senza scadenza per vincere i tempi Covid

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La mostra su Raffaello è finalmente a disposizione di tutti quelli che vorranno visitarla realmente, percorrendo le sale elegantemente allestite e riempiendosi gli occhi per le meraviglie che il grande artista ci ha lasciato. Raffaello morì a seguito di un salasso che gli fu praticato per cercare di sconfiggere la forte e violenta febbre che lo aveva colpito. Dicono che la malattia che lo sconfisse avesse origini di tipo sessuale. Che il gossip sia soddisfatto. Dopo la visita virtuale offerta nel periodo di massima chiusura sociosanitaria, gli organizzatori, gli allestitori e tutti quanti hanno speso tre anni di lavoro possono finalmente raccogliere i frutti del proprio lavoro. Tra le regole di sicurezza ci sono i famosi cinque minuti di permanenza in ogni sala, per ogni visitatore. I tempi sono quello che sono, le regole sono le regole. È un momento speciale. Possiamo trovare un migliaio di frasi trite e ritrite che giustificano le misure grazie alle quali è oggi possibile tenere aperto al pubblico un esercizio culturale. La domanda è però un altra. Alcuni studi hanno stabilito che il tempo medio speso da una persona davanti ad un oggetto museale è compreso tra 8 e 15 secondi. Cinque minuti possono essere dunque un tempo infinito, specie se l’esposizione, per quanto elegante, preziosa e minuziosa nelle rifiniture, segue canoni standard da passaeggaiatanelbello, soliti e comuni alla stragrande maggioranza delle strutture di esposizione. La riflessione porta sempre allo stesso punto che è l’origine di ogni discorso espositivo: bloccare il visitatore davanti ad un’opera d’arte. Fargli abbracciare la modalità lenta e spronarlo ad esaminare le opere, noncurante del percorso da completare, di finire. Il tempo però trascorre e il biglietto costa: marsch, muoversi e sfruttare tutti i soldi che è costato. Nello specifico, per onestà d’informazione, la mostra su Raffaello ha costi diversificati non solo per età ma anche per orario di visita. Se però il biglietto permettesse di tornare alla mostra per quante volte lo si volesse, certamente la corsa al traguardo finale sarebbe molto rallentata e magari darebbe ai visitatori l’opportunità più grande e gustosa: poter interpretare da soli un’opera senza l’intervento di un esperto o di una guida. Esaminare la struttura del soggetto, i colori, le forme, i simboli, la storia; notare ciò che è strano o quello che richiede attenzione immediata. Il visitatore dovrebbe essere messo in grado di abbandonare l’ansia, che sente nel dover incamerare le informazioni che sono davanti a lui, e dedicarsi al gioco più bello del mondo: ritrovare parti di sé e della propria vita in quanto rappresentato dall’artista. Raffaello pensò ogni opera proprio per permettere al suo pubblico di elevarsi spiritualmente, ad ognuno di riconoscersi perfettibile e ambire senza remora alla perfezione. La mostra virtuale, offerta nel momento più particolare degli ultimi decenni, sarebbe dovuta servire a questo: donare all’osservatore quel bene che inevitabilmente durante la visita inesorabilmente si avverte come mancante: il tempo. Una corsa virtuale tra le 10 sezioni dedicate con una voce che asseconda lo scorrere delle immagini è sempre meglio di un noioso libro di nozioni, ma per essere uno stimolo accattivante e produttivo di approfondimenti richiede tecniche del tutto diverse.
La raffinatissima mostra, come la maggioranza di tutte quelle che si allestiscono senza mettere in pratica le tecniche dell’interpretazione, Covid o non Covid, avrebbe avuto sempre lo stesso problema: trattenere l’osservatore davanti ad ogni opera per più di quei fatidici 8 secondi riscontrati dagli studiosi della Tate Gallery. Il talento artistico di Raffaello è istintivo, non sembra nascere dallo studio né da sforzo alcuno. Tutti siamo perfettibili e Raffaello riesce ad elaborare una ineguagliata perfezione tecnica per confermarci che la perfezione è possibile.
Il primo che si è sentito perfettibile guardando le opere alla mostra o anche nel video alzi la mano. Forse sarebbe bastato uno specchio come invito a scrutare e trovare in sé i segni della possibilità di migliorare.
La gente che normalmente visita un museo passeggia tra le opere, coscienziosamente giunge alla fine del percorso, ma per lo più esce senza aver visto nulla, e poco porterà nel cuore e nella memoria. Questo non è un successo, anche se i visitatori fossero milioni. Trattandosi di Raffaello, ed essendo il livello qualitativo molto più che altissimo, il mordi e fuggi è decisamente inadeguato nei confronti dell’artista, che consapevole delle sue capacità sarebbe profondamente scandalizzato dai cinque minuti concessi a quel suo modo di comporre, che voleva esprimere forti valori morali, ciò che Vasari chiamava il “costume”. Cinque lunghissimi minuti per il passeggiatore seriale e pochissimi, uno schizzo di tempo, per l’appassionato e il cultore. Bentornati alla vita dunque, al bello, ai musei. Il periodo di chiusura dovrebbe però aver insegnato che la preparazione di una mostra è parallela al suo allestimento ma non sono la stessa cosa, e che se le opere sono fondamentali il tempo che il visitatore dedicherà alla loro osservazione è determinante per il successo dell’esposizione.