La Nemesi di Medea. Una storia femminista lunga mezzo secolo di Silvana Campese

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di Fiorella Franchini

Nemesi era la dea greca nata da Zeus che provvedeva a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e infliggendo gioia o dolore secondo quanto era giusto. Non una divinità vendicativa bensì una dispensatrice di equità. A questa potenza simbolica e trascendente s’ispira l’impegno civile delle Nemesiache, un gruppo, nato negli anni ’70, che ha lottato a favore dei diritti delle donne utilizzando diversi canali artistici, dal teatro alla scultura, la scrittura e il cinema. Silvana Campese, artista e scrittrice, ne ha fatto parte con il nome di Medea, raccontando in un corposo volume intitolato La Nemesi di Medea. Una storia femminista lunga mezzo secolo – L’Inedito editore – la storia del collettivo e la sua esperienza militante, le intese intellettuali e i fraintendimenti. Il lavoro parte dal 1968 per arrivare al 2018 e utilizza una narrazione in prima persona, espressione di un percorso personale e di una testimonianza documentarista sulla storia di uno dei primi gruppi femministi a Napoli. Donne unite intorno alla fondatrice, Lina Mangiacapre e poi a sua sorella Teresa la cui lotta mirava a sconfiggere le ingiustizie sociali e politiche nei confronti del sesso femminile. Dalla caduta del matriarcato, la voce delle donne si è affievolita nella sua coralità, lasciando spazio solo a grandi personaggi che, singolarmente, hanno difeso le proprie prerogative. Silvana Campese, con un’accorata ricostruzione, racconta del suo incontro con il movimento, avvenuto dopo la discussione della sua tesi di laurea, e la costante attività dell’associazione d’imporre all’attenzione della società la nuova consapevolezza. La scelta del mito conferma una precisa volontà di recupero dell’atavico senso del femminile, inteso come riaffermazione di una specificità, non in competizione con il maschile ma al fianco, alla ricerca di uno smarrito sentimento di armonia universale. Il mito esprime un significato, una morale, una causa, “è la metafora di un mistero che va oltre la comprensione umana. – ha affermato Christopher Vogler – Si tratta di una storia che ci aiuta a capire, per analogia, alcuni aspetti misteriosi di noi stessi. Secondo questa concezione, un mito non è una falsità, ma un modo di raggiungere una profonda verità”. Un’obiettività morale e antropologica che le Nemesiache hanno perseguito con dinamismo costruttivo e multiforme, ricordiamo la Rassegna Internazionale del Cinema Femminista “L’Altro Sguardo”, che prima in Europa testimonia ancor oggi la poliedricità storica, sociale, politica dell’immagine femminile, i due lungometraggi del 1987 “Didone non è morta” e “Faust/Fausta”, per la regia di Lina Mangiacapre, la rivista Manifesta, uno spazio aperto alla riflessione teorica e filosofica, alla ricerca sull’immagine filmica e sulle arti visive, sulla poesia e la scrittura, con la quale Silvana Campese ha lungamente collaborato. Le sue stesse pubblicazioni, il romanzo “Prisa”, la raccolta di racconti “Strada facendo”, l’epistolario “Contrappunto per soli timpani e oboe” e il romanzo fantapolitico “Il ritorno di Cisarò”, i racconti per l’Associazione culturale L’Inedito Letterario, provano una volontà fattiva di cambiamento e non una semplice utopia, e neppure vendetta o sopraffazione. Risalta dal resoconto dell’autrice il particolare rapporto con Napoli, essa stessa ninfa ammantata di luci e ombre, Sibilla e Menade danzante, Madonna e Iside dai mille nomi. Un legame con il passato che vuole spazzare via folclore e sottocultura restituendo alla città, le sue radici multiculturali e una sottintesa femminilità, intesa come valore di accoglienza e di creatività. Silvana Campese si fa carico di questa eredità morale e culturale e con la sua scrittura infonde nuova linfa al messaggio delle Nemesiache, ancor oggi di grande attualità. Il riconoscimento dei diritti delle donne non ha realizzato, purtroppo, l’equilibrio sociale, perennemente in bilico tra l’assuefazione femminile e la violenza di genere e, a distanza di cinquant’anni, pare di leggere tra le pagine dell’autrice un chiaro e forte monito di Lina Mangiacapre: “Signore, c’è ancora molto da fare!”.