La nuova via della seta. L’accordo di fine anno tra Unione europea e Cina apre inediti scenari di geopolitica

L’anno che si è appena aperto non sembra essere destinato a rivelarsi più tranquillo di quello che si è appena concluso.
Mentre il mondo continua ad essere sconvolto dalla pandemia da Covid 19, gli Stati Uniti, che vantano il titolo di “più antica democrazia” dell’era contemporanea, non soltanto subiscono impotenti l’attacco del virus ma attraversano una crisi interna senza precedenti che ne mette seriamente in discussione l’agognato ruolo di superpotenza mondiale.
L’assalto al Campidoglio di Washington da parte di una folla esagitata di “trumpiani” che, aizzati dalle parole eversive di un presidente che non sembra rassegnarsi alla sconfitta elettorale, hanno impedito con la violenza che il Congresso procedesse, come da Costituzione, alla verifica finale degli scrutini e dichiarasse Joe Biden nuovo presidente degli Stati Uniti, riporta l’America ai tempi bui della prima elezione di Abraham Lincoln quando, correva l’anno 1860, 11 stati del Sud rifiutarono di riconoscere il risultato elettorale e dettero avvio al tentativo di disgregazione della repubblica che sfociò in una sanguinosa guerra civile.
L’avventurismo sconsiderato di Donald Trump, che potrebbe nei prossimi giorni portare alla sua destituzione, non soltanto sta provocando una crisi profonda negli assetti interni della società americana e nelle sue istituzioni, ma rischia di minare seriamente la credibilità dell’America a livello mondiale e di portare a un forte ridimensionamento delle sue ambizioni geopolitiche.
Donald Trump, per tutti i quattro anni del suo mandato, ha tentato di “contenere” la Cina sul piano economico e su quello politico, imponendo dazi sulle merci cinesi importate negli Stati Uniti e sostenendo quel “movimento per la democrazia” di Hong Kong che da quasi due anni provoca disordini nella ex colonia britannica, aizzando i suoi sostenitori a contestare il passaggio di consegne presidenziale ha servito su un piatto d’argento un’arma propagandistica a un Paese, come la Cina che dopo essere stato il prima ad essere colpito dalla pandemia è stato anche il primo a uscirne con successo.
Ricordando che quando nel 2019 i manifestanti assalirono e devastarono il Campidoglio di Hong Kong, sia il Segretario di Stato Mike Pompeo che la Speaker della Camera dei Rappresentanti di Washington, la democratica Nancy Pelosi, applaudirono al comportamento violento dei manifestanti, la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, ha avuto buon gioco nell’accusare, a commento dei fatti di Washington, gli americani di “doppio standard” nella valutazione morale e politica dei propri e degli altrui comportamenti.
“Io credo –ha detto Hua Chunying in una conferenza stampa convocata per commentare i disordini nella capitale americana- che questo fatto (l’assalto al Campidoglio) rappresenti un dejà vu…vedo che negli Stati Uniti ci sono reazioni differenti rispetto a quanto accade a casa loro e rispetto a quanto accadde a Hong Kong nel 2019…”.
Al di là delle schermaglie propagandistiche, nell’anno in cui si celebra il centenario della fondazione del Partito Comunista cinese, Pechino continua a segnare punti a proprio favore nella competizione con gli Usa sul terreno della geopolitica e dell’economia.
E’ del 30 dicembre 2020 la notizia dello storico accordo tra Cina e Unione Europea in tema di Investimenti.
Dopo sette anni di negoziati, nel corso di una conference call tra il presidente cinese Xi Jinping e Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea, affiancata dal presidente francese Emmanuel Macron, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, è stato approvato il “Comprehensive Agreement on Investments” (CAI).
Si tratta di un accordo storico che apre una nuova “Via della Seta” tra il Vecchio Continente e l’immenso mercato cinese.
I principi di base del “Cai” mirano a un sostanziale riequilibrio commerciale tar Europa e Cina, essendosi quest’ultima finora dimostrata poco aperta nei confronti degli europei.
Con questo accordo, Pechino si apre all’Europa in molti settori significativi, con particolare riguardo al settore manifatturiero e a quello dei servizi.
In questi campi la Cina si impegna a rimuovere le norme che fino a oggi hanno fortemente discriminato le imprese europee, garantendo certezze legali per chi intende produrre in Cina, allineando sul piano normativo le aziende europee e quelle cinesi e favorendo la costituzione di joint venture e la stipula di accordi commerciali e produttivi.
Nel campo manifatturiero verrà dato impulso al settore “automotive” con particolare riguardo alla produzione di auto elettriche, ma anche alla produzione di prodotti chimici, materiali per telecomunicazioni e strumenti sanitari di nuova generazione.
Per quanto attiene ai servizi, la Cina favorirà gli investimenti europei in tema di servizi “cloud”, servizi finanziari, sanità privata, servizi collegati al trasporto aereo e marittimo.
In tutti i settori coperti dal “CAI” gli investitori e produttori europei non subiranno più alcuna discriminazione rispetto ai concorrenti cinesi, comprese le aziende di proprietà dello Stato, né si vedranno proibire l’accesso a campi produttivi finora vietati agli stranieri.
L’accordo prevede anche garanzie che rendano più facili, per le aziende europee, le pratiche burocratiche –finora defatiganti- per completare tutte le procedure amministrative e le autorizzazioni di legge, abbattendo gli ostacoli burocratici che hanno tradizionalmente reso difficile l’operatività delle imprese europee in Cina.
E’ la prima volta nella sua storia che la Cina si apre in tal modo alle aziende e agli investimenti stranieri.
Per attrarre questi ultimi Pechino si impegna ad allinearsi sul piano dei costi del lavoro e sulla tutela dell’ambiente, allineando progressivamente i propri standard a quelli europei, in tema di lotta all’inquinamento e di diritti sindacali.
Per rendere concreto e visibile questo impegno, la Cina aderisce sia agli Accordi di Parigi sul clima che alla Convenzione europea sull’Organizzazione del Lavoro.
Nel commentare la sigla dell’accordo, la presidente Von Der Leyen ha sottolineato che “si tratta di un passo fondamentale nelle nostre relazioni con la Cina. L’accordo garantirà un accesso senza precedenti al mercato cinesi per gli investitori europei, garantendo al nostro bussiness di crescere e di creare posti di lavoro. Esso impegna, altresì, la Cina ad aderire ai principi di trasparenza e di non discriminazione e riequilibra in modo sostanziale le nostre relazioni economiche con Pechino”.
L’accordo Cina- Europa è un’altra tessera del mosaico di relazioni commerciali e politiche sulle quali Pechino vuole definire il ruolo geopolitico di una nazione destinata, secondo le stime di crescita, a raggiungere entro la fine del decennio il primo posto nella graduatoria mondiale in termini di PIL.
Il CAI segue infatti di poco più di un mese la sigla del “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP), un accordo di importanza strategica siglato dalla Cina con i 10 paesi dell’ASEAN e con Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.
Il RCEP è stato definito “il blocco commerciale e di investimento più grande del mondo” e crea in sostanza un’area di cooperazione economica e di libero scambio che coinvolge 2,2 miliardi di persone che producono il 28%del commercio mondiale e oltre il 30% del PIL globale.
I paesi aderenti all’accordo RCEP coprono il 50%della produzione manifatturiera mondiale, il 50% della produzione di automobili e il 70% dell’elettronica. Il RCEP elimina la quasi totalità (il 90%) delle tariffe sul commercio nell’area dei paesi aderenti creando un’enorme area di libero scambio asiatico che vede, da un lato l’emarginazione dell’India, e dall’altro la crescita del ruolo di Pechino in tutta l’Asia Orientale.
Gli accordi CAI, con l’Europa e RCEP con i partner asiatici segnano indubbiamente una svolta storica nei rapporti tra la Cina e il resto del mondo, rapporti da cui restano esclusi gli Stati Uniti, bloccati oggi in un processo di transizione da operetta che ne limita non solo l’agibilità democratica ma anche l’operatività e la credibilità internazionale.
Dopo che il segno distintivo della politica estera americana nell’era Trump si è ridotto all’imposizione di dazi sul commercio con la Cina, la progressiva perdita di credibilità dell’amministrazione americana ha reso vani i tentativi del Segretario di Stato Mike Pompeo di raccogliere, sotto la bandiera a stelle e strisce, un’ampia coalizione internazionale anti cinese.
Il RCEP è lì a dimostrare quanto fragili siano stati i tentativi di Washington di contrastare i cinesi sul piano economico e politico, visto che due partner un tempo strategici degli Stati Uniti come la Corea del Sud e l’Australia hanno letteralmente fatto “orecchie da mercante” agli appelli americani e hanno stretto un accordo storico e strategico con Pechino.
L’accordo CAI con l’Europa mette in comunicazione e in connessione sempre più stretta il Vecchio Continente e quello che per secoli fu “Il Regno di Mezzo”, una Cina che ha scelto di abbassare le barriere ideologiche per aprire nuovi percorsi di progresso economico e-speriamo- di sviluppo democratico.
Alla sigla dell’accordo CAI erano presenti esponenti francesi e tedeschi.
Mentre l’Europa apriva la “nuova Via della Seta”, brillava per la sua assenza al tavolo della trattativa la nazione che ha dato i natali a De Gasperi, uno padri fondatori dell’Unione, e a Marco Polo, protagonista dell’apertura della prima “Via della Seta”.