La politica sta alla finestra, al sud disoccupati e povertà

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Del tutto inaspettatamente, quantomeno con tempi assai sospetti – la vicenda si riferisce all’accusa di utilizzo da parte russa di gas nervino sul suolo della perfida Albione per eliminare un’ex spia del Kgb – Londra ha deciso di avviare un’azione diplomatica contro Putin. L’inquilina del civico 10 di Downing Street, l’antieuropeista Theresa May, era data in difficoltà a seguito della Brexit. Gli Usa hanno fatto di più. Il presidente Donald Trump, che sin dal primo giorno della sua elezione era stato “sospettato di intelligenza” con lo stesso nemico, vale a dire sempre con Vladimir Putin, ha imposto nuove sanzioni contro diversi cittadini russi e aziende per il loro presunto ruolo nelle cyber interferenze nella campagna elettorale del 2016. Appunto. Al fronte antirusso si è aggiunto, ovviamente, Emmanuel Macron, per i soliti motivi di grandeur dell’Eliseo che però a noi italiani – ricordate l’operazione anti-Gheddafi? – in genere non portano mai nulla di buono. E per ultima, ma non ultima, la Germania che, motore dell’Europa, per gli stessi motivi di egemonia non può rimanere evidentemente alla finestra.
Cosa che invece è costretta a fare Roma, in questa strana vicenda, dal momento che non c’è ancora un governo legittimato dalle recenti elezioni. E forse, tutto sommato, non è neanche un male considerato che, al di là dei rapporti personali di alcuni leader italiani con Putin (Matteo Salvini compreso) l’Italia ha da sempre ottime relazioni commerciali con la Russia. Rapporti economici che già hanno fortemente sofferto – è bene notare – a causa delle precedenti sanzioni. Insomma, questa volta, per così dire, abbiamo un forte alibi per stare alla finestra, diversamente da quando – premier Silvio Berlusconi – fummo costretti intervenire in Libia contro i nostri stessi interessi nazionali.
Peraltro, a Mosca domenica si vota e sapremo, appunto, se se sarà ancora una volta zar Vladimir – il dubbio è pleonastico, evidentemente – a guidare la Madre Russia. Ecco, questo è lo scenario di fondo (vi risparmio le altre implicazioni medio-orientali, che pure c’entrano, eccome se c’entrano) della crisi internazionale delle ultime ore, sicché ciascuno potrà farsi il proprio resoconto. In proposito, vi suggerisco di leggere il bellissimo articolo di fondo firmato sul Mattino dallo storico Franco Gardini: “E’ un fuoco di paglia – ha scritto – ma attorno c’è benzina”. È proprio vero.
Intanto, a proposito di elezioni, c’è da dire che il risultato in Russia si conoscerà in poche ore, mentre da noi – a oltre dieci giorni dalle votazioni – non ancora di conoscono tutti gli eletti. Nel senso che le Regioni stanno incontrando non poche difficoltà a districarsi nelle norme per il ricalcolo dei voti e le assegnazioni dei seggi dei politici cosiddetti “col paracadute”.
Nel frattempo, però, la politica non se ne sta con le mani in mano. Ma dire che la situazione è chiara è una bugia. Al momento la situazione è questa. Manca una maggioranza di governo e le alleanze tra i tre blocchi in campo (centrodestra, Pd e M5S) appaiono difficili. In ogni caso la possibile intesa tra Lega e Cinque Stelle, anche solo per eleggere i vertici di Camera e Senato, fa infuriare il Cavaliere. Berlusconi teme le strategie dell’alleato e non ne fa mistero. Sull’accordo con i grillini il centrodestra può implodere. Ma anche il voto anticipato è un incubo. “Forza Italia rischia di essere cannibalizzata da Salvini”, dice, spingendo invece per un governo col sostegno esterno del Pd. Come se fosse facile.
Insomma, l’incertezza regna sovrana, sicché sui giornali della finanza internazionale tornano i giudizi non proprio teneri nei confronti del Belpaese. Il Wall Street Journal, per esempio, ha scritto che: “La probabilità di una crisi italiana è più alta dopo le elezioni, anche perché il voto ha confermato che gli italiani continuano a non riconoscere la causa dei problemi del loro paese”.
Peraltro, seppure in ripresa, il sistema economico italiano è tutt’altro che fuori delle secche della crisi. Il punto più dolente è sempre l’occupazione che però nella zona euro è cresciuta dello 0,3%, tanto da far dire a Mario Draghi, presidente della Bce: “Continua la ripresa nel mercato del lavoro e con un aumento di circa 7,5 milioni di posti dalla metà del 2013 (nell’Eurozona, nda) tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008”. Ma il discorso non riguarda l’Italia che registra, purtroppo, l’unico dato negativo (-0,3%) nell’ultimo trimestre assieme alla Lituania (che però fa meglio col -0,1%).
A soffrire della mancanza del lavoro è soprattutto il sud, dove la percentuale dei disoccupati è superiore di 7 punti percentuali rispetto alla media Italia. E dove – ammonisce Bankitalia – la povertà più che un rischio è ormai un’amara e diffusa realtà sociale (1 italiano su 4). Di contro, ma il dato non consola, nel 2017 sono aumentati del 25% i lavoratori interinali: un vero record da 15 anni. “Miracolo del Jobs act. L’unico boom è dei lavoratori presi in affitto per qualche ora” scrive il Fatto quotidiano. Con sarcasmo.

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