“La Riggiola: riflessi sullo specchio”, Adriana Carli e il teatro ribelle a Napoli

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di Fiorella Franchini

“Il palcoscenico non è solo un mondo a parte, è una miriade di mondi”. Con questa profonda consapevolezza, Adriana Carli, anima e motore del teatro di ricerca napoletano “La Riggiola”, raccoglie in un libro le emozioni di un momento artistico che ha segnato un’intensa stagione culturale. L’opera non è una semplice narrazione autobiografica, o la storia di una compagnia teatrale, bensì un vibrante atto di memoria, un affondo storico e, al contempo, un intimo “riflesso sullo specchio”. Attraverso la pagina scritta, l’autrice testimonia la presenza pluridecennale di una realtà non sempre ricordata dai recensori teatrali. Ne emerge è un ritratto appassionato e irriverente di un’epoca, di un’arte e di una battaglia culturale condotta per “mezzo secolo, circa, alla ricerca di “un modo di fare teatro”.
Il percorso di Adriana Carli, raccontato con tenera nostalgia, funge da necessaria premessa. Fin dall’infanzia, l’autrice rivela una vocazione multiforme che la conduce dalla danza all’arte figurativa e, infine, alla scenografia presso l’Accademia di Belle Arti. Questa formazione multidisciplinare è il seme di un’estetica che rigetta il solo “teatro di parola” a favore di un “teatro poliedrico” in cui scenografia, attore, suono e immagini creino un incessante scambio creativo, capace di generare nuove emozioni e persino “sconcerto nel pubblico”.
Dopo le prime esperienze professionali come attrice e scenografa, e in un momento storico affascinato ma anche disilluso dalle avanguardie come il Living Theatre, Adriana Carli avverte la “pressante esigenza di cercare uno spazio proprio”. Apre in via Manzoni un suggestivo studio d’arte (punto d’incontro di artisti come Elio Waschimps) che termina la sua attività con un incendio. Questo evento, quasi un segnale, la spinge alla ricerca di un luogo dove attuare concretamente la sua idea di teatro sperimentale.
A Posillipo, in Piazza San Luigi, dalla trasformazione di uno scantinato condominiale, nasce la compagnia “La Riggiola”. Il nome è un omaggio alle famose maioliche napoletane, ciascuna “diversa dall’altra, come tanti quadri d’autore”, a simboleggiare l’unicità e l’artigianalità della proposta artistica. A fondamento del progetto si pone la “Dichiarazione d’intenti” del 1976. Il collettivo si schiera apertamente contro la tendenza dei gruppi sperimentali ad aspirare al riconoscimento ufficiale, denunciando che dietro l’esigenza culturale si nasconde spesso un “cedimento totale alla spietata legge del profitto”. “La Riggiola” professa invece una scelta radicale, ispirata all’esempio di Grotowski, puntando sul “rapporto autentico tra attore e spettatore” e sul recupero della matrice “sacra e rituale” del teatro. Questa scelta, antieconomica e rigorosa, significava rinunciare al “pubblico numeroso” per una partecipazione effettiva e intima.
Il libro ripercorre i momenti salienti della compagnia, gli spettacoli, i successi, gli ostacoli esterni. Tra questi, la chiusura forzata dei piccoli teatri da parte del questore nel 1976, che costrinse “La Riggiola” a ottenere una vittoria a livello nazionale dopo giorni di protesta. Il testo, inoltre, è impreziosito da aneddoti personali come l’incontro con Eduardo De Filippo o le performances improvvisate nello studio, e dalle testimonianze critiche di giornalisti che all’epoca “venivano anche a vedere” gli spettacoli, come Franco De Ciuceis e Enrico Fiore
La narrazione culmina con il ricordo più doloroso: lo sfratto del 2001. Dopo venticinque anni di attività senza finanziamenti, il teatro è costretto a chiudere per essere riconsegnato al condominio, che intendeva trasformarlo in “cantinole per roba vecchia”. Amaro è il commento dell’autrice: “Evidentemente preferiscono i ragazzi che vengono a mangiarsi la pizza e a sporcare la piazza”, una frase che riassume tutta la frustrazione di un impegno culturale costante, indipendente e spesso sottovalutato.
“La Riggiola: riflessi sullo specchio”. Mezzo secolo, circa, alla ricerca di un modo di fare teatro (Giannini editore) è una testimonianza unica, rappresenta il racconto di un’avventura artistica intransigente, vissuta con rigore e passione, che ha rifiutato l’omologazione e la commercializzazione. Si tratta di una lettura coinvolgente non solo per la ricchezza dei dettagli teatrali, ma anche per il calore umano e l’onestà intellettuale con cui Adriana Carli riflette sulla sua vita e sulla sua arte. L’opera fa nascere nel cuore del lettore l’eco dei personaggi che hanno preso vita in quello scantinato, ormai svuotato della sua anima culturale. È una memoria che si fa storia, rendendosi indispensabile per chiunque voglia comprendere il teatro underground italiano degli anni ’70, ’80 e ’90, e l’azione artistica di una generazione che voleva “cambiare il mondo”, ognuno a modo proprio: “” Facendo teatro si può cambiare il mondo? – si domandava Dacia Maraini – Forse no, ma si può aiutare qualche testa a riflettere, si può risvegliare qualche coscienza, si può suscitare qualche nuovo pensiero, qualche sospetto”.
Un libro essenziale e lirico nel quale la poesia del teatro si fa vedere, si fa umana.