La sfida di Magda Maurelli: Così svecchierò il sindacato

64

Si propone come alfiere dei precari e autrice del rinnovamento. Magda Maurelli, 40 anni, originaria di Napoli ma residente a Roma, già segretario generale di Uiltemp Si propone come alfiere dei precari e autrice del rinnovamento. Magda Maurelli, 40 anni, originaria di Napoli ma residente a Roma, già segretario generale di Uiltemp dal 2010 al 2014, dal prossimo novembre potrebbe prendere il posto di Luigi Angeletti alla guida dell’Unione Italiana del Lavoro. Rappresentante del mondo dei lavoratori flessibili, giovani e precari, la Maurelli scende in campo ufficialmente in vista del congresso del prossimo 19 novembre proponendo un modello di sindacato alternativo a quello di Carmelo Barbagallo, attuale segretario generale aggiunto Uil, anche lui in lizza per succedere ad Angeletti. “Per la prima volta nella storia dell’organizzazione sindacale – dice – si apre un confronto autentico tra due candidati e, soprattutto, tra due idee di sindacato agli antipodi: da una parte, chi da anni si batte per i diritti di lavoratori precari e atipici e, dall’altra, chi punta solo alla conservazione dei diritti acquisiti”. Snocciola i dati di un sondaggio, Maurelli, per dimostrare che qualcosa va fatto per ridare un senso alla rappresentanza. “I numeri – spiega – parlano chiaro. La gente non si fida più di noi”. Che cosa dicono i dati dei sondaggi? I dati ci dicono che oggi solo il 6 per cento degli italiani ha fiducia nei sindacati. I lavoratori, soprattutto i giovani, ci considerano solo il sindacato dei dipendenti e dei pensionati, e si sentono esclusi. E’ per recuperare la fiducia dei giovani che ha deciso questa fuga in avanti? Mi candido affinché tutte le categorie di lavoratori possano incidere, farsi ascoltare, creare cambiamento. La mia discesa in campo, poi, ci tengo a precisarlo, avviene all’interno di un progetto condiviso, non è una mia idea, ma una scelta fatta di concerto con tanti delegati e sindacalisti sul territorio. E come viene fuori questa decisione? Viene fuori dalla considerazione che viviamo tempi diversi e ogni cosa ha il suo tempo. Abbiamo una classe dirigente che sta lì da 20 anni e non si rende conto che il mercato del lavoro si è trasformato, abbiamo lavoratori discontinui e in mobilità. E’ arrivato il momento di creare coerenza tra domanda e offerta. Si prepara una spaccatura all’interno del sindacato? Non vogliamo creare una frattura nel sindacato ma, al contrario, capire come creare una connessione tra una classe dirigente, chiusa nei propri palazzi e ancorata ai propri privilegi, e una classe lavoratrice fortemente eterogenea. Oggi l’occupazione viene vissuta come una condanna: bisogna liberare energie positive prendendo consapevolezza del fatto che ci sono posti di lavoro e posti di non lavoro. Che i nostri interlocutori sono persone che hanno pari dignità e pari diritti. Come si è creata questa distanza tra sindacati e lavoratori? Proprio perché c’è questa classe dirigente tesa all’autoconservazione. Ed esiste da tempo questo quarto stato di lavoratori discontinui ai quali abbiamo creato una ferita sociale enorme. Il lavoro non può essere una condanna e l’aver rimandato la necessità di affrontare un problema del genere ha avuto come unico effetto quello di trovarsi ora di fronte una platea sempre più grande senza tutele e senza diritti. Per risolvere nuovi problemi occorrono nuovi strumenti. Quali? Innanzitutto occorre riconoscere che ci sono platee diverse di lavoratori. Poi è necessario pensare a un welfare rinnovato che non arrivi soltanto alla fine del percorso di lavoro con gli ammortizzatori sociali, puntando piuttosto su politiche attive e su nuove forme di garanzie nella fase di non lavoro, di primo inserimento, di crisi aziendale. Ci vogliono garanzie per tutti e non solo per una base di iscritti. Il sindacato dovrebbe essere lo strumento più veloce a capire e cogliere il cambiamento in atto. Se si perde la fiducia dei lavoratori evidentemente ha perso questa funzione.