La Signora degli occhi
Scrittrice di vita e tempo

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A cura di Ermanno Corsi La vita va osservata con gli occhi interiori. È l’idea portante di Lucia Stefanelli Cervelli, scrittrice di suggestivi ‘racconti monologanti’ Per scrivere bisogna A cura di Ermanno Corsi La vita va osservata con gli occhi interiori. È l’idea portante di Lucia Stefanelli Cervelli, scrittrice di suggestivi ‘racconti monologanti’ Per scrivere bisogna disaggregare; per capire gli altri, cominciando da sè, occorre riaggregare. La mente umana è un grande laboratorio ma pieno di insidie. È necessario, allora, sapere fin dove si può arrivare e quale deve essere il principale obiettivo. “Per me è l’autoriconoscimento inteso come possibilità di conoscere in ampiezza e profondità”. Lucia Stefanelli Cervelli pone così una grande questione del nostro tempo facendone, essenzialmente e strumentalmente, un problema di occhi, di sguardi e di direzioni che si prendono. Sotto costante osservazione, perciò, idee, comportamenti e valori non di un’epoca qualsiasi ma di quella in cui storicamente la vicenda umana si svolge. Secondo Dostoevskij la bellezza e il suo contrario sono sempre negli occhi di chi guarda. Tuttavia gli occhi non sono semplici cannocchiali di un sommergibile; non sono – nella visione di questa eclettica e complessa autrice – dei rassegnati collettori di immagini. Quindi? “La loro funzione, delicata e precisa, è quella di ‘replicare’ gli occhi interiori per tentare di cogliere l’armonia di una essenza visiva”. Siano strabici o fissi, gli occhi hanno ben pochi segreti per la Stefanelli Cervelli che ha dedicato loro studi particolari diventando la “scrittrice e signora degli occhi” (non a caso mi chiamo Lucia, aggiunge con garbata autoironia). Il primo occhio vivisezionato è quello ‘strabico’. “Era timido e strategico – dice – talvolta crepuscolare, raccoglieva ciò che si defilava in angolo. Sorridente e bonario,non incattiviva mai”. Visione troppo ‘buonista’ che andava corretta e peggiorata. Nasce così ‘l’occhio fisso’ che dà il titolo al nuovo libro e che si propone come raccolta di racconti monologanti e satirici per intellettuali piuttosto delusi. Questo secondo occhio è, al contrario del primo, pervicace e pedante. “Cattura il malcapitato oggetto, prescelto dalla sua osservazione, nel circoscritto della propria orbita e implacabilmente lo esamina e lo rigira agitandolo nel crivello delle sue ipocondriache considerazioni. Non fa sconti né a sé né agli altri”. Severità di giudizio con scarse possibilità di appello.Non è certo ininfluente il percorso intellettuale di Lucia Stefanelli Cervelli. Lei nasce per combinazione a Caserta (“ci sono stata solo 24 ore”) perché la madre, soprano del San Carlo, girava per i teatri italiani. Tutta la prima formazione (nelle case napoletane da piazza Cavour a via Antonio De Curtis) la vede allieva, a Materdei, delle suore francesi Figlie della Carità. Nello stesso istituto,presa la Maturità magistrale, insegna materie letterarie e fa teatro. All’università Suor Orsola Benincasa (“dopo un pensiero per l’Accademia di arte drammatica a Roma, superato per le difficoltà economiche”), la laurea con Fernando Figurelli (tesi sui motivi esistenziali nella poesia di Gozzano). A Salerno, invece, completa lo studio della Sociologia (“ho sempre avuto interesse per la Scienza della crisi; ho considerato la Sociologia come mediazione tra la Filosofia e la Letteratura”). Il lungo periodo di insegnamento – a Forcella, Secondigliano, Caivano e Napoli con 16 anni al liceo linguistico Margherita di Savoia – intreccia strettamente Scuola e Teatro. Un vissuto del tutto particolare lascia, in una mente lucida e predisposta alla riflessione, segni e tracce ben riconoscibili. Da qui un lavoro di grande impegno con Lucia attiva su un fronte molto largo. Pubblica libri di poesia (Alla falda d’abisso, Radici d’acqua, Fuori di persona) che hanno un valore di testimonianza, “un percorso esistenziale ma non esclusivamente soggettivo”. C’è la saggistica (Condizione di handicappato) dove è riflessa l’esperienza di docente e di madre “contro la superficialità di alcune facili integrazioni dei diversamente abili”. Il teatro (Fioralba che s’annoiava, Progetto metodologico teatro-giovani) la impegna come docente, attrice e regista. Il motivo è questo: “Il teatro – spiega – lo trovomoltopiù seriodella vita stessa. Elaborando, sinteticamente, lo spazio e il tempo di un’azione, la si pone in essere e la si giudica. Non la si può più cambiare”. Ma lo spazio privilegiato appare sempre piùquellodella narrativa che non èmai pura, fantasiosa e improbabile invenzione disancorata dal proprio vissuto. È invece osservazione, senza sconti e a tratti impietosa, del reale concreto. Ecco allora la doppia satira per intellettuali a riposo e per intellettuali piuttosto delusi: e di che cosa soprattutto? “Di se stessi e della società”. Strabismo e fissità, definita “una mostruosità indiscreta”, sono confliggenti e separabili? Per la scrittrice “servono tutti e due; entrambi dissuadono da ulteriori visioni:come dire, più si indaga, più crescono affanno esistenziale e inquietudine sociale”. La via d’uscita è dunque una resa? “La mia è una pura constatazione che però provoca disagio perché il mondo va per fatti suoi”. L’ironia usata come cura individuale e àncora di salvezza. I racconti monologanti de “L’occhio fisso” contengono tesi e antitesi simboleggiate da una contenuta, ma rappresentativa, coralità di personaggi con metafore tra esilaranti e grottesche e un po’ anche eduardiane: dalla rosa tatuata al nuovo sindaco del paese, dalla premianza caricatura della Premiopoli italiana all’ambientalismo di maniera, dagli inganni degli strumenti massmediatici alla società vista come lunghi filari di ossequiose formiche (risonanza gozzaniana), dal desiderio di chi con una lapide pensa di diventare il postero di se stesso alla allegoria di un uovo al tegamino, dalle ricorrenti ibridazioni all’elogio della cecità luminosa. Ma come può essere questo il punto di arrivo: una sorta di beata ignoranza? La scrittrice e signora degli occhi non ha remore: “Sì, a patto però che si tratti di una ignoranza sapiente”. Fatti i conti (inversione dei poli ragionativi, passività del ‘tutto scorre’ e della città liquida, un insieme umano di schizzati dove chi non è d’accordo “si frigge”) non resta da prendere atto che siamo all’ultima spiaggia? Per quanto la sua problematicità, così densa, sia largamente leopardiana, Lucia Stefanelli Cervelli non può non considerare che “la natura ci stupisce sempre”, che “nulla è concluso”, pensando, magari, che “il futuro è alle nostre spalle” riassunto nel “ti credi Ulisse e Itaca ti è dietro”. Bel richiamo di una donna di teatro a un mattatore delle scene come è stato Vittorio Gassman. Ma il percorso di Lucia Stefanelli Cervelli, sempre coerente e mai tortuoso, non si può interrompere. È ora in arrivo “L’innocenza dei perversi” per dimostrare che “la cattiveria, al di là della premeditazione, è figlia della grettezza, della volgarità e di un ispessimento della coscienza come fosse la pelle di un rinoceronte”. Tuttavia gettare la spugna e sentirsi spalle al muro non si addice alla “scrittrice e signora degli occhi” che avverte profondamente il dovere di essere sempre testimone credibile del proprio tempo.