La Silicon Valley? Un modello superato

39

Dopo il recentissimo successo della 29ma edizione di Futuro Remoto nel cuore della città, a piazza Plebiscito, che ha visto accogliere una folla di ragazzi delle scuole, di studenti universitari, di ricercatori e cittadini, alla stregua di, come l’hanno definita molti organi di stampa, una grande festa della divulgazione e della curiosità scientifica si di ragazzi, ma anche di tanti adulti e famiglie, una riflessione è opportuna. Partiamo da cosa all’università tocca fare in questo periodo in cui oltre alla didattica ed alla ricerca, la cosiddetta terza missione non può più essere considerata una funzione aggiuntiva opzionale. Sicuramente l’università ha come obiettivo quello di creare, preservare, integrare, trasmettere e applicare la conoscenza. In realtà il rapporto tra università e città non è sempre stato un rapporto idilliaco, anche per università prestigiose quali ad esempio quella di Cambridge, dove per differenziare gli abitanti locali dai membri dell’ateneo si adoperava la dizione “Town and Gown” (città e toga) e dove storie di feroce rivalità si riscontrano fin dagli albori, nel 1381, caratterizzati da forti scontri che portarono ad attacchi e saccheggi di diverse proprietà universitarie. Oggi queste rivalità appartengono principalmente al passato. Queste iperboli storiche sono ricorrenti ed in effetti lo scenario più prossimo alla situazione attuale in cui si era pervenuti comunque come risultato di cambiamenti, era quello che vedeva le università arroccate in aree circoscritte, che, se bene di eccellenza come ad esempio lo sono i distretti industriali, rappresentavano comunque una frattura con il territorio circostante mantenendo su due binari paralleli vita accademica e vita della città. Le origini della scelta di decentralizzare le università e renderle “monadi della conoscenza” vanno ricercate alla fine degli anni sessanta in cui era iniziato a entrare in crisi il tradizionale sistema di produzione di massa, spesso definito “fordista” mutuando un termine usato da Antonio Gramsci, a seguito delle turbolenze monetarie e finanziarie che già allora erano rilevanti, oltre che per effetto della crisi energetica del 1973 dovuta principalmente alla improvvisa e inaspettata interruzione del flusso dell’approvvigionamento di petrolio proveniente dalle nazioni appartenenti all’Opec (l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) verso le nazioni importatrici del petrolio. Pertanto per far fronte alla diminuita produttività del capitale e del lavoro le imprese hanno iniziato a fare sempre più ricorso alla innovazione tecnologica privilegiando, al fine di primeggiare dei mercati dei paesi emergenti, settori specifici quali, ad esempio, l’elettronica, la meccanica e l’aereonautica, a detrimento della produzione di beni di consumo corrente e dei prodotti intermedi, con una conseguente segmentazione del processo produttivo e la disintegrazione della filiera verticale e l’emergere di legami intersettoriali di tipo orizzontale che hanno portato alla nascita dei milieu innovateur, ossia concentrazioni geograficamente concentrate di imprese in aree extra- urbane, le quali, a loro volta, sono diventate catalizzatrici dei processi di decentramento delle università, essendo, queste ultime, animate dalla volontà di attuare processi di trasferimento tecnologico basati sulla prossimità geografica con tali agglomerati di imprese, a partire dal noto esempio, divenuto un historical case, della Silicon Valley. Tale modello, che sembra un esempio di totale virtuosità, come spesso accade nella evoluzione delle cose, nei cambiamenti di concept e delle abitudine umane, e nei nuovi modelli di riorganizzazione sociale, è attualmente, divenuto obsoleto e non più adatto alle esigenze attuali anche e soprattutto con riferimento allo specifico tema dello sviluppo locale, ed è stato soppiantato dal paradigma della social innovation che esige una convergenza di vita accademica e sociale quale primo driver dello sviluppo di creatività, vista anche come input progettuale, di riqualificazione culturale del territorio urbano ed anche di integrazione sociale. Portare geograficamente, ma soprattutto culturalmente. l’Università verso la “piazza” non è, come alcuni difensori della “Repubblica della Scienza” sostengono, rischioso in termini di (mutuando un termine tecnico riferito alla degradazione di prestazioni) possibile pericoloso “downgrading” ma è invece un must che risponde alla esigenza di integrarsi con il territorio valorizzando, in termini di promozione, anche i deliverables di eccellenza che le università producono.