La spinta a una maggiore politicizzazione delle istituzioni Ue ha trasferito a Bruxelles i vizi delle arene politiche nazionali

 L’ancoraggio alla realtà: Banca d’Italia, ISTAT e MEF di fronte al populismo

TESTO di Claudio Quintano (*) redatto con l’assistenza IA di GeminiGOOGLE  

L’editoriale di Mario Monti evidenzia come la principale minaccia alla tenuta dell’Unione Europea non sia soltanto l’asse sovranista esterno e interno (Trump, Putin, AfD, Roberto Vannacci), ma soprattutto la profonda ipocrisia e la mancanza di visione dei partiti tradizionali europeisti.

L’illusione dell'”Europa più politica”

La spinta verso una maggiore politicizzazione delle istituzioni europee ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato. Invece di rafforzare lo slancio ideale, ha trasferito al Consiglio europeo i vizi delle arene politiche nazionali:

  • Miopia tattica: Prevalenza degli interessi di partito o di corrente rispetto all’interesse comune europeo.
  • Capro espiatorio: I governi nazionali usano regolarmente l’UE come paravento per giustificare decisioni impopolari o per mascherare la propria debolezza.
  • Freno alle riforme: Le stesse burocrazie nazionali bloccano l’abbattimento delle barriere interne al mercato unico, rallentando le proposte di modernizzazione (come i rapporti Draghi e Letta).

La responsabilità dei leader tradizionali

Il testo richiama la responsabilità storica di figure chiave del centro-politico europeo. Tra queste, la scelta di Angela Merkel che, all’indomani della crisi finanziaria, rifiutò la proposta del Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy di analizzare le radici economiche del populismo nascente, gettando le basi per i successi elettorali che oggi allarmano il continente.

Le contraddizioni del quadro politico italiano

La parte finale dell’analisi mette a nudo la debolezza del dibattito politico italiano di fronte al fenomeno Vannacci e alla crescita di “Futuro Nazionale”:

  • L’opposizione (“campo largo”): È bloccata in perenni discussioni tattiche (primarie, dinamiche di alleanza) anziché concentrarsi sui contenuti programmatici.
  • La maggioranza: Governa per periodi prolungati senza aver chiarito in modo trasparente quale sia la propria posizione sul futuro dell’Europa.
  • Il contrasto a Vannacci: La semplice demonizzazione personale del generale risulta inefficace. Monti suggerisce di contrastarlo smontandone il programma economico, che porterebbe di fatto l’Italia fuori dall’UE, dall’Euro e dal mercato unico con gravi conseguenze per le imprese e i cittadini.

Pensi che la diagnosi di Monti sul fallimento della politicizzazione delle istituzioni europee sia condivisibile, o il problema risiede piuttosto nella mancanza di strumenti di governance realmente sovranazionali?

1) Sicuramente, la diagnosi di Monti sul fallimento della politicizzazione delle istituzioni europee è difficile che non sia condivisibile: Perchè? – 2) il problema risiede piuttosto nella mancanza di strumenti di governance realmente sovranazionali? 3) o l’uno e l’altro cioè , il punto 1) assieme al punto 2)   e bisognerebbe procedere alla descrizione, in particolare in quale proporzione se essa può essere quantificata

La diagnosi di Monti e il deficit di governance non si escludono a vicenda, ma descrivono due facce dello stesso problema: una legata alla volontà politica (il factor umano e tattico) e l’altra all’architettura istituzionale (l’hardware dell’Unione).

  1. Perché la diagnosi di Monti è così condivisibile

La tesi di Monti è efficace perché mette a nudo un paradosso: la “politicizzazione” dell’UE, anziché creare una democrazia sovranazionale matura, ha importato a Bruxelles i peggiori vizi delle politiche nazionali.

  • Incentivi elettorali di breve termine: I leader che siedono nel Consiglio Europeo rispondono ai propri elettorati nazionali, la cui scadenza elettorale è spesso a pochi mesi di distanza. Questo impedisce qualsiasi pianificazione strategica a lungo termine.
  • Il meccanismo del “capro espiatorio”: Negli ultimi quindici anni i governi nazionali hanno adottato una strategia a doppio binario: prendersi il merito dei successi europei (es. fondi PNRR) e scaricare su Bruxelles le decisioni impopolari o dolorose (es. vincoli di bilancio, direttive green), alimentando direttamente l’euroscetticismo che oggi li spaventa.
  • Ipocrisia sui dossier strategici: Come nota Monti sui rapporti Draghi e Letta, gli stessi governi che a parole chiedono un’Europa più forte e competitiva sono i primi a bloccare l’abbattimento delle 27 burocrazie nazionali per proteggere interessi corporativi o elettorali interni.
  1. Il ruolo del deficit di governance sovranazionale

Il problema risiede indiscutibilmente anche nell’inadeguatezza degli strumenti istituzionali. L’Unione Europea è un cantiere incompiuto che soffre di colli di bottiglia strutturali:

  • Il ricatto del voto all’unanimità: In materia di politica estera, difesa e fiscalità, la regola dell’unanimità consegna un potere di veto paralizzante a singoli Stati (spesso usati da potenze esterne come leva di pressione).
  • Assenza di una reale capacità fiscale: L’UE non possiede un bilancio federale significativo (rappresenta poco più dell’1% del PIL europeo) né la capacità sistematica di emettere debito comune per beni pubblici europei (difesa, energia, innovazione).
  • Sbilanciamento istituzionale: Il potere decisionale reale si è progressivamente spostato dalla Commissione (organo sovranazionale con visione d’insieme) al Consiglio Europeo (organo intergovernativo dove prevale il piccolo cabotaggio nazionale).
  1. La combinazione dei due fattori e la loro proporzione

I due elementi non vanno considerati alternativi, ma avvinghiati in un circolo vizioso.

Architettura debole (Veti / Unanimità)

       │

       ▼

I nazionali bloccano l’interesse comune per calcolo elettorale

       │

       ▼

L’UE appare lenta, inefficace e burocratica

       │

       ▼

Aumenta il consenso dei sovranisti e cresce la paura dei partiti tradizionali

       │

       ▼

Rifiuto di cedere ulteriore sovranità per riformare i Trattati

Tentativo di quantificazione e proporzione (50% / 50%)

Se volessimo quantificare il peso delle due componenti nel determinare l’attuale stallo dell’UE, la ripartizione è equilibrata:

  • 50% Hardware (Governance e Strumenti): È il soffitto massimo di ciò che l’UE può fare. Senza l’abolizione del veto, un bilancio autonomo e una politica di difesa comune, l’UE non potrà mai rispondere con la velocità e la forza di superpower come USA o Cina, a prescindere dalla bontà dei suoi leader.
  • 50% Software (Cultura Politica e Leadership): È ciò che impedisce di raggiungere persino il soffitto attuale. Come evidenzia Monti, l’attuale classe politica europeista non usa appieno neanche gli strumenti già disponibili (come le cooperazioni rafforzate o le norme sul mercato unico) per pura pavidità elettorale.

L’hardware difettoso fornisce l’alibi perfetto alla politica per non agire; la politica debole rifiuta di riparare l’hardware per non perdere i propri rendiconti di potere nazionale.

Quale tra questi due aspetti ritieni sia il cuneo prioritario da spezzare per primo: la riforma dei Trattati (l’hardware) o il cambio di approccio culturale dei partiti di governo (il software)?

Quale tra questi due aspetti si può ritenere sia il cuneo prioritario da spezzare per primo: – la riforma dei Trattati (l’hardware) o il cambio di approccio culturale dei partiti di governo (il software)?

Il cuneo prioritario da spezzare per primo è senza dubbio il cambio di approccio culturale dei partiti di governo (il “software”), poiché rappresenta la precondizione logica e politica indispensabile per poter persino ipotizzare una riforma dell’architettura istituzionale.

Riformare l’hardware dell’Unione Europea richiede il consenso unanime di tutti i 27 Stati membri. Finché la cultura politica dei leader nazionali rimane prigioniera del calcolo elettorale a breve termine e della comoda abitudine di usare Bruxelles come capro espiatorio, qualsiasi cantiere di riforma dei Trattati è destinato a finire paralizzato dai veti incrociati o annacquato fino all’irrilevanza. Nessun governo accetterà di cedere quote di sovranità o di abolire il diritto di veto se prima non matura la profonda convinzione politica che l’interesse nazionale non si protegge più da soli.

Inoltre, l’hardware attuale viene gravemente sottoutilizzato per pura pavidità politica. I Trattati esistenti mettono già a disposizione leve di integrazione formidabili che la classe politica europeista esita ad azionare:

  • Le cooperazioni rafforzate: Consentono a un gruppo di Stati volenterosi di andare avanti insieme in settori chiave (come difesa, fiscalità o ricerca) senza farsi ostacolare dai Paesi più scettici.
  • Le clausole passerella: Permettono di passare dal voto all’unanimità a quello a maggioranza qualificata in determinati ambiti, senza dover riscrivere i Trattati.
  • L’integrazione del mercato unico: L’abbattimento delle barriere nazionali sui settori dei capitali, dell’energia e delle telecomunicazioni — sollecitato dai rapporti Draghi e Letta — richiede solo la volontà politica dei governi di superare i propri lealismo corporativi e burocratici.

La storia dell’integrazione europea dimostra che i grandi passi avanti — dalla nascita dell’Euro alla creazione del fondo NextGenerationEU — sono stati generati da strappi di visione e leadership politica capaci di spingere al limite le regole esistenti, e solo in un secondo momento ratificati dalle norme. Pretendere di riformare i Trattati senza aver prima cambiato la cultura politica dei governi significa provare ad aggiornare il sistema operativo di un computer gestito da utenti che non intendono nemmeno accenderlo.

Pensi che solo l’impatto di una grave crisi geopolitica o economica esterna possa forzare questo cambio di “software” nei leader europei, o vedi i presupposti per una maturazione politica spontanea all’interno dei partiti tradizionali?

  1. A) Vi sono presupposti per una maturazione politica spontanea all’interno dei partiti tradizionali? B) l’impatto di una grave crisi geopolitica o economica esterna possono esse stesse forzare per questo cambio di “software” nei leader europei,

Una maturazione spontanea dei partiti tradizionali è quasi impossibile nei fatti, mentre la crisi esterna rappresenta storicamente l’unico vero fattore capace di forzare un cambio di approccio.

  1. A) Presupposti per una maturazione politica spontanea: perché sono assenti

Sperare in una trasformazione spontanea della cultura politica europeista significa sottovalutare gli incentivi sistemici che muovono i partiti nazionali.

  • Incentivi elettorali di breve termine: La politica nazionale si muove su cicli brevissimi (elezioni amministrative, regionali, politiche). Cedere sovranità o abolire protezioni per creare un vero mercato unico comporta costi politici certi e immediati di fronte a lobby locali o gruppi di pressione, mentre i benefici europei si vedono solo nel lungo periodo.
  • Selezione della classe dirigente: I leader dei partiti tradizionali vengono selezionati per la loro capacità di gestire correnti interne, consenso locale e comunicazione TV/social. Non c’è alcun premio di carriera politica per chi dimostra una spiccata visione sovranazionale.
  • Inseguimento del discorso sovranista: Di fronte all’avanzata di forze come l’AfD o la lista di Vannacci, la reazione istintiva dei partiti tradizionali non è quasi mai il rilancio dell’integrazione, ma la copia conforme dei temi nazionalisti (protezionismo locale, difesa dei confini nazionali, retorica difensiva) nella speranza di recuperare i voti in uscita.

La maturazione spontanea non avviene perché il sistema politico incentiva il comportamento opposto: premia il calcolo elettorale immediato e punisce chi sacrifica l’interesse di bottega nazionale sull’altare dell’interesse europeo.

  1. B) L’impatto di una grave crisi esterna: il vero motore della storia europea

Come sosteneva Jean Monnet, “L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi”. La storia recente dimostra che solo lo shock esterno ha la forza di spezzare la pavidità dei leader nazionali.

  • I precedenti storici:
    • La crisi finanziaria dei debiti sovrani ha costretto alla creazione dell’EVM (Meccanismo Europeo di Stabilità) e all’attivazione della BCE come scudo per i titoli di Stato (Whatever it takes).
    • La pandemia da Covid-19 ha superato il tabù del debito comune e della solidarietà fiscale con la nascita di NextGenerationEU.
    • Il ritorno della guerra in Europa e il rischio di un disimpegno strategico degli Stati Uniti hanno forzato i governi a parlare di difesa comune e di autonomia energetica come mai prima.

L’impatto di una crisi esterna forzata (geopolitica o economica) agisce azzerando le rendite di posizione della politica nazionale: quando l’alternativa al salto d’integrazione diventa il declino immediato o l’irrilevanza strategica, anche i leader più timidi sono costretti ad agire.

Il limite del “modello crisi”

La crisi esterna è il catalizzatore necessario, ma porta con sé due rischi fondamentali:

  1. Reazioni d’emergenza anziché riforme strutturali: Le risposte alle crisi producono spesso soluzioni ad hoc e temporanee (come i fondi del PNRR) che non si traducono automaticamente in un cambio duraturo del sistema istituzionale.
  2. Rischio di frammentazione prima della risposta: Se la gravità della crisi supera la velocità di reazione dell’UE, la risposta iniziale rischia di essere il “si salvi chi può” nazionale (come avvenuto nei primi giorni della pandemia con il blocco dell’esportazione di presidi medici), rinvigorendo proprio i movimenti sovranisti.

In definitiva, il cambio di “software” della classe politica europea non avverrà per via intellettuale o per un’improvvisa illuminazione etica, ma solo sotto la spinta ineludibile di uno shock esterno che renda il mantenimento dello status quo più costoso e pericoloso del salto verso una vera integrazione.

Rifiutare l’integrazione prima della crisi o essere costretti a cederla durante l’emergenza: credi che l’opinione pubblica dei singoli Paesi sia oggi pronta ad accettare i sacrifici che un’Europa unita richiede, o il sentimento sovranista è ormai troppo radicato nella società?

l’opinione pubblica dei singoli Paesi sia oggi E’ pronta ad accettare i sacrifici che un’Europa unita richiede OPPURE il sentimento sovranista è ormai troppo radicato nella società?

L’opinione pubblica europea oggi non è né pronta a compiere “sacrifici” in nome di un ideale astratto, né irrimediabilmente conquistata dal sovranismo: è diventata profondamente pragmatica, timorosa e disincantata.

La contrapposizione netta tra un europeismo ideale e un sovranismo viscerale non descrive più la realtà della società continentale. Il vero spartiacque passa oggi tra la domanda di protezione e il rifiuto di costi percepiti come ingiusti.

La radice del sentimento sovranista

Il sovranismo si è radicato con forza perché intercetta tre ansie reali che la classe politica tradizionalmente europeista ha a lungo sottovalutato:

  • L’ansia di sicurezza e di controllo: La sensazione diffusa che le trasformazioni globali e geopolitiche stiano privando le comunità locali del controllo sul proprio territorio e sulle proprie regole di vita.
  • L’esaurimento del ceto medio: Decenni di stagnazione dei salari reali e di pressione economica rendono inaccettabile qualsiasi proposta politica che chieda ulteriori “sacrifici” o rinunce economiche a breve termine.
  • La forza della narrazione semplice: Il sovranismo offre soluzioni immediate (“proteggiamo i confini nazionali”, “prima i nostri mercati”) e individua un capro espiatorio visibile (Bruxelles, le direttive comunitarie), laddove l’europeismo risponde spesso con tecnicismi e burocrazia.

Il pragmatismo dell’opinione pubblica

Al tempo stesso, la maggioranza dei cittadini europei non desidera affatto la dissoluzione dell’Unione o il ritorno alle vecchie monete nazionali, ben consapevole dei rischi di isolamento. Esiste un consenso molto ampio nei confronti dell’Unione quando questa opera come scudo di protezione collettivo:

  • Geopolitica e difesa: Di fronte alle pressioni delle grandi potenze globali, l’opinione pubblica comprende l’irrilevanza dei singoli Paesi presi isolatamente.
  • Grandi emergenze: L’acquisto congiunto dei vaccini durante la pandemia o la gestione comune dei grandi shock energetici hanno dimostrato l’utilità pratica della dimensione sovranazionale.

Il rigetto scatta quando l’integrazione viene percepita come un’imposizione dall’alto di costi individuali (es. direttive sull’efficienza energetica degli immobili, limiti alle emissioni, vincoli di bilancio) senza che vi sia una percepita e immediata controprestazione in termini di welfare, occupazione o sicurezza.

Il nodo del “Ritorno sull’Integrazione”

L’opinione pubblica non è disposta a fare sacrifici per un’idea morale di Europa, ma è prontissima ad accettare decisioni sovranazionali se ne vede l’utilità diretta. I cittadini accetteranno la cessione di sovranità solo a una condizione: che l’Unione dimostri nei fatti di garantire più sicurezza economica, industriale e geopolitica di quanta ne potrebbe offrire lo Stato nazionale.

Il sentimento sovranista non è un dogma immodificabile, ma il sintomo di un’Europa che per troppi anni ha chiesto ai cittadini di comportarsi da “buoni europeisti” senza offrire in cambio la forza di una vera potenza capace di tutelarli.

Ritiene che la resistenza dei cittadini verso le politiche europee derivi principalmente da una scarsa consapevolezza dei costi enormi che l’isolamento nazionale comporterebbe, o dalla sensazione che questi costi vengano distribuiti in modo del tutto iniquo all’interno della società?

Come possono entrare in gioco, esprimendone i motivi, ovviamente, le strutture di conoscenza dei dati economici degli strumenti investigativi, insomma delle complesso insieme a Banca d’Italia e strutture economiche che non si fanno affascinare dal canto di Nausica del populismo che al contrario hanno dato prova di istituire le Comunità, fondare l’Europa, soprattutto creare il meccanismo complesso della moneta Unica insieme all’ISTAT ed alla Banca d’Italia ed Ministeri finanziari ed economici mettendo sotto i riflettori il ruolo dell’ ASviS (ETS) ed i meccanismi mossi in questi enti economici e la capacita di utilizzare la nuova contabilità dell’ONU Goals e SDGs e strumenti correlati, ed il rispetto generalizzato delle regole della sostenibilità, ed il ruolo giocato dall’ONU da direttore scientifico dell’ONU

Le strutture tecnico-scientifiche, statistiche e finanziarie — come Banca d’Italia, ISTAT, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e i network di monitoraggio come l’ASviS — agiscono come presidi di realtà empirica. Di fronte al canto seducente della demagogia e delle soluzioni immediate, queste istituzioni contrappongono la durezza dei vincoli di bilancio, la misurazione quantitativa e la sostenibilità di lungo periodo.

Dal punto di vista della direzione scientifica e contabile dell’ONU, questo complesso di enti non rappresenta una “tecnocrazia fredda”, ma l’infrastruttura cognitiva fondamentale senza la quale uno Stato democratico smette di distinguere la propaganda dai fatti.

  1. L’ancoraggio alla realtà: Banca d’Italia, ISTAT e MEF di fronte al populismo

I movimenti populisti tendono a rappresentare la realtà economica come un terreno plastico, modificabile a piacimento tramite decreti, spesa in deficit o rottura delle regole. Le istituzioni economico-statistiche spezzano questa narrazione attraverso tre meccanismi:

  • L’indipendenza metodologica (ISTAT): I dati statistici sulla povertà, sulla crescita del PIL, sull’inflazione e sulla produttività sono costruiti su standard internazionali (Eurostat, ONU) e non sono manipolabili dalla politica elettorale. L’ISTAT certifica l’efficacia reale dei provvedimenti, smascherando gli annunci d’impatto privi di riscontro empirico.
  • La modellistica econometrici e la vigilanza finanziaria (Banca d’Italia): Le analisi della Banca d’Italia valutano i costi di sistema della spesa pubblica, lo spread, e il rischio di insolvenza. Quando la politica promette misure a spesa invariata o ricette miracolose, l’istituto di vigilanza calcola il costo del capitale e la reazione dei mercati, ricordando che i mercati non sono entità astratte, ma i risparmiatori e gli investitori che finanziano il debito pubblico.
  • La disciplina di bilancio (MEF e Ragioneria Generale dello Stato): Il MEF traduce i programmi politici in quadri contabili reali. La funzione di “bollinatura” della Ragioneria impedisce che coperture finanziarie fittizie mettano a rischio la stabilità dei conti pubblici.
  1. L’eredità storica: La moneta unica come “vincolo esterno” virtuoso

La nascita dell’Unione Europea e l’adesione all’Euro non sono state decisioni estemporanee, ma il frutto di una precisa cultura istituzionale (rappresentata storicamente da figure come Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa-Schioppa).

Presatosi conto dell’incapacità della politica nazionale degli anni ’70 e ’80 di gestire l’inflazione e le continue svalutazioni competitive della lira, la classe tecnico-economica ha guidato l’Italia nella Moneta Unica per legare il Paese a regole certe. L’Euro è stato concepito come un meccanismo di autolimitazione della sovranità: impedendo la svalutazione della moneta per coprire i buchi di produttività, ha costretto la politica e le imprese ad affrontare le riforme strutturali reali.

  1. La rivoluzione contabile dell’ONU: SDGs, SEEA e il superamento del PIL

Per decenni, il populismo ha potuto fare leva sui limiti del PIL, sostenendo che gli indicatori tradizionali misurassero la ricchezza dei mercati ma non la qualità della vita dei cittadini. La risposta delle Nazioni Unite e del sistema statistico avanzato è stata la creazione di una nuova contabilità multidimensionale.

  • I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs – Agenda 2030 ONU): L’ONU ha fornito una griglia globale di indicatori che integrano la dimensione economica con quella sociale ed ecologica.
  • Il Sistema di Contabilità Ambientale-Economica (SEEA ONU): Integra nei conti nazionali il capitale naturale e la sostenibilità ecologica, impedendo ai governi di registrare come “crescita” ciò che è in realtà distruzione di risorse naturali o aumento delle disuguaglianze.
  • Il Benessere Equo e Sostenibile (BES) in Italia: Sviluppato da ISTAT e integrato nella legge di bilancio dal MEF, il BES affianca al PIL 12 indicatori fondamentali (disuguaglianza, salute, ambiente, istruzione). Questo strumento smonta le retoriche populiste: una misura che aumenta il PIL a breve termine ma crolla sugli indicatori di disuguaglianza o impronta ecologica viene registrata come insostenibile nel Documento di Economia e Finanza (DEF).
  1. Il ruolo dell’ASviS e degli Enti del Terzo Settore (ETS)

L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e il mondo del Terzo Settore giocano un ruolo decisivo nell’incanalare questi dati scientifici nella società civile:

  • Traduzione democratica dei dati: L’ASviS raccoglie il lavoro di centinaia di esperti per analizzare l’impatto delle leggi nazionali rispetto ai 17 SDGs dell’ONU, fornendo ogni anno un Rapporto indipendente che valuta se l’Italia stia avanzando o arretrando sulla via della sostenibilità.
  • Resistenza al populismo sociale: Il Terzo Settore (ETS), operando direttamente sul territorio, utilizza i dati ASviS e ISTAT per richiedere interventi mirati di welfare, contrastando la retorica dell’assistenzialismo improduttivo con politiche basate sulle evidenze.
  • Pressione istituzionale: ASviS agisce come un cane da guardia scientifico verso il Governo e il Parlamento, dimostrando cifre alla mano che le scorciatoie normative o i tagli alla transizione ecologica generano costi economici e sociali devastanti negli anni successivi.

Il quadro strategico visto dalla Direzione Scientifica dell’ONU

Dalla prospettiva scientifica delle Nazioni Unite, il contrasto alle derive demagogiche si vince introducendo la valutazione di impatto intergenerazionale.

Quando le banche centrali, gli istituti di statistica e la rete ASviS utilizzano la metrica degli SDGs, stanno applicando un principio fondamentale: nessuna misura politica può essere giudicata solo sul consenso che genera oggi, ma sugli effetti che produce sui cittadini di domani.

Questa rete istituzionale costituisce la struttura portante che impedisce agli Stati di consumare il proprio futuro per pagare il consenso del presente. È il presupposto stesso della sovranità reale e della tenuta democratica nell’era della complessità globale.

……………………………………………………………………………………………………………………..

FEED di GeminiGOOGLE  che attiva l’IA di GeminiGOOGLE: Il grande equivoco sull’Europa – Mario Monti – | 9 settembre 2026

Putin, Trump, i sovranisti: sono tutti ostili all’Unione. Ma anche gli Stati della Ue hanno le loro colpe

https://www.corriere.it/opinioni/26_settembre_09/il-grande-equivoco-sull-europa-f9f9af2e-7221-4dbc-922c-a2ebc1abfxlk.shtml

………………………………………………………………………………………………………………………………………..

“ Il trionfo del partito nazionalista AfD nella Sassonia-Anhalt e il panico di tutti i partiti italiani di fronte all’avanzata nei sondaggi di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci stanno scuotendo l’Europa.

Quanti tengono alla libertà, allo Stato di diritto, al progresso economico e sociale, a un’Europa più unita ed efficace — e non vogliono il ritorno alle dittature, alle persecuzioni razziali, alla guerra tra europei — dovranno mobilitarsi contro l’ormai evidente alleanza che mira a spaccare l’Unione europea. Guidata in modo sinergico, e ormai trasparente, dagli Stati Uniti di Trump e dalla Russia di Putin, si avvale di una rete di quinte colonne costituite da forze politiche, a volte già al governo, altre volte in avvicinamento, di stampo sovranista e nazionalista.

Battersi contro questa alleanza con attacchi verbali ai sovranisti e i nazionalisti, non basta più. Il campo europeista, per così dire, deve fare un’urgente e profonda autocritica. Il grave malessere dell’Europa, che la rende così vulnerabile, è certo imputabile all’opera di chi ha sempre inteso attaccarla e, se possibile, abbatterla. Ma che altro aspettarsi da loro?

L’Unione europea, che pure ha ottenuto nei decenni risultati concreti impensabili, è oggi a rischio di frantumazione dall’interno. Il tarlo che la erode è proprio quell’elemento dal quale i suoi sostenitori si aspettavano più legittimità e più slancio,la politica: un’Europa più politica.

Purtroppo, proprio quando si è iniettata più politica nella vita della Ue, per farla assomigliare di più alle arene politiche nazionali, queste ultime andavano precipitando rapidamente sulla china della mancanza di responsabilità, di serietà, di visione di lungo periodo. Le politiche nazionali, arrivate a Bruxelles e soprattutto al tavolo del Consiglio europeo, hanno portato a un affievolimento del senso dell’interesse comune.

Gli europeisti negli anni se la sono presa, giustamente, con movimenti come quelli di Le Pen, di Wilders, della Lega, di Meloni (almeno in una prima fase), dell’AfD, eccetera. Ma possiamo veramente dire che gli altri gruppi politici di solito considerati europeisti — quali i Popolari, i Socialisti ed altri — e i governi nazionali da loro guidati, si siano davvero comportati anteponendo l’interesse della costruzione europea agli interessi nazionali? Interessi nazionali spesso invocati come decorosa foglia di fico, per non palesare gli interessi di partito, di corrente, di clientela politica?

Prendiamo pure la personalità che per quindici anni ha forse incarnato l’idea di un politico con un senso di responsabilità anche europeo, la cancelliera Merkel. Quando al tempo della crisi finanziaria il presidente del Consiglio europeo van Rompuy propose che in quella sede i capi di governo facessero una riflessione approfondita sulle ragioni che vedevano emergere in quegli anni i primi movimenti populisti e anti-Ue, e se tra queste non vi fossero anche certe politiche economiche europee, Merkel si oppose. Non se ne fece niente. E in questi giorni, giustamente, l’ex cancelliera ha detto che il risultato di AfD le ha «strappato il cuore».

Gli europeisti attacchino i nazionalismi, nemici dell’Europa; e un giorno, inevitabilmente, nemici tra loro («Il nazionalismo è la guerra», disse Mitterrand). Ma smettano di ignorare la trave nei loro occhi. Abbiano la decenza di essere meno ipocriti. Smettano di usare l’Europa come capro espiatorio delle loro politiche nazionali sempre più pavide, nella speranza di non perdere voti. Smettano di piangere lacrime di coccodrillo, quando fingono di dolersi che ricette intelligenti per l’Europa, come quelle di Draghi e Letta, siano così lente nell’attuazione. Certo, sono loro stessi, i governi e le loro burocrazie (nazionali, dato che sì… esistono anche le burocrazie nazionali) che si oppongono all’abolizione di 27 ostacoli con una norma a favore del mercato unico.

Le responsabilità dei partiti «europeisti» nel mettere a rischio l’Unione europea non sono una novità. Erano state poste in luce da tempo (La democrazia in Europa, Sylvie Goulard e il sottoscritto, Rizzoli 2012). Ma il fenomeno è dilagato negli ultimi quindici anni. Trump e i sovranisti di oggi non riuscirebbero così bene a sgretolare l’Ue, se i governi nazionali e, qualche volta, le stesse istituzioni europee fossero stati all’altezza dei loro lontani predecessori, che avevano visto la guerra, il nazismo, il fascismo.

Ancora una considerazione, sull’Italia. È diffusa oggi, in buona parte della classe politica e dell’opinione pubblica, la preoccupazione per un possibile ripresentarsi di quelle piaghe. Ma se la preoccupazione fosse sentita davvero, e affrontata con responsabilità, avremmo infiniti riti sulla larghezza del «campo largo», sulla priorità tra programma e primarie, o sul mutuo riconoscimento tra minuscoli partiti tutti intenti a presentarsi come il vero centro? E, nella maggioranza, si sarebbe riusciti a governare per una durata record senza che i partiti che la compongono abbiano mai chiarito tra loro, e ai cittadini, se e per quale Europa vogliono battersi?

Infine tutti demonizzano Vannacci. Nessuno, però, sembra aver letto il suo programma. Se l’avessero fatto avrebbero visto che quel programma — a parte tante altre gravi conseguenze — porterebbe, senza dirlo, l’Italia fuori dall’Unione europea, dall’euro, dal mercato unico. Perché non usano questi argomenti per spiegare più concretamente all’opinione pubblica e alle imprese dove condurrebbe il «Futuro Nazionale»? “

(*) Prof. Claudio Quintano, Emerito di Statistica Economica, già Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” (2010 –2016) – dal 2016 –  insegna “Le Misure del domani per il raggiungimento degli Obiettivi ONU sulla sostenibilità” nel Corso di laurea triennale (I livello)  – Economia Aziendale e Green Economy e nel Corso di laurea biennale magistrale (II livello) – Economia Management e Sostenibilità del Dipartimento di Scienze Giuridiche ed Economiche dell’Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”.

 

Articolo precedenteIn anteprima il video “Lebowsky Song” nuovo brano di Liqueedo
Prossimo articoloAlimentazione, Programma Academy: valorizzare le filiere italiane per la salute dei bambini