La strana sorte delle imprese italiane

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Strana sorte quella delle imprese private italiane, tra le più performanti e competitive al mondo nonostante il clima antindustriale nel quale nascono e crescono. O forse competitive e performanti, almeno quelle che riescono a superare i confini nazionali, proprio a causa delle difficoltà che devono superare per conquistare la legittimazione a esistere.

Strana sorte anche quando sono considerate con sospetto – sono o non sono figlie dell’economia di mercato? – mentre si sa di non poterne fare a meno per la produzione della ricchezza, la creazione di posti di lavoro, la costruzione di un sistema di welfare che accontenti giovani e vecchi. Le imprese sono e resteranno il più potente motore economico di un Paese.

Strana sorte perché a intervalli più o meno regolari sono additate all’opinione pubblica come egoiste e rapaci, responsabili di un numero indicibile di nefandezze, tranne poi ad accorgersi che senza di loro la società semplicemente non esiste perché non si saprebbe su quali basi appoggiarla. I prenditori tornano allora ad essere imprenditori, almeno a parole.

E a parole si ammette che vanno aiutate, le imprese, a rafforzarsi e a crescere. Perché in un mondo globalizzato piccolo non è più bello ma solo una condizione di partenza dalla quale riscattarsi il prima possibile per acquistare dimensioni medie e poi grandi e poi sperabilmente grandissime per giocare con speranze di successo sullo scacchiere internazionale.

Dunque, da nemiche del popolo – per usare il linguaggio semplificato del giornalismo – le imprese diventano il principale alleato dei governanti di turno: le uniche organizzazioni in grado di sollevare il famoso o famigerato Pil, l’indicatore principe – benché criticato – per valutare lo stato di benessere di una nazione e la sua capacità di pagare i debiti contratti.

Capita, allora, che i provvedimenti restrittivi e punitivi figli della concezione piratesca del fare impresa vogliano lasciare il passo a un quadro normativo che favorisca l’intrapresa mettendola in condizione di generare gli effetti positivi da tutti attesi: principalmente, crescita economica e aumento dell’occupazione. Ma senza esagerare: libertà sì, ma vigilata.

E sempre sotto l’egida di una pubblica amministrazione e di un sistema giudiziario, civile e penale, capaci di raffreddare qualsiasi entusiasmo, frenare qualsiasi corsa, mettere in crisi qualsiasi progetto. Chiunque abbia la possibilità di confrontarsi con un imprenditore, non importa se piccolo o grande, potrà farsi raccontare il calvario cui è sottoposta ogni iniziativa.

Al dunque, quando si devono assumere le decisioni per passare dalle parole ai fatti, il terreno si fa irto di ostacoli. Quello che sembrava semplice diventa difficile, quello che appariva possibile diventa impossibile, quello che veniva giudicato con favore incontra sospetti e sfavore. I tempi si allungano all’infinito. Il sogno si trasforma presto in incubo.

Chi fa impresa conosce molto bene tutto questo. E spesso rinuncia a osare, a lanciarsi in nuovi investimenti, perché ha esperienza dell’inferno che dovrà attraversare per arrivare in fondo al viaggio. Pensa che il rischio si fa troppo alto, che non ne vale la pena, che è meglio rinviare. O deve porsi il problema di se e come ungere gli ingranaggi.

Così ristagnano gli investimenti e non cresce l’occupazione. I governanti si mostrano preoccupati e interrogano i protagonisti del mondo economico – industria, commercio, artigianato, agricoltura, cooperazione – per chiedere consigli sul da farsi. I consigli arrivano ma per un motivo o per un altro non cambia niente. Strana sorte quella delle imprese italiane.