La televisione e l’economia, il caso Montalbano

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in foto Annamaria Spina

di Annamaria Spina

Negli ultimi decenni la televisione non è stata soltanto un mezzo di intrattenimento ma un vero e proprio agente economico.

Una serie, un film, una fiction possono trasformare un luogo in un mito, una regione in un paesaggio dell’immaginario, con conseguenze reali sul turismo, identità culturale e sviluppo economico. 

Questo fenomeno è oggi analizzato con il termine film induced tourism, ovvero turismo generato da opere audiovisive. Il caso del Commissario Montalbano, rappresenta uno degli esempi più significativi in Italia, un laboratorio a cielo aperto di come una narrazione televisiva possa plasmare un territorio, farlo fiorire economicamente e allo stesso tempo, metterne in luce la fragilità se tale prospettiva non viene strutturata nel tempo. 

La serie basata sui romanzi di Andrea Camilleri ha trasformato la fascia iblea, Ragusa Ibla, Modica, Scicli, Punta Secca e i piccoli paesi del ragusano, in un luogo emotivo, prima ancora che geografico. Il “mondo di Montalbano” non era solo un paesaggio, era anche uno stato d’animo… la luce bianca e calda della pietra, la lentezza mediterranea dei gesti, il mare visto all’alba, il cibo semplice e perfetto, l’ironia affettuosa dei rapporti umani. 

Il turista non veniva per visitare e vedere Ragusa, veniva per entrare in quella atmosfera. Questo è il punto fondamentale… un territorio non cresce perché è bello ma perché è “narrato”. 

L’arrivo di Montalbano ha generato un vero e proprio boom economico, moltiplicazione di B&B e ristoranti, restauro di palazzi e piazze, guide turistiche tematiche, servizi ed esperienze da “set”, incremento degli investimenti immobiliari. Il territorio viveva una nuova stagione di prosperità, era l’età dell’oro della narrazione iblea, addirittura, la serie ha introdotto nuovi simboli linguistici ed espressivi nella cultura popolare nazionale. 

Basti pensare al termine “cabasisi” (tradotto dal dialetto siciliano come le parti basse), diventato meme, battuta, espressione quotidiana. In quegli anni si vendevano magliette con la scritta “Mi stai rompendo i cabasisi”, souvenir, tazze, targhette d’ingresso, la lingua locale era diventata vera economia, dunque, la serie non ha portato soltanto turismo, ha prodotto valore simbolico, che è sempre la forma più alta di valore economico. 

Quando, però, la produzione della serie ha iniziato a rallentare, l’economia ha mostrato la sua fragilità. Perché?  Semplicemente perché il territorio non aveva costruito una narrazione propria, si era limitato ad “interpretare” la narrazione di un altro. 

Il risultato è stato un deserto economico post-narrazione. Il territorio ha perso il suo ruolo attivo ed è rimasto appendice di un ricordo. Un’opera audiovisiva può essere la scintilla ma non può essere la fiamma. 

La televisione può far scoprire un luogo ma non può mantenerne il valore se, il luogo non sviluppa una identità autonoma, non evolve la propria narrazione oltre la serie, non crea un modello economico duraturo. Il turismo generato da una fiction è un dono fragile, solo se trasformato in visione culturale permanente diventa economia stabile. 

Non si trattava di “vendere Montalbano”, quella fase era già compiuta, si trattava di vendere ciò che aveva permesso a Montalbano di vendere, il valore mediterraneo, la cucina come arte di qualità, l’architettura barocca come identità visiva, il rapporto sacro tra mare e piazza, la misura del tempo come forma di pensiero. In altre parole non vendere il personaggio ma vendere il mondo che lo ha generato. 

Questa è la differenza tra moda e cultura, tra una bolla economica e una economia duratura. La televisione può cambiare l’economia di un territorio, può illuminarlo, renderlo simbolo, mito, desiderio ma la prosperità non nasce dall’apparire ma dal saper custodire ciò che si è. 

Il caso Montalbano non è solo un esempio turistico, è una lezione d’identità, un territorio vive quando sa raccontarsi da sé, quando non aspetta che altri lo narrino, quando riconosce il suo valore e lo traduce in cultura, ospitalità, forma, arte ed eleganza. L’identità non è mai un accessorio scenografico ma un fondamento strutturale. 

La fiction può accendere riflettori, può offrire un racconto comune, può persino insegnarci a guardare fuori ma non può sostituirsi alla voce originaria di un territorio, né tantomeno alla voce interiore di un popolo. Quando la troupe smonta le luci e la camera si spegne, quello che resta è la verità  del posto e a quel punto l’economia locale o si sostiene da sola oppure crolla. 

Questo rappresenta esattamente ciò che è accaduto ai paesi del Commissario Montalbano, splendidi, unici, poetici nella loro architettura e nella loro luce ma impreparati all’assenza della narrazione che li aveva fatti risplendere, non avevano costruito la loro autorevolezza, la ricevevano dall’esterno. 

Il territorio, come l’essere umano, deve sapere custodire una fonte di luce interna, una coerenza, una dignità profonda che non ha bisogno di conferme ma semmai di condivisione. Montalbano ci ha insegnato, senza volerlo, senza dichiararlo, che un personaggio può far emergere un mondo, ma quel mondo deve poi essere in grado di esistere da solo. 

La domanda non è quanto siamo visibili ma quanto siamo veri. Esistono due modi di brillare… per riflessione o per generazione, chi brilla per riflessione vive finché  qualcun altro lo guarda, chi brilla per generazione, invece, custodisce un fuoco interiore e non teme nessuna assenza e nessun silenzio. 

La Sicilia del commissario non era solo un paesaggio, era un personaggio, la luce sulle facciate, il vento teso, il mare che non è mai stato solo sfondo ma presenza viva, quasi una voce… ed è stato proprio tutto questo che ha sedotto milioni di spettatori… un luogo che sembrava avere un’anima. 

La fiction ha mostrato bellezza ma la bellezza, senza coscienza di sé non è valore bensì solo consumo. L’economia lo sa bene, ciò che viene ammirato ma non compreso, finisce per essere utilizzato e poi abbandonato. 

A questo punto, sorgono spontaneamente alcune  domande: “Come si passa dall’essere guardati all’essere riconosciuti? Come si trasforma la fascinazione in identità? Come si fa a non diventare memoria ma presenza continuativa?” 

La risposta è unica: si deve tornare al nucleo, all’essenziale, si deve riconoscere ciò che, in quel territorio, è irriducibile. Il valore scaturisce dalla storia vissuta, dai legami, dalle mani che impastano il pane, dalle barche che escono all’alba, dalla lingua che sa di sale e di sole, da ciò che non si può replicare. 

Montalbano ha reso visibile una Sicilia che esisteva già ma forse non sapeva di essere così bella. Un luogo che è consapevole della propria bellezza vive di luce propria e l’economia prospera sempre. 

La cultura è il primo habitat in cui una comunità si riconosce, nelle azioni di ogni giorno, nella lingua che si parla, nelle storie che si tramandano, nei modi di stare insieme. Un territorio che vuole brillare di luce propria deve iniziare dalla narrazione di sé, vuol dire dare voce agli anziani, agli artigiani, alle piccole memorie, significa trasformare il dialetto in patrimonio, non in folklore, significa educare le nuove generazioni a guardare la propria terra come luogo da contemplare ed amare. 

La cultura è la forma più antica di economia, scambia senso, non solo beni. Un’impresa che nasce in un territorio è parte di quel territorio, non può essere anonima, neutra, deve essere un’estensione della sua identità, vuol dire produrre per “interpretare” l’anima locale in forme contemporanee. 

Un’azienda del territorio deve avere forte personalità ed autenticità, deve vendere “origine”, “verità”, deve vendere un “racconto” che non può trovare altrove. Serve una responsabilità reciproca… io appartengo a questo territorio tanto quanto il territorio appartiene a me. 

Il Commissario Montalbano ha fatto ciò che fanno gli incontri importanti della vita, ha rivelato la grandezza di quello che esisteva lì da sempre, ha portato in emersione il mare che già sapeva di vento antico, le pietre calde come una memoria che non si dimentica, le case color sabbia, le strade che profumano di sugo e sale, la ricotta calda mangiata all’alba con il siero ed il pane fatto in casa, le piazzette dove il silenzio della sera è quasi sacro. 

Montalbano, ha mostrato la nobiltà di un territorio bellissimo e magico. Non è la fiction del Commissario Montalbano che ha reso straordinario questo lembo di sud, è questo lembo di sud che ha reso indimenticabile la fiction di Camilleri, perché il quella zona della Sicilia c’è tutto… il mare che sa di infinito, le colline che si svegliano lentamente al mattino, la luce che non ha bisogno di riflettori per essere luce. 

Un paradiso terrestre, sì… ma un paradiso che deve avere più coscienza di sé. In economia, come nella vita, non si sopravvive vivendo di riflesso, si vive generando e chi genera luce non teme mai il buio. 

Il caso Montalbano ci insegna che un territorio può entrare nell’immaginario internazionale anche solo grazie a uno sguardo ma può restarci solo grazie a sé stesso. La bellezza può essere rivelata da una fiction ma l’economia nasce quando quella bellezza diventa coscienza collettiva, cura e responsabilità. Quello che il mondo ha visto negli iblei non era scenografia, era identità e l’identità quando si riconosce con consapevolezza, diventa valore universale.

La visibilità è vento… l’identità pietra… e non esiste economia senza memoria”