La tenacia vince il valore

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Gli eroi sono eroi per il loro
comportamento eroico
non perché vincono o perdono

di Ugo Righi

Il mio amico Giovanni F. è un imprenditore intelligente, ma la cosa che lo distingue, e rappresenta la sua “cifra”, è la tenacia. Quindi è creativo. Cos’è la creatività? È un colore speciale della motivazione: “Ci tengo molto a raggiungere quel risultato, quindi non mollo”. Ecco la tenacia. Detto così è abbastanza chiaro, ma troppo semplice. Occorre considerare meglio il comportamento di Giovanni, e di tutti quelli come lui.
Provo a proporre un modello di comportamento, risultante dall’osservazione di Giovanni, ma anche di Pino, di Paolo, di Cinzia, di Carla, di Gino e molti altri soggetti che non mollano.
Consideriamo che ognuno parta dall’azione motivata per raggiungere un fine. Sempre quello che facciamo è per un motivo ma quello che cambia è l’intensità del motivo.
Se le cose vanno bene, si ha successo e occorre mantenerlo e quindi quello che sto per dire, si sperimenta a un livello successivo di complessità superiore.
Se invece perdiamo ci si possono presentare due strade: la prima è quella della paura, la percezione di minaccia.
La minaccia è come una piazza con quattro altre strade: la prima si chiama minimizzazione e si cerca di dire che in fondo il fallimento non è tale; la seconda si chiama abbandono, e si lascia stare dedicandosi a qualcos’altro; la terza si chiama rassegnazione, dove si dice che ci si deve accontentare e la quarta si chiama difesa. Questa strada se si prende ha due viottoli: uno si chiama giustificazione o alibi, dove si spiega che noi avevamo tutte le ragioni e se qualcosa non è andato, dipendeva da… L’altro viottolo si chiama biasimo, dove lo sbocco è verso il vero o falso nemico.
Quindi come vedete la toponomastica della paura è piena di semafori rossi e vicoli ciechi. Devo dire che sono strade molto frequentate, e questo indipendentemente dall’intelligenza dei viaggiatori, perché, alla fine, richiedono poco sforzo.
L’altra strada, quella che percorrono i soggetti con alta motivazione, si chiama apprendimento.
Chi vuole farcela non spegne il fuoco di fronte al primo alito di vento ma prova a usare quello che ha imparato: l’esperienza.
Qui ho immaginato, vedendo Giovanni, tre tipologie di motivazione e tre ipotetici nuovi percorsi.
Il primo: “Ho capito che cosa devo fare di diverso e quindi correggo l’azione.” Se va bene, ho successo e finisce, o meglio continua, ma su un livello superiore.
Se invece ancora fallisco, posso finire, come illustrato prima, nella paura, oppure insisto nell’apprendimento, se la motivazione è alta. Però anche il livello cambia, non si tratta più di fare correzioni o variazioni ma pensarci più in profondità. In questo caso occorre approfondire e riflettere più a fondo, come se il pensiero pensasse al pensiero e cercasse errori o limiti o altre possibilità, appunto, nel pensiero.
Quindi si torna all’azione ma dopo aver approfondito e capito di più. Se si ha successo bene, altrimenti stessa storia: o paura o apprendimento.
Il terzo circuito dell’apprendimento, in questo caso, cerca di aumentare la conoscenza delle variabili che sono presenti nel contesto in cui dirigiamo l’azione per ottenere il risultato.
Non si tratta di muoversi in verticale, come prima, nel pensiero ma in orizzontale, nella scoperta.
Se si aggiungono elementi, e si capisce di più, si può ritornare a pensare meglio e quindi tentare una nuova azione.
Le possibilità di farcela aumentano sicuramente.
Se non riusciamo allora, scopriamo un limite insuperabile, in noi o nel contesto.
Ma credo che ci sia una profonda differenza tra chi di fronte al fallimento sceglie la paura e una della quattro strade viste prima e tra chi invece corregge, pensa, scopre.
Dipende dalla motivazione