La trasmissione del sapere? Ha bisogno delle parole. La lezione di monsignor Zama

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Nel tardo pomeriggio del 7 luglio, anniversario della sua scomparsa, avvenuta a Napoli nel 1988, sono state traslati nella Cattedrale di Sorrento i resti mortali di monsignor Antonio Zama. Nato a Napoli il 19 gennaio 1917, era stato ordinato sacerdote nel 1940. Aveva insegnato presso la Facoltà teologica di Capodimonte e presso il Pontificio Istituto Pastorale di Roma. Era stato cappellano dell’Università Federico II di Napoli ed assistente della Fuci napoletana prima di diventare vice assistente nazionale della stessa associazione dal 1959 al 1964, quando ne diventò assistente nazionale. Nel 1967 fu nominato vescovo ausiliare di Napoli, dove fu vicario generale dell’arcivescovo cardinale Corrado Ursi. Nell’agosto del 1977 fu nominato da Paolo VI arcivescovo di Sorrento e vescovo di Castellammare di Stabia. Il ripensare, l’approfondire, il valutare la sua attività vescovile, in una grande diocesi come quella di Napoli ed in diocesi “periferiche” come quelle di Sorrento e di Castellammare di Stabia, sarà opera di storici, specialmente ora che le sue spoglie mortali nella cattedrale di Sorrento ne rinnovano costantemente la memoria. Qui è bene soffermarsi su particolari caratteristiche della sua personalità, delle quali nella società attuale si sente spesso il desiderio e ci si rammarica per la mancanza. Mons. Antonio Zama riteneva che, con quella sociale, alla quale è intimamente connessa, la dimensione culturale è fondamentale. Sapeva però che questa dimensione è la più difficile ad essere compresa e che, se cattolicamente ispirata, è ostacolata, lottata, isolata anche da coloro che, pur dicendosi cattolici, seguono in pratica le indicazioni del mondo. Sia quando era assistente della Fuci, sia quando insegnava, sia da vescovo, pochissimo ha scritto e pubblicato, nonostante il suo spaziare, anche da esperto, in molti campi dello scibile, che lo portava a conversare con docenti di tutte le Facoltà dell’Università napoletana, tra i quali c’era il biochimico Gaetano Quagliariello. È evidente che egli aveva preferito il parlar orale a quello scritto, ritenendo che gli scritti sono necessari e permettono anche di ritornare su ciò che si è letto, mentre i discorsi orali, come diceva Platone nel Fedro, tendono a insegnare, fare imparare e incidono nell’anima ciò che è giusto, bello e buono. Una settimana dopo la sua scomparsa, Francesco Paolo Casavola, nella chiesa monumentale di S. Michele ad Anacapri, ricordò come era apparso a lui ed a tanti altri universitari quando l’avevano conosciuto: un “giovane, bellissimo prete, con i capelli biondi e un po’ ondati, pettinati con la scrima, e con la ben visibile tonsura d’allora, l’arguto sorriso napoletano, lo sguardo espressivo e cangiante degli uomini ricchi d’intelligenza e di pathos”. Pochi sapevano parlar come parlava lui, alimentando un’atmosfera gioiosa e serena. Presentava il Vangelo con il tono pacato e dimesso di una conversazione intellettuale, ben diversa da una retorica oratoria di chiesa, non ultima causa di tante crisi di fede. È lo stesso tono di quando, nella serata del 6 luglio 1988, nella cattedrale di Sorrento, con parole sempre belle, chiare, profonde, presentò all’Azione Cattolica Diocesana, come attualissima, la parabola del Buon Samaritano, il quale, a differenza di un sacerdote e di un levita (servitore del tempio), quantunque fosse uno straniero che si trovava in viaggio, si prese cura di quell’uomo che i briganti avevano spogliato, percosso e lasciato mezzo morto.