La Turchia nella Rojava curda

La Turchia ha come obiettivo, fin dall’inizio degli scontri in Siria, di annettersi la riva sinistra dell’Eufrate, fino a Mossul, una striscia di terreno lunga circa 500 chilometri e larga trenta, che è un’area abbastanza grande per sistemare i 3,6 milioni di profughi siriani che sono entrati in Turchia dall’inizio delle ostilità contro Bashar el Assad.
La suddetta area di comporto tra la Rojava curda e la Turchia è stata stabilita da Ankara, in accordo con gli Usa, nell’agosto 2019.
Ed è quella che è stata invasa pochi giorni fa.
Gli Stati Uniti desideravano, fin dall’inizio degli scontri in Siria, che le Forze armate di Ankara si dirigessero direttamente contro le forze del presidente Assad, per portare o a un frazionamento della Siria o alla creazione di un nuovo regime, aperto alle influenze Usa e occidentali.
Erdogan, però, non ha mai accettato di fare da solo tutto il lavoro “sporco” contro gli sciiti di Assad, ma ha sempre richiesto il sostegno diretto e paritario delle forze nordamericane.
Ed è qui che le operazioni in Siria degli Usa e dei suoi alleati si sono, sostanzialmente, fermate.
A questo sostanziale rifiuto della Turchia di fare il lavoro degli Usa in Siria, gli Stati Uniti hanno rapidamente rimediato ingaggiando i curdi, organizzando poi una Forza che unisce i curdi del YPG e le Forze Democratiche Siriane, con un meccanismo militare che, in linea di massima, va a presidiare soprattutto le aree già bombardate dall’aviazione Usa e da quella della coalizione che ha sostenuto la doppia lotta di Washington contro Assad e contro i jihadisti del “califfato”.
Ma, in ogni caso, la Turchia non vuole alcuna organizzazione curda che presidi i confini tra Ankara e Damasco.
Ecco, è questo il dilemma: i turchi hanno già penetrato l’area della Rojava al confine con il loro Paese, mentre i curdi, siano essi del PKK o del YPG, organizzazioni spesso sovrapponibili, tentano di allearsi proprio con Assad, mentre c’è anche la concreta possibilità di una ulteriore penetrazione iraniana tra Mossul e l’area meridionale della Rojava curda.
La Turchia, poi, utilizzerà le sue alleanze siriane, come quelle del Governo Siriano ad interim, facendole unire con l’Esercito Nazionale Siriano, che opera nella regione a nord di Aleppo, e con il Fronte di Liberazione Nazionale di stanza a Idlib.
Si noti, inoltre, che Erdogan sa bene il vero motivo della recente sconfitta elettorale del suo partito AKP: gli elettori turchi sono, ovviamente, preoccupati dalla crisi economica e dalle tensioni monetarie sulla Lira turca, ma soprattutto sono terrorizzati dalla pressione, su tutto il sistema economico e sociale turco, derivante dai 3,6 milioni di profughi siriani in loco.
Qui si interseca un’altra prospettiva politica di Erdogan, quella di diventare il protettore, per così dire, di tutti i sunniti.
Oltre il progetto panturco in Asia Centrale, Erdogan sa che l’Arabia Saudita è, militarmente, un colosso dai piedi d’argilla, l’Egitto è incapace di proiettarsi in Asia Centrale, la Repubblica Islamica dell’Iran è infine chiusa in un suo progetto pan-sciita.
Già da tempo, peraltro, la polizia turca controlla e arresta una buona quantità di immigrati siriani, cristiani o sciiti, mentre alcuni tra i capi della comunità siriana sono già stati deportati a Idlib.
Non si dimentichi nemmeno che lo sforzo economico e finanziario per costruire almeno 200.000 abitazioni e servizi nell’area della Rojava attualmente occupata, in gran parte con capitali non turchi, rappresenterebbe una fortissima spinta per tutta l’economia turca, che è da tempo in crisi.
Ovvio anche che l’inserimento di almeno 3 milioni di siriani nel confine della Rojava curda con la Turchia muterebbe grandemente la composizione etnica della zona ma, in prospettiva, di tutta la Rojava curda, con evidenti effetti positivi per la Turchia.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, visto che aumenterebbero le tensioni tra mondo arabo, a cui i siriani in gran parte appartengono, e universo curdo, non-arabo e estraneo a gran parte delle tradizioni politiche, religiose, culturali dell’Islam, sciita o sunnita che sia.
Siamo, comunque, alla terza penetrazione turca nella Rojava curda dal 2016, è bene ricordarlo.
Oggi, l’entrata turca nel Paese curdo si limita, per quel che si può vedere oggi, al “cantone curdo” Hasakah-Kobanè-Qarmishli.
Il resto dell’operazione turca, ovviamente, sarà tarato sulle reazioni internazionali, soprattutto dei Paesi direttamente interessati alla Siria.
I curdi però, con la loro struttura delle Forze Democratiche Siriane, sono stati tra i pochi veri vincitori della guerra in Siria.
Il che ha permesso loro di stabilizzare le strutture politiche interne e i confini del Paese curdo, anche se nessun dirigente curdo ha mai parlato di vera e propria indipendenza della Rojava, ma solo di autonomia.
L’equazione strategica ottimale dei curdi dipende quindi dalla presenza Usa nell’Est e nel Nord-Est della loro area.
Altrimenti la Turchia, come è infatti accaduto, si prende tutta la striscia al confine.
Per ora, il fulcro delle operazioni turche va da Ras Al Ain a Tell Abyad, in un arco di circa 100 chilometri.
A Tall Abyad, per quel che se ne sa, la penetrazione turca è stata bloccata dalle forze curde.
Una zona questa, comunque, ad altissima percentuale di arabi; e che la Turchia ha già penetrato con i suoi Servizi e le sue organizzazioni.
Se i curdi volessero tenere ancora il territorio già invaso dai turchi, quindi, ci sarebbero scontri durissimi, e non è detto che i curdi potrebbero vincerli.
La Federazione Russa, nelle more dell’invasione turca, ha dichiarato che Ankara ha tutto il diritto di difendere i propri confini, ma ha anche aggiunto che occorre preservare l’unità statuale e territoriale siriana.
Peraltro, l’area invasa non è ancora sotto il controllo del governo di Assad, ma la presenza delle Forze Armate turche innescherebbe un elemento di instabilità anche per Damasco, visto che i curdi della Rojava erano (e sono) ben più amichevoli con Assad di quanto non lo sia il regime turco, che ha spesso dichiarato di voler eliminare il sistema di potere assadiano.
Ci sono stati, poi, dei massicci acquisiti d’oro da parte della Banca Centrale turca immediatamente prima dell’invasione della Rojava.
Da gennaio ad agosto 2019, le riserve auree di Ankara hanno raggiunto le 362,5 tonnellate (+109), per un valore totale di circa 17,9 Bn$.
La paura di sanzioni e i timori per la sicurezza nazionale, ovviamente, hanno spinto Ankara ad essere oggi uno dei maggiori acquirenti d’oro a livello internazionale.
I miliziani legati all’esercito turco, di cui abbiamo già fatto cenno, sarebbero già 7000, mentre i miliziani curdi operanti nell’area sono almeno 35.000, oltre ai 15.000 militari dell’Asaysh, la sicurezza interna curda.
Troppi, e troppo bene addestrati, per non rappresentare un osso durissimo anche per le FF.AA. turche.
Gli americani, a parte quelli che si sono ritirati, hanno ancora nella zona 1500 soldati, tra forze speciali, consiglieri militari e Marines, non al confine ma all’interno dell’area della Rojava, al confine con la Turchia e l’Iraq.
Le basi Usa ancora operative nella zona sono dieci, oltre a tre installazioni aeree che permettono di operare con veicoli da trasporto, droni, elicotteri.
Non dimentichiamo nemmeno le forze speciali francesi e britanniche, che, anch’esse, continuano a operare nella zona.
Ipotesi operative: Assad potrebbe dare il permesso ai turchi di prendersi la Rojava, in cambio di un via libera dei siriani su Idlib, ancora in gran parte in mano alle varie forme del jihad della spada.
Non occorre, poi, ricordare che le ricchezze petrolifere dell’area sono ancora in mano curda; e che sia Assad che gli altri Paesi della zona vogliono metterci rapidamente le mani.
Il problema dell’energia non è affatto secondario, nell’equazione strategica di Erdogan.
In Siria, nel Golfo Persico e, lo vedremo, in Libia.
La nave turca Yavuz ripartirà tra poco alla volta di Cipro, per compiere perforazioni del fondo marino.
Lo Stato di Cipro-Nord, emanazione diretta della Turchia, blocca qualsiasi azione economica autonoma di Nicosia; e la marina militare turca ha sigillato la Zona Economica Esclusiva di Cipro.
Tre sono le grandi aziende dell’energia che sono interessate al gas naturale di Cipro: ENI, Total, Exxon-Mobil.
La nave Saipem 1200 è stata bloccata dalla marina turca nel febbraio 2018, mentre la marina militare francese ha inviato, nel gennaio 2019, la nave Aconit per esercitazioni congiunte, in evidente funzione anti-turca, con la marina di Nicosia.
La storica mancanza di carattere, per così dire, della classe politica italiana.
Ankara, peraltro, non ha mai accettato la Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) e quindi non riconosce la Zona Economica Esclusiva della Grecia, puntando ad acquisire l’isola di Kastellorizo, vicinissima alle coste turche.
Erdogan, capo di una storica potenza terrestre che, anzi, è stata essenziale nella guerra fredda verso il Caucaso e la Russia meridionale, vuole raggiungere la piena autonomia militare entro il 2023, secondo il piano di AnkaraVision 2023.
Ma, soprattutto, vuole trasformare la Turchia in una grande potenza marittima, per controllare tutto l’Egeo e buona parte del Mediterraneo.
La Grecia sta però diventando il nuovo centro militare Usa nel Mediterraneo, con Washington che sosterrà il nuovo build-up militare greco ma, soprattutto, darà una mano ad Atene per l’esplorazione petrolifera dei fondali nell’Egeo, a Creta e nel Mare Ionio.
Sul piano dell’immigrazione, che è il problema n.1 della UE, Erdogan sfrutta con sapienza la debole presenza e l’inesistenza strategica della UE.
Nel 2016, il leader turco ha incassato i 6 miliardi di euro promessi dalla Germania, e pagati dall’intera UE, per tenersi i rifugiati.
Ankara vuole però un nuovo accordo, ben più oneroso per l’UE, sostenendo di aver già fermato ben 270mila migranti extra nel 2018 e 170mila nel 2019.
E’ facile prevedere che i capponi europei concederanno a Erdogan quello che vuole.
Dalle coste turche partono poi, senza controlli, barconi di migranti che si dirigono verso le isole greche di Kos, l’antico regno di Ippocrate, Chios, la patria di Omero e Lesbo. Non è affatto un caso.
La gestione dell’immigrazione è una tecnica di strategia indiretta.
Tornando al caso siriano, altro esempio di questo nuovo progetto di grandeur turca, ci si domanda allora perché, ammesso che ci sia stato un momento “x”, gli Usa hanno dato il “via libera” a Erdogan per la sua invasione del nord della Rojava.
Forse gli americani pensano a un possibile futuro scontro tra Ankara, la Russia e l’Iran, che stanno organizzando, proprio in questi giorni, un Comitato Costituzionale Siriano, con il sostegno dell’ONU.
Mettere in difficoltà la Turchia nei negoziati di Astana? E’ una ipotesi, ma per creare tensione intorno ad Ankara occorrerebbe ben altro.
La Turchia, però, dovrebbe occuparsi anche dei combattenti del “califfato”, ristretti nelle prigioni curde, che sono 60.000.
Non è affatto certo che Ankara voglia occuparsene con attenzione.
Sganciare una bomba jihadista sarebbe una minaccia alla quale nessuno potrebbe dire di no alla Turchia.
Una traccia della “linea” attuale della Turchia la ritroviamo anche in Libia.
Ankara ha fornito al Governo di Accordo Nazionale di Fayez al Serraj missili, automezzi blindati, droni e armi leggere.
Non è improbabile che la Turchia abbia anche favorito l’arrivo di militanti jihadisti dalla Siria a Tripoli.
Il vero scontro è, qui, tra la Turchia e l’Egitto, sostenuto dagli Stati del Golfo.
Gli Emirati, tramite una loro base in Niger, sostengono Haftar, che può così controllare il Fezzan.
La Turchia poi, tramite il suo appoggio alla Fratellanza Musulmana e agli altri gruppi islamisti, vuole arrivare a una Libia frazionata tra varie aree di influenza, come in Siria, con l’obiettivo di metter le mani, tramite il governo di Al Serraj, sulle colossali riserve petrolifere libiche: 48 miliardi di barili, più le riserve possibili dal fracking, altri 26 miliardi di barili.
E’, a parte la dimensione della produzione petrolifera, ben più rilevante in Libia, lo stesso progetto, ora lo vediamo bene, che la Turchia sta realizzando in Siria.
Da non dimenticare nemmeno Misurata, dove esiste una tribù di origine turca, i Karaghla.
In ogni caso, la Turchia arriverà al massimo potere di ricatto, nei confronti della povera UE e, in futuro, della stessa Alleanza Atlantica, per giocare al gioco del radicalismo islamico in contrasto con l’Egitto e i Paesi del Golfo.
E la base di partenza sarà la presenza turca in Siria, che sarà utilizzata per una razionale divisione delle sfere di influenza.

Giancarlo Elia Valori