La vera grande frontiera? Si chiama ecologia dell’azione

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Un metodo non è valido se non include la complessità. Abbiamo bisogno di un metodo che ci aiuti a pensare la complessità del reale, invece di dissolverla e di mutilare la realtà.
Edgar Morin

Napoli non è ultima per caso nella classifica della vivibilità nel sondaggio annuale del sole 24 ore.  Se consideriamo la vita e i problemi in molti ambiti della nostra città appare sempre più chiaro che la dinamicità con la quale peggiorano, sino a diventare irrisolvibili, è indirettamente proporzionale alla velocità con la quale i responsabili del funzionamento, prendono le decisioni e agiscono. Certo che, molto spesso, considerando che i problemi sono proprio l’effetto della decisione presa e del comportamento sarebbe meglio continuassero a dire che bisogna fare ma non farlo. Accade, infatti, non raramente, che si rimpiangano le situazioni che contenevano problemi che ingenuamente abbiamo voluto eliminare, non sapendo che in tal modo, saremmo andati verso la creazione di altri molto più gravi. Voglio raccontare un “piccolo” ma significativo episodio a supporto di quest’affermazione: lungo il Corso Vittorio Emanuele, a Napoli, sulla destra, salendo da Cariati andando verso l’ospedale militare, c’è, poco prima del semaforo, una curva molto larga e storicamente pericolosa proprio per la sua conformazione. Il fondo stradale composto, sino a poco tempo fa, da sampietrini causava molti incidenti, soprattutto in caso di pioggia (e come sappiamo Napoli è una città, dove piove sempre). La cosa fu ripetutamente segnalata agli organi responsabili e dopo anni e profonde elaborazioni intervennero facendo togliere i sampietrini per sostituirli con l’asfalto. Qui sta il punto: prima di continuare propongo una considerazione di metodo. Un processo decisionale intelligente è composto di due fasi interdipendenti. La prima riguarda la decisione vera e propria ossia “che cosa si fa” vuol dire scegliere l’alternativa migliore rispetto a una serie di opzioni (efficacia). La seconda definisce che quello che si è deciso di fare “sia fatto bene”, (efficienza). Non è andata così e quindi il problema è peggiorato. Hanno tolto i sampietrini e messo al loro posto l’asfalto. Solo che, dicono gli esperti, sbagliando tecnicamente (il bitume non aveva la giusta temperatura) e la quantità del materiale insufficiente e anche la tecnica usata era erronea. Le auto passando sopra hanno staccato pezzi di strada formando delle vere e proprie buche. Ora questa parte della strada è diventata una trappola perfetta per incidenti che in pochi giorni sono raddoppiati. Ora la curva è presidiata da due vigili! Accadde qualche anno prima un fatto altrettanto grave, sempre nella stessa strada nello stesso punto. Dovevano essere fatti dei lavori per la rete elettrica per mettere dei fili sotto il manto stradale quindi per alcuni mesi ci furono lavori. Forse le azioni operative erano corrette ma ancora a causa della mancanza di visione d’assieme, operativa e logica i vari operatori e registi determinarono danni che, posso dire, furono drammatici . In sostanza agendo in modo erroneo crearono una nuova situazione dei percorsi dell’acqua piovana creando delle deviazioni verso alcune case sotto la strada verso i quartieri spagnoli. Questo determinò dei veri e propri allagamenti delle case con altri effetti che lascio immaginare considerando inoltre che era novembre. Ci vollero altre settimane per “risolvere”, ripristinando la situazione precedente che naturalmente non poté essere recuperata completamente perché il danno, e i suoi lunghi effetti, erano compiuti inesorabilmente e definitivamente. Si tratta di episodi minimi rispetto ai grandi temi ma credo che la loro diffusione, continuità e riconferma sia ciò che poi determina il grande risultato della qualità della vita nella città. Prevalentemente non si agisce se poi quando accade, si sbaglia si scoraggia anche la richiesta del cambiamento. Voglio rilevare che occorre promuovere l’ecologia dell’azione come precondizione per un cambiamento che sia vantaggioso e risolutivo. Questo significa che bisogna aumentare in tutti la componente professionale. Il professionista è focalizzato su quello che deve ottenere e le cose da fare sono variabile dipendente mentre l’incaricato si preoccupa di fare delle cose, quello che accadrà non si sa. Voglio dire che occorre intelligenza, quando un’azione è decisa e posta in atto, essa non segue necessariamente il disegno di chi l’ha pensata, ma si (può) modifica in base ai contesti nei quali è realizzata e può avere esiti inaspettati, quindi occorre interpretare e reinterpretare dinamicamente e modificare le azioni coerentemente con l’emergere di nuove realtà. In conclusione credo che occorra agire e decidere velocemente accettando l’idea che l’azione motivata e competente è in grado di prevedere le conseguenze principali dei comportamenti e sa correggere i probabili errori in corso cogliendo anche opportunità che solo l’azione può svelare o determinare. Altrimenti è meglio non agire.