La vera storia di Martia Basile, dal passato un grido contro la violenza sulle donne

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in foto Maurizio Ponticello

di Fiorella Franchini

“L’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”, evoca la poetica manzoniana l’ultimo romanzo di Maurizio Ponticello “La vera storia di Martia Basile”, edito da Mondadori. L’autore riprende la vicenda da una situazione realmente accaduta: narra la storia di una bambina data in moglie dal padre a don Muzio Guarnieri vecchio commerciante e faccendiere, all’età di dodici anni, racconta le violenze e le umiliazioni subite, sino a essere venduta per pagare i debiti del marito. Esasperata dalle continue percosse, abbagliata dalla speranza di una vita migliore per sé e per le sue figlie e dall’amore per il capitano di giustizia Hermanno Gajola, la donna finirà con l’uccidere il consorte grazie alla complicità dell’amante e della domestica Desiata. Ponticello ci riporta nella Napoli capitale del viceregno spagnolo, a cavallo tra Cinquecento e Seicento, in una città vivace e depravata e ne rappresenta la realtà di ogni giorno con rigore e realismo. “Come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? – si chiedeva Italo Calvino – Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro”. La narrazione di Maurizio Ponticello nasce nel passato, sgorga dall’analisi dettagliata di tutta la documentazione storica, cronache, archivi, biografie, un poemetto composto da Giovanni della Carrettòla e uno studio di Benedetto Croce che ritenne i versi scabrosi e di poco conto. Le fonti raccontano i fatti, ma lo scrittore traduce le emozioni e i sentimenti, gli stati dell’animo di un intenso momento storico Emergono dalla polvere del tempo le maglie oppressive e corrotte dell’amministrazione vicereale, gli intrighi politici e burocratici, i soprusi e i raggiri, la visione misogina e autoritaria della mentalità corrente, dove il confine tra bene e male era quasi inconsistente e attraversava ogni ordine sociale, in una perpetua lotta per la conquista del potere o della sopravvivenza. Il vero si arricchisce di particolari e di sfumature psicologiche e morali. Ogni personaggio è legato alla realtà storica cui appartiene, ha caratteristiche precise. Viscidi burocrati e letterati, aguzzini malvagi, popolane generose e pettegole, Janare e devozione alle “anime pezzentelle”, giudici dell’Inquisizione e preti falsamente compassionevoli s’incontrano e si mimetizzano nella grande caldera neapolitana, in quel ribollire di tradizioni e superstizioni ancestrali, tra sacro e profano. Gli avvenimenti si succedono riga dopo riga, si sovrappongono, rapinano e mordono il cuore del lettore. La personalità di Martia viene resa nella sua complessità e dinamicità, con la sua sorprendente ricchezza interiore che la rende un personaggio reale e, insieme, ideale. Arguzia, fragilità, determinazione armano la sua mano ma ne fanno anche un simbolo d’ingiustizia umana e d’iniquità del fato. La protagonista sarà incolpata di aver ucciso il marito e finirà nelle spaventose carceri della Vicaria, dove subirà un processo da parte del Santo Officio che le farà confessare di aver stretto un patto con il Diavolo, condannandola a morte. La prosa dell’autore travolge come un incantesimo e agisce sullo scorrere del tempo, dilatandolo, arrivando alla verità quando l’obiettività non è stata sufficiente per ottenere giustizia. Traspare l’esigenza intima dello scrittore, l’utile per iscopo, di lasciar emergere il proprio impegno morale e sociale, rendere giustizia alla sposa bambina e a tutte le donne vittime di maltrattamenti. Il suo nome era Martia Basile ma potremmo chiamarla Stefania, Marisa, Neda, Norina, Aisha o come altre cento, mille vittime di femminicidio, di violenze domestiche e sopraffazioni psicologiche. Dopo cinquecento anni l’ideologia patriarcale che vuole la subordinazione e l’annullamento soggettivo del sesso femminile non è stata ancora sconfitta. Martia grida dalle pagine di Maurizio Ponticello la sua rabbia, la delusione dell’abbandono, è tornata per accusare tutti i persecutori, i vigliacchi, le nostre coscienze.