La violenza delle baby gang contro gli anziani: come nasce e cosa nasconde

La vittima scelta a caso, appoggiata al suo bastone. Lo puntano dall’altro lato della strada. Lo sorprendono come una preda, mentre riprendono tutto con il cellulare. Cappuccio in testa, tutti minorenni, il più piccolo ha tredici anni. Si appostano, fingono di chiacchierare, all’improvviso uno di loro lascia il gruppo e scappa all’imboscata e va dritto verso l’anziano invalido. Un solo gesto, gli strappa il bastone, l’uomo cade a terra, un coro in sottofondo sghignazza e finisce presto sul web. Sarà proprio il video ad incastrare gli aggressori, tutti denunciati tranne il tredicenne non imputabile. Baby gang contro i nonnini. Scherzi, aggressioni, derisioni ai danni degli anziani, così i giovanissimi colpiscono la generazione che potrebbe arricchirli di valori e di racconti. L’ultima aggressione ci catapulta in una società dove la compassione non è più un valore. I ragazzi che hanno aggredito l’anziano di Seravalle pistoiese non percepiscono le condizioni di debolezza, anzianità, vulnerabilità della persona aggredita, diventata, invece, oggetto per dimostrare la loro forza, che annulla ogni sentimento di misericordia che possano avere, una mancanza che può diventare valore, da fargli ricercare. L’assenza di sentimenti di compassione è comune a molti giovanissimi d’oggi, a causa di una famiglia poco incline all’educazione, ai valori, ma anche all’assenza di educazione sentimentale nelle scuole. Siamo convinti che questi sentimenti nascono da soli, quando invece le basi nascono dalla famiglia prima e dalla scuola poi, con una costante che guarda all’altruismo. Sono ragazzi assenti nella loro stessa vita: si vestono in modo uniforme, incappucciati con felpa nera: come una divisa da ragazzo cattivo, un’uniforme anonima, che rende cattivo e non riconoscibile. Segno di una vita spenta, priva di colori, prima di sentimenti nobili e fragili, di altruismo e generosità, di aiuto ed educazione per i più deboli. Sono lontani i tempi di nonni e ragazzini che si scambiavano ricordi e storie, in un costante arricchimento. E allora, i bulli vanno educati alla cura delle persone anziane per molto tempo, che sarà tempo prezioso, e non sarà una punizione ma l’occasione della loro vita. C’è bisogno di tornare a “punizioni” sociali, che abbracciano ed integrano, facendo conoscere il valore dell’aiuto, della solidarietà, dell’educazione ai giovanissimi. Denunce senza condanne rieducative, sono nulle. Rischiamo di avere ragazzini più cattivi e più bulli, che si sentono forti e potenti, ma di fatti sono vuoti: non hanno sentimenti, credono che con la violenza tutto gli sia concesso: la ragazzina che gli piace, l’anziano che diventa oggetto della loro goliardia, accrescendo in loro la sete di potenza e spavalderia. Sono “sos” che i più giovani lanciano e che vanno letti per progettare programmi rieducativi fatti di incontri tra i più giovani e gli anziani, ma anche tra i più giovani e le fasce deboli della società: barboni, minori in difficoltà, ritornare al volontariato, ad iniziative sociali non potrà che far bene al nostro Paese e alle nostre generazioni ormai allo sbando e legati ai colori e alla luminosità degli smartphone. In Toscana, l’amministrazione regionale da tempo attraverso il Servizio Civile ed altri progetti destinati ai giovani, punta su un confronto generazionale che possa accrescere altruismo e generosità, prendendosi cura proprio degli anziani, con l’intento di far crescere nelle nuove generazioni ragazzi come cittadini e soprattutto come persone degne di questo nome.