L’abilità tecnologica aiuta ma non basta

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La presentazione della mostra su Van Gogh nella Basilica di San Giovanni Maggiore a Napoli ha fatto tremare di speranza anche i cuori piu’ induriti dallo scoramento per la generale e perdurante scarsa apertura a nuove forme di gestione dei beni culturali. I tempi bui del Soloni che alla parola interpretazione inorridivano ed urlavano alla disneyzzazione delle opere d’arte sembravano diventati ormai storia antica, passata archiviata. Yuppi. Via il gesso, avanti la tecnologia, l’emozione, il divertimento. Senza domandarsi troppo sulla scelta dell’autore da rappresentare con soluzioni multimediali, ma che importa: Salerno fa le luci d’artista e noi invece illuminiamo un artista.
Il turista affronta la folla del periodo natalizio con la resilienza di chi per raggiungere l’ambito premio sa di dover passare attraverso le sofferenze del più fiammeggiante degli inferni. E finalmente, dopo le strade affollate la quiete di una chiesa. La Basilica di San Giovanni Maggiore il cui prospetto domina le omonime scale sulle quali si sono arrampicate due trattorie tipiche. Scena quasi presepiale: il tempio e l’osteria. Un classico.
Riaperta dopo tante vicissitudini, oggi la chiesa è una quinta sensazionale per la mise en place di un artista anch’egli sensazionale. Nelle interviste di presentazione abbondano I termini tecnici, ma per dirla alla Totò: “meglio abbondare, altrimenti dicono che siamo provinciali”. Si è usato il videomapping. Opperbacco. Questa tecnologia multimediale permette di proiettare luce o video su superfici reali, in modo da ottenere un effetto artistico ed alcuni movimenti inusuali sulle superfici interessate. Spesso è usata per il guerrilla marketing, quando l’immagine che in modo piratesco si vuole pubblicizzare è proiettata sulla fiancata di un monumento, sull’asfalto, su qualche superficie a scelta. L’aspettativa del turista è alta perché l’autore, la sua arte che racconta il dolore della sua vita e ce ne fa prendere consapevolezza, è di valore enorme e la visita può essere un esperienza indimenticabile, forse ancor di più che la visione dell’opera originale.Tre le sezioni: la presentazione dell’artista, l’immersione nella sua opera e poi nella notte stellata, nel campo di grano con corvi, nella camera da letto. Inevitabile tirare le somme alla fine dell’esperienza. Le opere scelte per la mostra avrebbero potuto essere di qualsiasi artista che avesse prodotto opere molto colorate. Cio’ che maggiormente avvolge, quasi stordendo il visitatore, non è Van Gogh ma le ondate di colore che davvero avvolgono i turisti in un vorticoso fondersi d’immagini colori e mix di essi. Preso un fumetto di guerre stellari e proiettato il caos dell’universo, l’effetto sarebbe identico. Inutile e nocivo l’utilizzo di una tecnologia usata anche per particolari lussuosissime feste di paperoni del commercio. Prendiamo doverosamente atto della conoscenza delle avanzate tecnologie che conferisce a organizzatori, gestori e realizzatori una stelletta al valor informatico. Van Gogh e qualsiasi bene culturale però meritano di più. Prima di tutto l’approfondita conoscenza della sua tematica, del perché delle sue opere. Poi dell’interpretazione che, grazie alla tecnologia, poteva farsi del suo tormento. Un mero esercizio di pratica tecnologica pubblicizzato come espressione di un nuovo modo d’esporre opere d’arte può anziché dare fiducia alle tecniche dell’interpretazione, toglierne Risultato: lo sforzo di allontanare lo spettro Disney dall’applicazione di questa tecnica si infrange sul muro della poca competenza sulla metodologia e dell’assoluta ignoranza dei temi. Interpretare l’arte è per tutti, ma non da tutti. Le tecniche si studiano.