L’ambasciatore italiano in Iraq al fianco dei militari feriti

329
In foto Bruno Antonio Pasquino, ambasciatore d'Italia in Iraq

“I cinque militari italiani feriti da un ordigno esplosivo in Iraq “non sono in pericolo di vita” e “domani si avranno notizie più chiare sul decorso”; l’ha detto in questi giorni a RaiNews24 l’ambasciatore italiano a Baghdad, Bruno Antonio Pasquino : “Non sono in pericolo di vita, lo confermo: domani mattina si avranno notizie più chiare sul decorso, uno solo dei militari ha subito delle gravi ferite a una gamba, che è stata amputata”, ha detto, “Lo hanno riferito i medici anche a noi”. In realtà poi le amputazioni sono state di più e poco si può dire su queste mutilazioni se uno non le ha subite, mentre a pochi giorni dalla celebrazione di Nassiriya riprende un certo terrorismo nel mondo, come un tumore che se anche lo ammazzi ritorna, come una malattia che sembra debellata e proprio nel momento in cui ti stati rilassando ritorna e ti distrugge.
Quanto alla dinamica dell’accaduto, le indagini “Le stanno centralizzando la coalizione e il nostro ministero della Difesa, posso riferire quello che abbiamo verificato a Baghdad, perché i soldati sono qui all’ospedale militare”, ha chiarito il diplomatico, e continuando: “Ringraziando Dio, ci viene confermato che le condizioni non sono così gravi da far temere peggioramenti”, ha concluso l’ambasciatore Pasquino, “Domani mattina bisognerà vedere il decorso, poi – prima possibile, dipendendo dalle condizioni fisiche dei cinque militari – immagino che sarà organizzato il loro rientro in Italia”. In questi anni , l’ambasciatore d’Italia in Iraq, Antonio Pasquino, ha effettuato visite periodiche costanti, iniziando dalla Diga di Mosul dove incontrò i soldati della Task Force Praesidium e lo staff del Gruppo Trevi; fino ai ertici delle forze di sicurezza irachene nella sensibile provincia di Mosul che, nell’area, affiancano la componente militare nazionale nella difesa della Diga. Accompagnato dal generale Roberto Vannacci, comandante del contingente italiano in Iraq e dalla dott.ssa Serena Muroni, console italiano ad Erbil, s.e. l’ambasciatore ha sempre constatato in questi due anni le capacità messe in campo dal “Sistema Italia” nel Nord dell’Iraq. Primo momento, l’inaugurazione di un campo da Calcio, realizzato dalla ditta Trevi nell’ambito del progetto “Mosul Dam for Social”, che vide il Gruppo cesenate, affiancato dall’Esercito Italiano con la partecipazione di altri partner, promotore di progetti a favore della popolazione Irachena con particolare riguardo alla condizione dei minori. L’Ambasciatore verificò in questa occasione il livello di interoperabilità raggiunto dalla Task Force Praesidium con il Counter-Terrorism Service per garantire la sicurezza nell’area. Anche sul sedime della Diga, il personale del 3° reggimento alpini, nell’ambito della missione affidatagli, ha sempre garantito in questi anni la sicurezza dell’infrastruttura. Ma questo terrorismo dove vuole arrivare e negli ultimi tempi cosa è successo che ha spezzato le redini di un puledro di razza, per gettare nello sconforto il contingente nella sua ala mediterranea di ragazzi sui 37 anni che avevano una speranza e un orgoglio da difendere? Come può la diplomazia affrontare un momento così incerto e delicato ? Ogni volta che l’Ambasciatore Pasquino lasciava le sedi di Mosul ed Erbil, o la base di supporto nazionale dove stazionano gli addestratori dell’Esercito che prestano servizio nell’ambito del Kurdish Training CoordinationCenter , rivolgeva sempre i migliori auguri ai militari del contingente italiano, sia se si era prossimi al Natale e sia se si era ben lontani , ma la prima cosa è sempre stato il ringraziamento per il lavoro svolto e per l’immagine di efficienza e professionalità di un Sistema Paese che, anche in Iraq, è univocamente riconosciuto. Ma dopo l’uccisione di Al Baghdadi, con un raid al compound nella provincia di Idlib, si è saputo che il leader terrorista era stato tradito da uno dei suoi uomini più fedeli , che si volava a sua volta vendicare, a quanto pare, dell’assassinio di un suo parente ad opera dell’Isis: adesso intascherà la taglia di 25 milioni di dollari.

Allora la risposta è sempre papabile: stiamo in guerra e non lo vogliamo accettare, se non altro perché nella nostra atavica cultura la definizione stessa di guerra, corrisponde a ben altra cosa, e sostituiamo ad essa la parola terrorismo alla quale anteponiamo e affrontiamo l’ostilità altrui con un contingente di pace. Il problema è che da tempo si immaginava che momenti come quelli di Nassiriya non tornassero più, anche perché siamo sempre bravi a trovare mille ragioni di un accadimento, ma non ne siamo capaci quando qualcosa di terribile accade a noi o ad un nostro caro. La vita continua e il mondo corre, come avvenne nelle seconda guerra mondiale. Corre senza troppo piangere quando un giovane militare muore e se lo facciamo più di tanto, qualcuno inizia a temere che ci siano ritorni nazionalistici o populisti, senza riflettere che mentre parliamo su quanto occorre essere patrioti ci sono ragazzi che muoiono addirittura per questo concetto, e mai come ora esplicano il loro compito a difesa di popolazioni come quelle irachene che sono in eterne guerre, e nn hanno il tempo di definirle come tale , perché hanno già vissuto l’esperienza dell’eternità con il conflitto con l’Iran.

Il compito della diplomazia quindi, almeno di essa, è quello di stare accanto ai militari come che ha fatto in più riprese l’Ambasciatore Bruno Antonio Pasquino; di trovare sempre il mezzo per anteporre la parola all’uso delle armi, e di avere la forza di contrastare cose che a volte nascono non nei Paesi ostili, ma nel processo economico di Paesi che fanno parte delle proprie alleanze.