L’aquilotto insanguinato. Lino Zaccaria racconta il mito di Corradino di Svevia

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di Fiorella Franchini

Il mito di Corradino di Svevia comincia pochi anni dopo la sua morte e prosegue, mantenendo intatto il suo fascino, fino ai nostri giorni. Fu Dante Alighieri a farne per primo un simbolo, quello dell’avidità del potere, riassumendolo in un verso del XX Canto del Purgatorio: “Carlo venne in Italia e, per ammenda, / vittima fé di Curradino”. La sfortunata vicenda del nipote di Federico II è stata argomento di poesie, tragedie, cronache, film, opere liriche, saggi d’ignoti cantori e d’illustri intellettuali, da Ludovico Ariosto ad Aleardo Aleardi, da Ferdinand Gregorovius a Mario Pagano. Tra narrazione e storia Lino Zaccaria, per quarant’anni caporedattore del quotidiano Il Mattino e attualmente direttore editoriale di “Napoli Quotidiano”, riannoda i fili dei fatti in un saggio godibile e accurato, L’aquilotto insanguinato. Vita, avventura e morte di Corradino, l’ultimo rampollo degli Svevi, edito da GRAUS. Un’introduzione storica sullo scenario nel quale è maturata la vicenda dell’ultimo rampollo della dinastia Hohenstaufen introduce il lettore nel clima politico del tempo. Il giovane Corradino di Svevia all’età di circa sedici anni fu persuaso da un gruppo di ghibellini e da una pressante “campagna di convincimento”, a scendere in Italia per riprendersi il trono che gli era stato sottratto prima dallo zio Manfredi e poi da Carlo d’Angiò, chiamato da Papa Clemente IV. Nonostante l’accoglienza favorevole che gli consentì di giungere fino a Roma, l’impresa del giovane principe fallì a Scurcola, in Abruzzo. Proprio quando sembrava che la battaglia volgesse suo favore, grazie ad un’abile mossa tattica di Alardo di Valery che guidava l’esercito angioino, la fortuna cambiò direzione e Corradino insieme al cugino Federico d’Austria fu costretto a fuggire. Traditi dal nobile romano Giovanni Frangipane, in passato fedele agli Svevi, vennero consegnati al rivale e imprigionati. L’angioino tentò di evitare la pena capitale, magari condannando il principe a una prigionia perpetua come quella dell’ultimo figlio dello Stupor Mundi, Enzo, segregato a Bologna, ma il Papa fu irremovibile: “Mors Corradini, vita Caroli; vita Corradini, mors Caroli” (“Morte di Corradino, vita di Carlo; vita di Corradino, morte di Carlo”) e Carlo d’Angiò ne ordinò l’esecuzione. Un avvenimento ricco di colpi di scena in cui si mescolano gli intrighi del potere temporale del papato, la bramosia dei sovrani, l’opportunismo della nobiltà e l’euforia popolare, insieme a un’ingenua fiducia negli ideali cavallereschi. Zaccaria con un attento confronto delle fonti mostra al lettore una realtà fatta di complotti, compromessi e trasformismi, tutto ciò che costituisce, in ogni tempo, la lotta per il potere. Corradino fu uno strumento del sistema, un predestinato, più che del Fato, come sembrano sostenere gli astri di Ciro Discepolo, del calcolo politico. Un racconto oggettivo che accresce il fascino dell’impresa e ne alimenta la leggenda. L’autore, senza venir meno all’obbiettività del cronista, mette in risalto alcune immagini chiave, l’educazione cortese ricevuta dalla madre Elisabetta di Baviera, l’esaltazione della folla, l’amicizia con il cugino Enrico, il tradimento, lo spettacolo della decapitazione. Una narrazione avvincente che, arrivando al cuore e al pensiero, favorisce la consapevolezza storica. La prosa è chiara il resoconto preciso e mai didascalico, costruito sulle fonti e sul ragionamento logico. Inconfondibile lo stile del giornalista che da un lato ricostruisce la cronaca e dall’altro evoca emozioni. Comunicare la storia al di fuori degli ambienti accademici non è più un tabù bensì una pratica diffusa, un’occasione e uno strumento per la comprensione critica dei contesti temporali. Un fare storia quello di Lino Zaccaria attivo e partecipativo che aiuta ad affrontare la complessità del materiale storico facendo da tramite tra storiografia e divulgazione responsabile. Un pretesto colto per valorizzare tanti luoghi del Bel Paese, la Torre Astura a pochi chilometri da Nettuno ove Corradino si rifugiò dopo la battaglia di Tagliacozzo, il Campo Moricino di Napoli, dove gli tagliarono la testa e che oggi chiamiamo piazza del Mercato, e sempre nella città partenopea la chiesa del Carmine ove il corpo dell’ultimo degli Hohenstaufen, dapprima gettato in un fossato, fu sepolto. La testa non fu mai più ritrovata e a noi piace ricordarlo immortale nei versi dell’Aleardi: Un giovinetto/Pallido, e bello, con la chioma d’oro,/Con la pupilla del color del mare,/Con un viso gentil da sventurato…