L’arte non ha confini con Cynthia Penna

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In foto Cynthia Penna

L’occhio di Leone , ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

L’Arte come motore di vita, di ricerca, di scambio a livello nazionale ed internazionale! Questo il pensiero primario della curatrice Cynthia Penna, fondatrice nel 2007 dello spazio Art1307 e nel 2012 della Residenza degli artisti, luoghi nati proprio per creare uno scambio culturale e artistico tra realtà apparentemente diverse. C’è sempre un canale, che porterà l’arte in tutte le sue espressioni, nel mondo per farla conoscere, amare e capire. Questo “canale” è stato trovato da Cynthia Penna, che ha portato la sua città partenopea nel mondo ed il mondo da lei. Il suo sguardo si è soffermato in modo particolare sull’arte contemporanea e oggi avremo modo di conoscere meglio le sue idee ed i suoi progetti.

 

Il suo rapporto tra Napoli e la costa ovest degli Stati Uniti. Qual’è il filo conduttore, tra questi due luoghi molto lontani?

I fattori comuni e divergenti sono molteplici ma tutti di attrazione verso due realtà che permangono comunque lontane sia da un punto di vista geografico che culturale. Da un punto di vista geografico Napoli e Los Angeles divergono quanto a spazialità e senso dello spazio fisico: la dimensione ristretta e a volte l’angustia dei vicoli di Napoli, la rendono al contempo affascinante e misteriosa, direi anche mistica. Gli immensi spazi di Los Angeles che è posizionata di fronte ad un oceano immenso e con alle spalle un altrettanto immenso deserto, comunicano un senso di libertà, di apertura, di spazi infiniti da percorrere proiettando psicologicamente la gente in uno luogo di “possibilità” che si riversa sulla vita sociale e sulla vitalità della regione.

E poi su tutto questo vi è l’immersione in due contesti di “luce” che ovviamente non possono non attrarre artisti e persone che lavorano con l’arte.

La luce “napoletana” è una luce irradiata e dolce, che “accompagna” la vita e nel contempo invita alla sosta e alla riflessione, alla pausa: ricordiamo il nome Posillipo il cui corrispondente greco Pausillipon viene tradotto come “pausa dal dolore”. La luce di Los Angeles è violenta, “colorata”, a volte accecante, energetica: ti spinge a fare, a correre, a gettarti nella vita, ma anche a fermarti per godere tutte le sfumature dei rosa, rossi, gialli, violetti dei sui tramonti che sembrano irreali tanto il colore li tinge. La comunanza tra le due città, il vero nocciolo comune che entrambe posseggono è la multi etnicità e la poliedricità di culture e popoli. Napoli storicamente ha un retaggio culturale di accettazione ed accoglienza che ingloba le diversità etniche e le fa proprie: fondata dai Greci, passa attraverso i Romani e poi centinaia di popoli diversi la occupano, ma nel contempo vengono fagocitati in una rete di cultura che ha una specificità tutta propria. Una specificità fatta di atteggiamenti, di lingua, di tradizioni, di ritualità che rende questa città MAI realmente occupabile dall’esterno, mai dominata e mai domata nello spirito.

Los Angeles nasce con un mix culturale multietnico perché viene fondata dagli Spagnoli/Messicani e poi nel tempo diventa meta di popoli diversissimi dato che la sua posizione geografica la connette non solo all’Occidente come parte degli Stati Uniti, ma anche all’Oriente dell’altro lato del Pacifico e quindi alle comunità Coreana, Giapponese, Thailandese, Cinese e molto di più. E poi vi si innesta anche il mito Hollywoodiano del benessere, della fama e della gloria o comunque di un benessere diffuso fatto di clima paradisiaco e di libertà che attrae anche i giovani hyppies degli anni ’60.

Due città molto difficili da vivere, che vanno però vissute e penetrate e che se si comprendono senza pregiudizi e senza luoghi comuni, creano una “attrazione fatale” come una malìa dalla quale è impossibile distaccarsi.

 

Curatrice, fondatrice dello spazio Art1307 e della “Residenza degli artisti”. Come nascono e perché a Napoli?

Napoli è la città dove sono nata e ho trascorso gran parte della mia vita. Quindi è imprescindibile la mia presenza in questa città. Napoli è inoltre una città colta e di grande tradizione artistica e storica; perciò desideravo offrire alla città un panorama ancora più vasto sull’arte contemporanea proiettandola nella realtà culturale artistica della costa Ovest degli USA che in gran parte qui era sconosciuta.

Entrata a far parte del mondo dell’arte di Los Angeles, era naturale che volessi mettere in contatto le due realtà artistiche anch’esse tanto diverse l’una dall’altra. Un fatto esperienziale comune tra napoletani e angelini ed anche un momento di “scoperta”, di visione allargata sui territori e sul fare arte di entrambe le società.

Perciò è nata ART1307 come Istituzione culturale che pone l’accento sullo scambio culturale tra le due città: esposizioni comuni di artisti napoletani e californiani eseguite in entrambe le città in istituzioni culturali a noi parallele; mostre personali e antologiche di artisti californiani e non solo, ma anche di artisti giapponesi che ospitiamo a Napoli; residenza per artisti stranieri che vengono da noi selezionati ed ospitati per un lungo periodo al fine di farli immergere in una realtà sociale ed artistica così distante ma tanto eccitante.

Il risultato è stato eccellente; abbiamo realizzato mostre anche con Istituzioni pubbliche e museali come il MANN e la Reggia di Caserta oltre a collaborazioni stabili con il Pio Monte della Misericordia e gli Istituti d’arte e le Accademie.

Del pari artisti Italiani hanno avuto la possibilità di farsi conoscere ed esporre  in strutture museali come il Museo di Arte e Storia di Lancaster (California), nelle Università e nei Centri culturali del territorio angelino.

Devo ammettere che di questo ne andiamo molto fieri.

 

Come sta vivendo l’Arte, nazionale ed internazionale, questo periodo “buio”?

Ritengo che questo anno 2020 che passerà alla storia come un anno di guerra al pari di altri eventi bellici, non sia un periodo “buio” perché il tempo buio della storia dell’umanità è sommamente quello in cui avvengono eccidi di massa del tutto ingiustificati o quelli in cui una cultura viene annientata attraverso la sopraffazione e la violenza. Siamo pieni di esempi storici che non sto qui a citare. Questo invece  è un momento di cambiamento e transizione che ha, come tutti i mutamenti, un risvolto enormemente positivo se lo si legge o lo si vive  in termini appropriati. L’arte è fucina di cambiamenti e solitamente li precede; l’arte non si può fermare e non è certo un virus l’elemento idoneo per interrompere il corso del pensiero umano.

Molto dovrà cambiare in termini di offerta e di domanda: spero in una domanda più colta e meno soggetta alle mode del momento o ai grandi “trend” spinti anche dai musei e dai collezionisti. Spero in una offerta più estesa a realtà sconosciute e alle vere avanguardie di pensiero, che concentrata su stereotipi indotti dal mercato.

Una domanda e una offerta più “libere” da investimenti e calcoli finanziari che in arte non possono assolutamente sussistere in quanto seguono canoni e atteggiamenti socio-ambientali completamente diversi.

L’investimento finanziario ha bisogno di velocità e moltiplicazione di introiti; l’arte ha bisogno di tempo e non fornisce mai certezze di ritorno economico.

La creatività invece si è molto espansa nella sofferenza. Penso alla risposta al mio invito durante il primo lockdown di Marzo 2020 a molti artisti e storici dell’arte di inviarmi fotografie di opere, video, scritti e pensieri sul tema del “Tempo al tempo dell’isolamento”. Ho ricevuto 93 risposte d’arte che hanno condotto alla pubblicazione del libro TIME che trovo interessante perché congela per sempre nel tempo il pensiero filosofico, critico e artistico di questo momento.

Nutro grandi speranze per il futuro che in un modo o nell’altro ci offrirà maggiore verità e minore superficialità;  più essenza delle cose e meno apparenza.