L’ascensore per i piani alti del fare impresa

L’Imprenditorialità coniuga la crescita economica con il benessere e la felicità. Vista sotto questa luce, l’Imprenditorialità è un movimento culturale non individualista. Ad essere imprenditoriale è la comunità, e il fine ultimo dell’Imprenditorialità è la soddisfazione dei bisogni comunitari. L’appagamento delle esigenze del singolo individuo è solo un traguardo intermedio.
La decadenza della cultura dell’Imprenditorialità riduce la capacità e la facilità di aprire un’impresa. Per mantenerla e rafforzarla, non basta che un paese sia dotato di un fitto tessuto imprenditoriale, com’è, per esempio, il caso dell’Italia della micro imprenditoria (al 31 marzo 2017, su un totale di 3.732.518 imprese, l’88.2% era costituito da aziende fino a 5 addetti, pari a 3.291.732) e delle tante piccole e medie imprese. Quella cultura non si autoalimenta; deve essere rigenerata e trasformata. Quando ciò accade, cresce di numero e in qualità il gruppo dei giovani pronti a dar lavoro anziché a cercarlo. Costoro prendono l’ascensore per salire ai piani alti del fare impresa che combina insieme scienze e arti, giocando così a tutto campo con l’innovazione. Nel gioco sono coinvolte le imprese imprenditoriali che, collaborando con università e centri di ricerca pubblici e privati, innovano disegnando prodotti e servizi personalizzati, risultanti dalla scoperta dei bisogni latenti, e non solo dalla domanda effettiva o ipotetica, di un singolo individuo o gruppo.
Al contrario, la debilitazione dell’Imprenditorialità lascia l’ascensore al piano terra. Tornando all’Italia, i dati della Banca Mondiale sulla capacità e semplicità di intraprendere piazzano l’Italia al 46mo posto nel mondo, mentre i suoi maggiori competitori occupano i gradini più alti della graduatoria.

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