Lavoro: l’esperto, ‘flop’ smart working, 5 regole per farlo funzionare in pmi

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Roma, 24 ott. (Labitalia) – “Il precedente governo ha agevolato i progetti di smart working mediante sgravi contributivi a favore delle aziende con la legge 81/2017, ma oggi i dati ci dicono che solo 313 aziende lo scorso anno hanno chiesto e ottenuto questi sgravi contributivi, pari al 5% della retribuzione prevista per i programmi di lavoro agile. Il budget messo a disposizione per gli incentivi da parte del governo, pari a 55 milioni, non sarà raggiunto, quindi chi ha fatto domanda presumibilmente otterrà il beneficio”. Ad affermarlo Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing, che fornisce anche un piccolo vademecum per far funzionare lo smart working soprattutto nelle pmi.

“Più nel dettaglio, le richieste di sgravio presentate dalle aziende nel 2017 sono state 314, 313 quelle accolte (una sola quindi è stata respinta). Di queste, 231 interessano le misure dell’area d’intervento della flessibilità organizzativa e all’interno di questa categoria, nello specifico: il lavoro agile risulta inserito nel contratto da 114 aziende; la flessibilità oraria da 147 aziende; il part-time da 100 aziende; la banca delle ore da 66 aziende; la cessione solidale da 29 aziende”, precisa.

“Ciascuna azienda doveva indicare almeno due misure. Delle 231 domande la maggior parte era interessata alla flessibilità in entrata e in uscita più che al lavoro in remoto. In altri termini, la legge sullo smart working è stata un flop”, sostiene Colombo. “Anche se nel 2018 la percentuale delle aziende interessate sta aumentando, il rapporto prodotto dall’Osservatorio del Politecnico – prosegue l’esperto – ci dice che, nonostante l’interesse per il lavoro agile aumenti anche tra le pmi, l’approccio rimane ancora troppo informale: il 22% ha in corso progetti di smart working, ma solo il 7% con iniziative strutturate; infine, il 53% di queste aziende ritiene il lavoro agile poco applicabile alla propria struttura produttiva”.

“Indipendentemente dalle statistiche classiche sull’aumento della produttività, riduzione dell’inquinamento, etc., lo smart working è diventato prioritario proprio per le necessità di inclusione che hanno le aziende e che sempre più avranno in futuro. Questo nuovo approccio prevede una mancanza di controllo che allo stato attuale crea problemi alle aziende meno evolute. Purtroppo, ancora per molte realtà la credibilità e la fiducia passano attraverso i concetti di 9/18, di regole e procedure calate dall’alto”, aggiunge Colombo. Ma quali sono le regole da applicare per applicare davvero, e bene, lo smart working? Secondo Simone Colombo, “ci sono almeno 5 cose che un’azienda dovrebbe fare per renderlo efficace”. Eccole, nel dettaglio, una per una.

1. Impostare un nuovo modello di leadership: è necessario cambiare gli indici di valutazione delle performance per misurare il risultato e rendere collaborativo il gruppo. “Uno dei rischi maggiori dell’attività di smart working è che risulti alienante e scollegata dal resto del team, a tratti individualista”, avverte Colombo.

2. Definizione di valori condivisi: tutti i soggetti direttamente o indirettamente coinvolti devono essere chiamati a fornire il loro contributo rispetto alla progettazione e gestione del cambiamento in atto. Data l’ampia portata della trasformazione organizzativa, è fondamentale assicurarsi il coinvolgimento delle diverse funzioni aziendali, tra cui soggetti impegnati nella gestione delle risorse umane e nella conduzione delle analisi economiche-finanziarie, necessarie per valutare e sostenere gli investimenti.

3. La comunicazione: “Lo smart working non è per tutti e non lo possono fare tutti, quindi una comunicazione chiara e trasparente da parte degli organi manageriali di livello superiore è vitale nel passaggio da modelli di lavoro tradizionali a quelli nuovi”, aggiunge Colombo. Tale comunicazione deve riguardare l’opportunità, le motivazioni e le modalità di realizzazione dell’innovazione (ad esempio, progetti pilota, professionalità interessate, definizione di nuovi metodi di valutazione, etc.) e deve essere rivolta non solo ai potenziali smart worker, ma anche ai colleghi che continueranno a lavorare in modo tradizionale, così come ai manager chiamati a gestire il processo di cambiamento.

4. Analisi: è fondamentale creare indici di apprezzamento e parametri che misurino l’efficacia di un’attività di smart working, sia sui risultati che sul grado di valore che questa modalità organizzativa può raggiungere. “In questo senso, saranno necessari strumenti di feedback continuo che diano evidenza del buon o cattivo andamento”, prosegue il consulente.

5. La graduale introduzione di modelli di lavoro in remoto: è fondamentale testare e aggiustare i modelli per ogni tipologia di attività e realtà, attraverso una serie di progetti pilota e sperimentazioni per specifici individui e/o attività, tramite le quali definire la struttura organizzativa più adeguata e assicurarsi il successo dello smart working. Solo successivamente sarà opportuno estendere su più larga scala, coinvolgendo le molteplici unità e/o divisioni aziendali dell’intera organizzazione.