Lavoro, mai così ampia l’area del disagio sociale: +45% 10 anni. Maglia nera al Sud

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L’occupazione cresce, ma sempre più lavoratori si collocano nell’area del disagio. Gli occupati che svolgono un lavoro temporaneo o a tempo parziale perché non hanno trovato un’occupazione stabile o a tempo pieno, continuano infatti ad aumentare e nel primo semestre dell’anno hanno raggiunto il numero record di 4 milioni e 492 mila persone (praticamente un occupato su cinque), il 45,5% in più rispetto a 10 anni fa. Ad evidenziare questa situazione è la Fondazione di Vittorio della Cgil, che cerca di mettere a fuoco la qualità dei rapporti di lavoro. Il disagio generato dalla precarietà dell’impiego e/o dal numero ridotto di ore di lavoro è cresciuto nell’ultimo anno dell’1,5% soprattutto per l’aumento del lavoro temporaneo involontario (+7,8%), evidenzia la ricerca, che sintetizza: “questo fenomeno, che interessa soprattutto i giovani, presenta ormai il carattere di dinamica strutturale”. Proprio nel lavoro giovanile (15-24 anni) si registra infatti la maggior prevalenza di occupati nell’area del disagio (60,7%), in aumento di 9 decimi di punto rispetto allo scorso anno e di 21 punti dal primo semestre del 2007.
Tra i giovani-adulti nella fascia 25-34 anni il disagio è sostanzialmente stabile su valori vicini al 32% (era il 19% nel 2007). A livello geografico il tasso è più alto nel Mezzogiorno (23,9% rispetto al 17,7% del Nord), mentre guardando al genere sono le donne ad essere più penalizzate (26,9% contro il 15,2% dell’occupazione maschile). Il disagio inoltre interessa di più i lavoratori stranieri che quelli di cittadinanza italiana: la crisi infatti, spiega la ricerca, ha dilatato la distanza tra i tassi, portando quelli relativi agli stranieri (Ue e non Ue) su valori prossimi al doppio del tasso calcolato per gli italiani. Ad incidere è anche il titolo di studio: tra il 2009 e il 2014 il disagio è aumentato notevolmente tra i lavoratori con basso titolo di studio (licenza media), arrivando al 22,8% nella prima metà dell’anno, pari a 5,3 punti in più rispetto a chi ha una formazione universitaria. “E’ la traduzione in termini di occupazione di un altro fenomeno, quello del peggioramento della qualità dell’occupazione in termini di qualifica professionale”, evidenzia la ricerca, sottolineando che “una maggiore flessibilità in entrata non aiuta certo la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, rischia anzi di assecondare un processo di progressiva dequalificazione della manodopera e fa crescere l’area del disagio nel mondo del lavoro”.