Le famiglie italiane tra tasse e venti di conflitti mondiale

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Conti in ordine senza aumentare le tasse. Nell’illustrare gli interventi che faranno da corredo al Def (Documento di economia e finanza) e alla manovrina di quest’anno, i toni del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sono stati improntati ad un ottimismo un tantino eccessivo, forse. Intanto perché di numeri e tabelle a sostegno della legge di bilancio non s’è visto traccia nella conferenza stampa. E poi perché, al solito, i pochi dati che stanno di volta in volta emergendo, quasi alla chetichella, denunciano un malvezzo diventato ormai prassi, qui da noi. E cioè, atti che si distinguono per approssimazione, aperti a continue modifiche, sulla scorta di estenuanti trattative sotterranee, con norme che entrano ed escono dalle minute, triangolazioni defatiganti fra Palazzo Chigi, Ragioneria generale, singoli ministeri, gruppi di pressione e parlamentari, e che con ogni probabilità confluiranno – alò solito – in un testo finale molto spesso di scarsa qualità normativa. 

Ma tant’è. Questo passa il convento, purtroppo. Ad ogni buon conto, “il governo ha dato il via libera al Def, al Pnr, al decreto che contiene diversi interventi di crescita e sviluppo tra cui la correzione di bilancio e ha condiviso un piano di investimenti che sarà tradotto in un dpcm nei prossimi giorni”, ha detto il premier incontrando i giornalisti. E ha, anzi, precisato: “I messaggi” delle scelte operate dal governo “vanno in due direzioni: di forte rassicurazione, perché abbiamo conti in ordine e li abbiamo non aumentando le tasse ma accompagnando il risanamento con misure di sviluppo e crescita”.

E ci sarebbe anche da credergli, volendo, se quasi in contemporanea con la conferenza stampa a Palazzo Chigi le agenzie non avessero diffuso il rapporto dell’Ocse “Taxing Wages” per il 2017 e da cui emerge, tanto per cambiare, che le famiglie italiane sono tra le più tartassate dei 34 paesi membri dell’organizzazione. L’Italia è infatti al quinto posto nella classifica relativa al peso delle tasse sui salari.  In Italia il cosiddetto cuneo fiscale – di cui nel Def si torna a parlare – per un single senza figli è complessivamente al 47,8%. E nel caso di una famiglia monoreddito con due figli siamo al terzo posto  con il 38,6%. Di più, il costo del lavoro medio per un lavoratore single senza figli in Italia è a 55.609 dollari, maggiore della media Ocse ferma a 50.214, ma quando si va a guardare il reddito netto in busta paga il valore, a causa del cuneo crolla a 29.045 dollari, un valore più basso rispetto alla media Ocse (31.607). Ed è soltanto un esempio.

Ma prendiamola per buona. Diamo credito al governo quando afferma che è fortemente intenzionato a non caricare nuovi fardelli sulle spalle degli italiani. Così pure, quando riparla di spending review da 1 miliardo l’anno per i ministeri, anche se soltanto a partire dall’anno prossimo. La riduzione fiscale, però, partirà subito: quest’anno sarà di 42,3 miliardi rispetto al 42,9% del 2016. Punti decimali, si dirà, ma quel che conta è l’indirizzo. Vedremo.

“Sullo stato dell’economia italiana si alternano voci di esultanza ogni qualvolta la crescita del Pil si alza di alcuni decimi e voci di pessimismo che sottolineano l’ineluttabilità del nostro declino”, ha sottolineato intanto sul Corriere della Sera Fadi Hassan, un economista nato e cresciuto a Pavia da genitori siriani, docente presso il Trinity College Dublin e Research Fellow del Cep alla London School of Economics, tornato momentaneamente in Italia per un progetto di ricerca.

“In un’ottica di realismo, il dato che sintetizza al meglio la traiettoria economica del nostro Paese è il Pil pro-capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto”, ha argomentato il professore. “L’Italia ora ha un reddito che è il 63% di quello degli Usa. È lo stesso livello che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni. Si tratta di un declino troppo marcato e prolungato per essere ascrivibile a una sola causa. E’ necessario perciò agire su più fronti”. Quali?

Tra i punti indicati da Fadi Hassan c’è quello della “misallocation” della domanda aggregata, ossia dell’erronea allocazione dei fattori produttivi. Che tradotto in un esempio facile facile suona così. A Londra affittare una casa e munirsi di un motorino usato costa 450 euro, a Roma , tra agenzia immobiliare, passaggio di proprietà, assicurazione e ammennicoli vari, il costo è di 1.800 euro. E il fatto ancor più grave, oltre all’eccesso di spesa, è che questi soldi vanno via per un servizio a bassa produttività, che coinvolge giusto 1-2 persone. Ma a chi lo dici? Parole nel deserto.

E, poi, mai come in questa settimana il mondo – non soltanto noi italiani – ha avuto altro cui pensare. Al timore dello scoppio delle Terza guerra mondiale, per esempio. Dopo il bombardamento della Siria ordinato da Donald Trump, il freddo calato con la Russia, le flotte navali in movimento e le minacce al dittatore nordcoreano Kim Yong-un e la “madre di tutte le bombe” sganciata sull’Afghanistan, Google ha registrato un picco di consultazioni fino 1900% con la chiave di ricerca di parole chiave quali “Trump”,  “Usa-Russia”, “Terza Guerra mondiale” e via dicendo. 

Ed è stato sempre il presidente Usa a tenere banco, questa settimana, invertendo clamorosamente rotta rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale e facendo – lui che aveva accusato gli altri di manipolare la moneta – indebolire artatamente il dollaro. In un’intervista al Wall Street Journal, infatti, s’è rimangiato le critiche alla Cina, alla politica monetaria della Fed e ha addirittura esaltato il ruolo di Janet Yellen.

Quando si dice realpolitik.