Le ferite del mondo: Vermiglio

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Quando l’arte non consola ma costringe a guardare. Una mostra di Laura Niola a cura di Michelangelo Giovinale

GIULIANO — Fermarsi non è più un lusso, ma una necessità. Soprattutto quando a parlare non sono solo le opere, ma i luoghi che le accolgono. La Chiesa di San Rocco, con il suo carico di pellegrinaggi, suppliche e memorie di cura, diventa il teatro – o forse il confessionale – di “Le ferite del mondo: Vermiglio”, in apertura sabato 13 dicembre alle ore 18:30. Una mostra che non si limita a proporre visioni: pretende attenzione, presenza, condivisione. Il Vermiglio, qui, non è un colore. È una chiamata. Un’allerta emotiva che pulsa nelle opere e nei varchi interiori che esse aprono. L’intero progetto si configura come un dialogo obbligato con le crepe del mondo. Crepe reali, non simboliche: quelle che attraversano i corpi, le relazioni, le strutture sociali, e che ritornano come fenditure viscerali nelle opere di Laura Niola. Crepe che non si possono “guardare da fuori”. Lo sottolinea l’artista con una frase che è quasi un manifesto di verità: “Quando si parla di ferite non ci si ispira, le si vivono. È sempre un vissuto che si estende e diventa universale. Le ferite del corpo e dell’anima arrivano con violenza, non chiedono permesso.” Le sue opere non cercano metafore consolatorie: chiedono presenza, chiedono un’assunzione di realtà. Così Vermiglio smette di essere una sequenza di opere e diventa una domanda civile. Questa mostra non parla di cura nel senso tradizionale, ma di accogliere. Ci invita a fermarci davanti al dolore, a riconoscerlo senza cercare subito di risolverlo. Insegna che la vera forza sta nel saper restare nelle nostre ferite, nel dare spazio a ciò che è fragile e vulnerabile. Accogliere più che curare diventa così un gesto umano e universale, che richiama alla mente l’umanità dei Greci, consapevoli della centralità dell’accoglienza e della misura nella vita. Accanto all’artista, il curatore Michelangelo Giovinale costruisce un percorso che non sovrappone significati, ma li amplifica. La sua è una curatela-presenza, un atto di responsabilità. Ed è lui stesso a chiarire il nucleo del suo sguardo con parole che rivelano la lentezza e la potenza della lettura critica: “È l’imponderabile… Quella capacità, straordinaria, di restituire una forma ai tanti interrogativi che solo vagamente ci sfiorano… Lei lo fa delicatamente, molto lentamente. Fino a sfondarci la retina. Della coscienza.” Nella visione di Giovinale, Vermiglio non è una mostra da osservare, ma un luogo in cui avviene qualcosa: una riconnessione, un risveglio, un ricucire. Tutto questo nasce dall’incontro fra due anime speculari, più che da una semplice collaborazione professionale: Niola e Giovinale guardano le ferite del mondo da prospettive diverse, ma con la stessa urgenza di prendersene cura. Ed è proprio in questo incontro che accade il gesto più raro: quando artista e curatore suonano insieme la stessa corda, non nasce solo la risonanza, ma un atto di cura reciproca, forse il modo più umano e più necessario per comprendere il mondo. L’appuntamento è sabato 13 dicembre, alle ore 18:30, nella Chiesa di San Rocco a Giuliano. Un invito non solo a vedere, ma a sostare. A sentire. E, se possibile, ad agire. Perché il Vermiglio non sia soltanto un colore, ma una consapevolezza che prende forma.


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