Le ideologie del Novecento? Tutte morte tranne una: l’utilitarismo materialista

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In questi giorni, sia nel Nord che nel Sud dell’Italia si sentono spesso responsabili di partiti dire che stanno cercando “un nome” per la candidatura a sindaco o a qualche altra carica amministrativa. È una chiara dimostrazione del fallimento della politica che, talvolta, non viene riconosciuto perché della politica non si può fare a meno, ed essa sussiste anche quando è mediocre. Per insegnare in una scuola media un ristretto numero di nozioni è necessario aver conseguito una laurea, aver frequentato poi lunghi corsi di specializzazione ed aver superato concorsi. Alla politica invece ci si accede senza che siano richieste dimostrazioni di aver preparazioni necessarie e di possedere una visione d’insieme della “polis”, della sua situazione e delle sue necessità. Ma, a pensarci bene, quando si dice che si sta cercando “un nome”, quasi sempre significa che si sta cercando qualcuno capace di attirare o portar voti all’insieme che intende governare per propri interessi, magari in collusione con gli insiemi di minoranze che hanno gli stessi fini. Ideologia designa il complesso delle idee di un partito che dovrebbero ispirare la sua azione politica. Ma, poiché questo complesso è stato frequentemente usato per raggiungere fini utilitaristici, il termine è stato sempre più inteso come complesso di idee astratte e mistificatorie, che non hanno alcun riscontro nella realtà, ma che anzi vogliono nascondere la realtà concreta. La caduta delle ideologie, intese nel secondo senso, ha fatto svanire anche le ideologie intese nel primo senso. Per cui il ritrovarsi senza ideologie potrebbe significare che ci si ritrovi senza idee per come programmare e realizzare il vivere comunitario. Ma questo non è poi esatto, perché un’ideologia c’è e domina incontrastata. È quella che invita a perseguire l’utilità materiale, rigettando ogni esigenza spirituale. Per decenni in Italia si è parlato di autonomie locali. Paradossalmente proprio mentre essa, entrando nell’Unione Europea, limitava la sua autonomia. Nei comuni, sia grandi che piccoli, c’era maggiore autonomia prima che si redigessero gli statuti (per lo più simili gli uni agli altri, magari con qualche variante artificiosa) che dopo l’approvazione degli stessi. Le autonomie locali avrebbero dovuto avvertire il pericolo della globalizzazione (ovvero dell’uniformità occidentale se non universale) ed attuar difese delle proprie identità, nei limiti del possibile. Ma questo non è avvenuto, non essendoci stata una chiara visione politica. E così territorialmente, e non solo territorialmente, i comuni italiani sono diventati sempre più simili tra loro. L’Enciclica “Laudato si’” di papa Francesco ha riproposto, tra gli altri, uno dei maggiori problemi che il tempo attuale pone agli uomini, alle comunità, e quindi alla politica: l’uso del grandissimo potere che si è acquisito con la tecnica. Nel campo politico (ed in verità non solo in questo) si ritiene che si debba fare tutto ciò che l’uso della tecnica consente. Ma ormai sappiamo che un tale uso può produrre sia conseguenze positive sia conseguenze disintegranti e distruttive. Per cui chi si propone per svolgere ruoli politici o è chiamato a questi dovrebbe essere consapevole della situazione esistente e saper che cosa fare per migliorarla e non peggiorarla. E non limitarsi a un andare a vista sotto la spinta dei suoi, seguendo i consigli degli esperti o dei burocrati che, per motivi d’interesse, suggeriscono un uso indiscriminato della tecnica.