La Banca d’Italia, nei giorni appena scorsi, nella presentazione dell’ultimo report di periodo, ha evidenziato che il Debito del Paese, per oltre un terzo del suo ammontare, è nelle mani di soggetti residenti oltre confine. Il 36% di quel cappio al collo non significa poco, in quanto già solamente da quel dato è facile, almeno a spanne, farsi un’idea di quanto spazio c’è, per un soggetto italiano, tra il cappio e il suo collo. Tanto al fine di ribadire l’efficacia mai disattesa e nemmeno messa in discussione, corrente già all’incirca due millenni fa. Si tratta di quanta dipendenza, di ogni genere e tipo, si possa creare nel debitore nei confronti del creditore. Asserendo, di conseguenza, che veramente libero è colui che non ha obblighi di alcun genere verso chiunque. È per tale circostanza che si dibatte intorno all’argomento di queste righe, riferendosi a “le” e non a “la” libertà. Il debito può assumere forma diversa, sia materiale che immateriale, mantenendo una caratteristica comune a tutte le sue espressioni: deve essere onorato alla scadenza. C’è un’eccezione che accomuna tutti i tipi di quella obbligazione: la remissione, ovvero l’atto mediante il quale il creditore azzera l’accordo preso con il debitore e lo rimette in bonis, “gratis et amore Dei”. Solo per colore, un accenno a tale comportamento lo si trova verso la fine della recita della preghiera del Padre Nostro. Che poi l’IOR, l’Istituto per le Opere di Religione, abbia ignorato a lungo l’affermazione appena riportata è un altro paio di maniche. Lo stesso che permetterà, più in là, di affrontare più in dettaglio l’argomento. Si arriva in tal modo al nocciolo duro della questione, traendo una prima conclusione: debito e credito hanno accompagnato l’umanità dal momento in cui essa ha preso atto che con ciò che le offriva spontaneamente la terra, sia del tipo vegetale che di quello animale, non poteva sopravvivere. Rimanendo solo per il tempo di una battuta nel contesto agricolo, va notato che la tradizione, esistente ancora tra gli agricoltori, di scambiarsi le cosiddette “giornate” di lavoro, è anch’essa una forma di rapporto credito/debito, quantificabile in valore, evitando allo stesso tempo di far circolare denaro, comunque di reciproca dipendenza. Che succederebbe se, per bisogno di cassa, una nazione decidesse di vendere il suo credito a un soggetto terzo? Meglio non pensarci se non si è ancora visto uno di quei film in cui, in alcune scene, debiti nati in ambienti frequentati non proprio da gentlemen, il credito che ne deriva passa di mano a condizioni talmente alterate che definirle usuraie è un eufemismo. E se molto spesso ci scappa il morto, non c’è da meravigliarsi.







































