Le ragioni di una strategia macroregionale per il bacino del Mediterraneo occidentale

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di Andrea Piraino*

Non è un semplice gesto di cortesia quello con il quale intendo ringraziare gli organizzatori ed i partecipanti a questa intensa mattinata di dibattito ed approfondimento sul tema della Macroregione del Mediterraneo Occidentale proposto all’attenzione dell’opinione scientifica dal volume curato dal professore Renato D’Amico e dal sottoscritto per i tipi della FrancoAngeli Editore. E’ anche e soprattutto un sentimento di ammirazione che intendo esprimere per la capacità degli amici Paolo Pantani, Rocco Giordano e Stanislao Napolano di raccogliere l’idea della costituzione della Macroregione mediterranea contenuta nel libro e di proporla all’apprezzamento dell’opinione politico-istituzionale e dei principali soggetti sociali con la discussione svoltasi in questa splendida sede della stazione marittima di Napoli.
Quella che si è voluta fare, prima ancora che con la pubblicazione del volume, con il Convegno internazionale che si è svolto a Palermo lo scorso anno e del quale il libro alla vostra gentile attenzione rende noti gli Atti, è la proposta di costruire una nuova realtà ordinamentale. Che non è la semplice riforma delle vecchie istituzioni regionali o delle altre organizzazioni territoriali. Ma un’iniziativa che mette in moto un processo ‘rivoluzionario’. Basti pensare che la Macroregione (non solo) del Mediterraneo occidentale non sarà mai una nuova istituzione ma dovrà essere invece una strategia, vale a dire una organizzazione politica con il carattere della dinamicità e non della staticità. In questo senso e per questo, in grado di mettere in movimento il Mezzogiorno e riscattarlo dal suo più recente passato che è stato caratterizzato dall’immobilismo e dal soggettivismo delle sue classi dirigenti.
Ma la partita non è così semplice. Dovrà riguardare il carattere essenziale della crisi che attanaglia non solo il Mezzogiorno ma anche tutta l’Italia, l’Europa, l’Occidente: la fine, cioè, del pensiero unico e della sua universalità e la difficoltà di accettare una globalizzazione che implica necessariamente una nuova condizione esistenziale fondata sulla pluriversalità. Questa la vera cifra del cambiamento con la quale ci si deve misurare. Che, tradotta in termini politico-istituzionali, significa la fine della centralità della categoria della sovranità dello Stato, nata nel 1648 con la pace di Westfalia ed elevata per quasi quattro secoli ad unico ed ultimo criterio della politica nazionale.
Solo che l’incapacità di costruire in questa lunga fase storica un’alternativa ordinamentale allo Stato nazionale ha fatto sì che un’ampia componente dell’opinione pubblica europea, di fronte alle difficoltà indotte dallo sviluppo in particolare tecnologico di questi ultimi decenni, ripiegasse su un nuovo ancoraggio al sovranismo e da questo al nazionalismo-populistico, in evidente e chiara contraddizione proprio con la principale causa della crisi: lo statalismo, appunto. Si è così determinata una condizione di doppia difficoltà che rende veramente difficile lo sforzo che bisogna fare per venire a capo di questa situazione che attanaglia il Paese, sia a livello di istituzioni centrali che regionali, e l’Europa intera. Insomma, non è né con le false riforme ‘interne’ (prima, quella ricentralizzatrice di Renzi ed, ora, quella di differenziazione autonomistica portata avanti da Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna ed altre Regioni) né con le contraddittorie politiche inter-governative dell’Unione Europea (nata, all’indomani della seconda guerra mondiale, come risposta proprio alla crisi ritenuta irreversibile del sovranismo statale) che si può avviare un processo virtuoso di cambiamento all’altezza della complessità che le realtà socio-economiche richiedono.
Per uscire ‘in avanti’ dalla crisi che ci attanaglia, l’unica politica, allora, sulla quale si può e si deve puntare è quella di costruire, come ha indicato il Parlamento Europeo, un sistema macroregionale che coinvolgendo tutti i vari Territori dei Paesi europei consenta al contempo di rivedere l’organizzazione regionale di ogni singola Nazione e, segnatamente, della nostra e di avviare veramente e per la prima volta la costruzione di una federazione di Comunità territoriali europee.
Come già detto, non sarà una cosa facile. Se però, a partire dal piano procedimentale di costruzione della strategia macroregionale, si adotterà una logica nuova, per intenderci: né bottom up né top down ma circolare, che coinvolga, cioè, non soltanto il Governo nazionale o quelli regionali ma entrambi e per di più sulla base della spinta propulsiva delle grandi Città, metropolitane e capoluogo, allora sì che sarà possibile costruire questa nuova prospettiva che può salvare l’Italia e l’Europa. Per non dire del nostro Mezzogiorno e della mia Sicilia.
Da qui la proposta per una opzione in favore della strategia macroregionale e per la costruzione, senza ulteriori perdite di tempo (si ricordi che il primo passo verso la sua costituzione fu fatto con la cd. “Dichiarazione di Palermo” sottoscritta il 15 maggio 2010 nel capoluogo siciliano dai rappresentanti di 50 Istituzioni di 20 Paesi), di una aggregazione di Territori del bacino del Mediterraneo Occidentale che, peraltro, è auspicabile anche per colmare una lacuna e recuperare un ritardo che pure sotto questo aspetto si è creato con le Regioni non solo del Nord Italia che già hanno dato vita ed ormai appartengono o alla Macroregione Adriatico-Jonica o a quella Alpina e sono operative, in questo senso, da alcuni anni.
Dunque, ciò che si propone è la costituzione, secondo la normativa europea, di una macroregione costituita dall’unificazione di aree regionali omogenee per territorio, storia, cultura, sensibilità politiche ed interessi socio-economici, che superando le diversità di appartenenza nazionale si collochino nella prospettiva dell’Unione Europea. Ma non, come accennato, nella dimensione di una nuova istituzione che si aggiunge alle altre ma come una strategia politica che deve essere adottata da tutte le esistenti istituzioni dei vari Paesi (in primis, quelle regionali e locali) per attuare nel miglior modo possibile la coesione territoriale che, nello sviluppo più recente, si affianca e completa la coesione economico-sociale e rappresenta la precondizione di ogni ipotesi di sviluppo.
Questa condizione di non-istituzionalità, che significa anche no! a finanziamenti ulteriori e no! a normative specifiche e che implica il migliore coordinamento delle istituzioni e delle risorse disponibili nell’ambito delle norme esistenti, consente poi l’abbattimento ed il superamento dei confini politico-amministrativi entro cui sono costretti, invece, Stati, Regioni ed Enti territoriali locali. Il che comporta che la macroregione sia una forma di aggregazione determinata non più da retaggi sovrani e vincoli storici ma dalla capacità di dare risposte unitarie a problemi che, certo, non si fermano alle perimetrazioni amministrative ma riguardano questioni comuni a più entità territoriali.
Con la conseguenza che gli effetti di questa strategia macroregionale non si fermeranno agli specifici obbiettivi intorno ai quali essa sarà costruita ma investiranno le vecchie delimitazioni degli Stati nazionali esistenti, dimostrando come sono proprio queste ultime con i loro confini sovrani ad impedire la costruzione dell’Europa comunitaria ideata dai Padri fondatori. E ciò è tanto vero che questa strategia macroregionale avrebbe anche la capacità di scardinare il vecchio regionalismo in crisi irreversibile del nostro come degli altri Paesi europei (v. la Spagna con la sua questione catalana) ed avviare veramente quella riforma degli ordinamenti costituzionali che, com’è noto, nel nostro Paese si tenta di realizzare senza successo ormai da diversi decenni.
Quindi la strategia macroregionale è una politica complessa che serve non soltanto per ridisegnare l’organizzazione territoriale del nostro Paese ma anche per aiutare a superare i ‘muri’ costituiti dai confini dei singoli Stati non solo europei e così ricomporre nuove comunità geo-politiche di dimensione continentale.
Una di queste Comunità -siamo convinti- dovrebbe essere quella costituita dalle regioni del Mezzogiorno d’Italia, della Sardegna, della Sicilia, della Corsica, della Costa Azzurra, della Catalogna, delle Canarie, di Malta. Entità tutte i cui territori, che si affacciano nel bacino del Mediterraneo Occidentale, presentano problematiche e sfide comuni. A partire dalle questioni riguardanti i sistemi energetici, la ricerca scientifica, l’innovazione, la cultura, la tutela ambientale, la garanzia e lo sviluppo dei diritti fondamentali, la sicurezza e, soprattutto, i flussi migratori. Insomma, si tratterebbe di costruire una rete dove annodare tutte le materie che costituiscono i settori portanti per una crescita economica intelligente e sostenibile.
Ma come procedere? In quale direzione muoversi per compiere i primi passi? Innanzi tutto, individuando e coinvolgendo le istituzioni (Città e Regioni) che devono svolgere il ruolo di capofila oppure o, forse, meglio puntando su un GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale) con responsabilità definite e condivise. Sapendo bene, comunque, che il bacino in quistione è espressione di una medesima realtà storica e culturale e rappresenta un ambiente naturale e geo-politico di 500 milioni di abitanti, strategico per il futuro della stessa Europa che così conquisterebbe una maggiore sicurezza , un controllo più sostenibile dei flussi di immigrazione e la partecipazione diretta ad un’area in sicura espansione socio-economica.
Per le Regioni e gli Stati europei del Mediterraneo, allora, è un processo da intraprendere immediatamente e con grande determinazione, sapendo che da esso può derivare il superamento delle diversità di appartenenza nazionale e la prospettiva di una convivenza comunitaria non più condizionata dalla logica divisiva degli Stati nazionali.
In pieno dominio, a livello europeo, della logica intergovernativa e, soprattutto, nell’ implacabile affermarsi, a livello politico dei vari Paesi, dei sovranismi e dei populismi più spinti, l’idea di costruire una Macroregione del Mediterraneo Occidentale può sembrare una irrealizzabile utopia. Pur con tutte le difficoltà possibili ed immaginabili questa, però, è l’unica strada percorribile per salvare e rilanciare i territori e le comunità dei vari Paesi europei, a cominciare dal nostro. Che così potrebbe, finalmente, sperimentare una nuova governance multilevel fondata sulla partecipazione ed il protagonismo delle Autorità regionali e locali ma non in contrapposizione con quelle nazionali e, soprattutto, europee.

*testo dell’intervento effettuato a Napoli
all’Assemblea della Macroregione del Mediterraneo