Le ritorsioni di Putin e il pieno di gas dell’Italia, un aspetto della guerra da non sottovalutare

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in foto un impianto Gazprom (Imagoeconomica)

Negli anni ’60 in Italia debuttò l’abbigliamento già confezionato che in Francia aveva esordito con la definizione prêt-à-porter. Si assistette così a una significativa rivoluzione del costume, soprattutto quello maschile. La pubblicità televisiva di un noto marchio del settore concludeva affermando che è la cura dei particolari che fa la differenza tra cose e comportamenti di qualità e i loro corrispondenti generici. I mezzi dell’informazione, per la precisione solo un ristretto gruppo di essi, nelle ultime ore non si sono limitati a dar notizie dettagliate sulle efferatezze che l’Armata Rossa sta continuando a commettere in Ucraina, affinando sempre più la sua crudeltà. Hanno anche informato gli italiani che in aprile il Paese ha ritirato dalla Gazprom un quantitativo di gas quattro volte superiore a quello che aveva ricevuto a febbraio. Un comportamento del genere, in tempi normali, lascerebbe perplessi gli osservatori. Un ramo dell’economia aziendale studia l’ottimizzazione del volume e del valore delle scorte da tenere in magazzino per ogni tipologia di attività produttiva. Si aggiunga che febbraio è un mese freddo, mentre aprile è l’anticamera della bella stagione. Di conseguenza non sbaglierebbe chi, senza altre valutazioni, si dichiarasse quanto meno frastornato in merito all’ agire di chi è addetto a quella bisogna. Anche perché i termini di pagamento di quelle forniture sono convenuti a vista. Pertanto il trasferimento del denaro dalle casse del Paese a quelle del Cremlino, da che era definibile impegnativo, con l’occasione lo è diventato ancor più. Se non ci si contenta di tale spiegazione e si va oltre, l’arcano comincia a svelarsi. Non c’è alcun dubbio, e appare chiaro, che Putin e la sua nomenklatura si sentano con le spalle al muro. L’ ultimo fatto che lo prova è il blocco estemporaneo delle forniture di elettricità e gas alla Finlandia. Solo a cose fatte il Cremlino ha addotto giustificazioni patetiche per tale decisione, facendo riferimento a presunte quanto generiche inadempienze di Helsinki nel pagamento delle forniture di esse. La vicenda ha tutti i caratteri di una vera e propria ritorsione di Putin nei confronti della premier finnica Marin. La signora sarebbe rea di non aver prestato attenzione alla massiccia opera di dissuasione orchestrata dallo zar di cartone elettro gasato a presentare la richiesta di adesione alla Nato. L’ Azienda Elettrica prima e Gazprom seguendo a ruota, hanno chiuso rispettivamente interruttori e rubinetti verso il paese scandinavo. Il tutto dopo poche ore che la richiesta formale della Finlandia di essere aggiunta agli altri paesi appartenenti alla Nato era stata consegnata a mani proprie al Segretario Generale di quella associazione Stoltenberg. L’accaduto, andando indietro con la mente di circa mezzo secolo, ricorda abbastanza da vicino il modo di agire del personaggio di Gay Talese, interpretato magistralmente da Marlon Brando. È quello che Il Padrino per antonomasia, Don Vito Corleone, mette in atto se il malcapitato di turno non accetta una delle sue “offerte che non si possono rifiutare”.
Avranno pensato così i responsabili per l’approvvigionamento di gas del Bel Paese che era il momento di riempire di grano il maggior numero di botti possibile. Fuor di metafora, di immagazzinare quanto più gas si fosse potuto, essendo ormai chiaro che la prosecuzione della fornitura dipenderà quasi esclusivamente dallo stato di sobrietà al momento di decidere di quello zar da teatrino dei burattini. Fin qui applausi a scena aperta. L’ altro lato di questa medaglia è che l’incasso giornaliero che il Cremlino fa con la vendita di idrocarburi, per il 90% lo usa per pagare i costi del massacro sistematico e degli altri scempi che il suo esercito sta facendo in Ucraina. Ogni commento sul fatto che l’Italia e l’Europa stanno finanziando chi le sta aggredendo, per di più sostanzialmente e non marginalmente, è superfluo. Il problema resta comunque nell’ambito dell’economia reale, quindi in qualche modo legato a esigenze concrete e immediate, da prendere per le corna, come si fa con i tori. Diversa e più preoccupante è l’evoluzione dei provvedimenti in materia di finanza che molti paesi del mondo, chi più e chi meno, si accingono a affrontare. Il periodo durante il quale le economie occidentali hanno potuto beneficiare di denaro in quantità abbondante e a costo quasi zero sta per chiudersi. Anche se con grande disagio, non si può non convenire che sia stato lungo. Non abbastanza, ma comunque non striminzito. Gli stessi economisti cosiddetti monetari, principalmente quelli della scuola di Chicago, hanno messo in guardia già da molti anni i governanti sulla circostanza che le politiche monetarie, perché sortiscano gli effetti desiderati, devono essere di breve durata. Ora la Fed sta già aumentando i tassi del dollaro e comprando meno debito pubblico Usa. La Bce si accinge a fare altrettanto. Tutto ciò mentre si ipotizzano un nuovo Piano Marshall e un Ngeu Plus, ambedue a favore dell’ Ucraina. Per entrambi si prevedono provviste finanziarie da deposito di Zio Paperone. Il problema attuale è che, allo stato, non c’è paese al mondo che abbia forzieri di tal fatta e, soprattutto, che non esistono né uno Zio Sam né uno Źio Vanja in grado di far fronte alle esigenze appena accennate. Non esistono soluzioni preconfezionate per questo genere di problemi.
È certo però che richiedano il massimo impegno dei governi coinvolti nella partita. Non sarebbe perciò sbagliato, se chi siede a Montecitorio o in strutture analoghe, abbandonasse le querelles quotidiane che non portano da nessuna parte e si concentrasse per curare quello che può essere paragonato a un cancro: la stagnazione dell’economia. In caso contrario la o le generazioni che verranno, avranno buoni motivi per maledire quella attuale. Pertanto è importante ricordare a ogni piè sospinto anche questo aspetto più che delicato del problema.